L’Europa non puo’ essere un museo

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 15 Novembre 2009

Durante uno dei tanti convegni sulla crisi europea mi sono sentito improvvisamente domandare se l’Unione Europea è un museo o un laboratorio. Una domanda secca, intelligente alla quale cercherò di dare una risposta chiara e utile.

Se guardiamo al passato l’Unione Europea è stato il più grande laboratorio politico della storia contemporanea: dalla Comunità del Carbone e dell’Acciaio al Mercato Comune, fino al suo allargamento e alla creazione dell’Euro l’Europa è stata all’avanguardia delle trasformazioni dello Stato moderno verso principi di cooperazione internazionale e verso il progressivo mutamento del concetto di sovranità. Tutto ciò non ha precedenti nella storia e ha permesso di godere di un periodo di pace e di prosperità anch’essi senza precedenti.

Non per nulla l’Unione Europea è diventata la prima realtà al mondo in termini di reddito, e, ugualmente, il più grande esportatore del mondo. Insieme all’allargamento e all’Euro alcuni leader e la Commissione avevano pensato di costruire una vera e propria carta costituzionale per consolidare i rapporti di collaborazione fra i diversi Paesi e per rendere irreversibile il processo di unificazione del continente. A questo punto è cominciata la grande paura del nuovo. Timorosi dei cambiamenti e di fronte alle paure degli elettori per i fenomeni migratori e per i necessari mutamenti nei modelli di vita e in conseguenza dei risultati negativi dei referendum, i leader della maggior parte dei Paesi dell’Unione hanno cominciato a rallentare la marcia fino a frenarla del tutto. Hanno cioè chiuso il laboratorio.

Come compromesso si è faticosamente arrivati alla firma del Trattato di Lisbona, anche questo ferito dal referendum irlandese e poi a fatica resuscitato dalla ripetizione del referendum stesso e dalla stentata firma del Presidente della Repubblica Ceca. Nessuna sorpresa quindi se nella gestione della crisi economica ogni Paese è andato per conto suo, chi aumentando a dismisura le spese pubbliche, chi attuando una severa politica di bilancio e tutti cercando di aiutare la propria industria nazionale a scapito delle altre. Quindi ancora nessuna sorpresa nel constatare che, mentre l’Asia è uscita dalla crisi e gli Stati Uniti danno qualche segno di vitalità, l’Europa si accontenta del fatto che la caduta non è più precipitosa come negli scorsi mesi e c’è un qualche incerto barlume di ripresa. In poche parole il laboratorio europeo a poco a poco è diventato un museo, con delle bellissime opere d’arte, ma tutte riguardanti il passato.

Ci godiamo i frutti del grande mercato unificato, ci sentiamo protetti dal grande ombrello dell’Euro, ma non abbiamo il coraggio di riaprire il laboratorio con nuovi progetti di ricerca. Eppure sarebbe il momento di farlo, perché, di fronte a quanto avviene nel resto del mondo, il rischio di diventare irrilevanti nel futuro della politica e dell’economia mondiale è davvero elevatissimo.

Cerchiamo perciò di evitare questo rischio, a cominciare dai prossimi giorni, utilizzando i pur limitati spazi che il Trattato di Lisbona ci offre. Pur essendo un compromesso al ribasso, esso prevede la nomina di un Presidente dell’Unione non più per sei mesi ma per un periodo di due anni e mezzo rinnovabili. E prevede anche, in parallelo, la figura di un ministro degli Esteri dell’Unione che è anche vice presidente della Commissione Europea e che può disporre di un vero e proprio servizio diplomatico. Anche se tutto ciò avviene senza radicali mutamenti di potere rispetto al passato, non possiamo negare che la nomina di persone autorevoli e fornite di reale spirito comunitario può aiutare perlomeno a fornire il museo di un piccolo laboratorio di ricerca. Ripeto però che non basta che siano chiamati a coprire questi ruoli persone autorevoli e note nello scenario mondiale. Non basta infatti che il nuovo presidente sia conosciuto da Obama o da Hu Juntau, ma bisogna che si presenti a loro con la volontà di riaprire il laboratorio, guardando al futuro. È incomprensibile come questa volontà possa essere espressa da chi ha mantenuto il proprio Paese fuori dall’Euro e che non ha voluto che nel Trattato di Lisbona si aprisse la porta né all’inno, né alla bandiera europea. E che, nello stesso tempo, lamenta la progressiva lontananza tra il popolo e le istituzioni europee. E nemmeno si può accettare, come si sussurra nei corridoi, che i grandi Paesi non gradiscano nominare uomini “forti e visibili”, per paura che il proprio paese entri in un cono d’ombra. Deve essere a tutti chiaro che i Paesi europei escono dal cono d’ombra solo tutti insieme e che, rallentando il cammino comune, rallentano anche la propria corsa. Nel complicato gioco europeo dei prossimi giorni, i leader dei ventisette Paesi debbono quindi tener presente sia il criterio dell’autorevolezza personale che quello della volontà di riprendere il rafforzamento della politica europea. E l’Italia ha certamente persone che rispondono a questi criteri. Anche per donne e uomini capaci non sarà tuttavia un cammino facile, perché il Trattato di Lisbona prevede ancora un’Europa obbligata a prendere le sue grandi decisioni all’unanimità. Ma donne e uomini capaci e forniti di spirito comunitario non si accontenteranno certo di fare i custodi di un museo, anche se pieno di capolavori.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
novembre 15, 2009
Italia