L’Africa e il professore. Prodi racconta la sua nuova vita

Nelson Mandela con la Coppa del Mondo FIFA dopo la decisione di tenere l'edizione 2010 in Sud Africa

Nelson Mandela con la Coppa del Mondo FIFA dopo la decisione di tenere l'edizione 2010 in Sud Africa

Articolo di Riccardo Barlaam su Il Sole 24 Ore del 20 maggio 2010

La fotografia è del 2004. Al centro c’è un pallone da calcio, con tante mani sopra e i segni delle firme passate col pennarello. Due mani bianche e tante mani nere, di tonalità diverse. C’è la mano di Nelson di Mandela, quella di Thabo Mbeki, allora presidente del Sudafrica, accanto a quella di Abdoulaye Wade, presidente del Senegal, quella più chiara di Gheddafi. Ci sono le mani bianche di Sepp Blatter, presidente della Fifa, e di Romano Prodi, allora presidente della Commissione europea.

Questa foto immortala il momento in cui viene ufficializzata la candidatura del Sudafrica per organizzare i Mondiali di calcio nel 2010. Una sfida impossibile. L’11 giugno i mondiali di calcio in Africa cominciano davvero. Sono passati appena 18 anni dalla riammissione del Sudafrica, dopo la fine dell’apartheid, nella federazione mondiale di gioco del calcio.

Leader ascoltato dagli africani

Prodi quell’immagine la ricorda bene: «Quella sera ci furono danze e musiche che non finivano più. Fu una vera festa africana». Il “professore” nell’Africa ha sempre creduto. Da presidente della Commissione europea prima («Noi europei siamo stati i primi a sostenere finanziariamente l’Unione africana dalla sua nascita, nel 2002, e non è stato facile: non tutti erano d’accordo») e da primo ministro poi. Lontano dai riflettori, in questi anni, ha sempre continuato a svolgere la sua azione di mediatore. Mentre parliamo, negli uffici della sua Fondazione per la Collaborazione tra i popoli – un semplice appartamento tra i portici di Bologna – riceve una telefonata del consigliere politico del primo ministro somalo, Omar Sharmarke. La sua espressione si fa seria. Il governo di transizione, debole già dal nome, è caduto. Il presidente Sheikh Ahmed ha sfiduciato il premier. Mentre i miliziani islamici continuano, quasi indisturbati, la loro guerra anti modernità, il paese è nel caos anche istituzionale.

La riforma delle missioni di pace Onu

Nel settembre 2008 Prodi, appena superata la sbornia dell’esperienza di Palazzo Chigi, alla vigilia dei 70 anni, ha voltato, di nuovo, completamente pagina. È tornato a fare il professore in due università negli Stati Uniti e in Cina. Ma l’incarico più importante è legato proprio al continente nero. Il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, gli ha affidato la presidenza del Panel internazionale per riformare le missioni di pace. Missioni che fanno acqua da tante parti e che costituiscono la voce di spesa più elevata per lo sterminato bilancio Onu. Il lavoro è terminato. Il dossier è stato presentato al Consiglio di sicurezza che dovrà pronunciarsi sul da farsi. La squadra capitanata da Prodi propone di passare progressivamente la responsabilità delle missioni di pace in Africa agli africani in termini finanziari, logistici, di formazione. Una nuova sfida impossibile. Il Consiglio di sicurezza non ha ancora deciso ed è diviso. I cinesi e gli americani sostengono la proposta Prodi. Contrarie le ex potenze coloniali europee, Francia e Gran Bretagna, che non ci stanno a perdere di colpo la loro sfera di influenza: «Non dico che sia sbagliato. È chiaro che ogni paese cerchi di favorire le relazioni economiche bilaterali per i propri interessi. Ma dico che bisogna superare questa impostazione, sforzandosi di aumentare la cooperazione in un rapporto di reciprocità».

Il dialogo sempre. Da Bertinotti a Mugabe

La sua linea è sempre la stessa con Bertinotti e Mastella, o con Mugabe e Bashir: «Cercare di mediare, cercare sempre il dialogo, senza nascondere i problemi ma sforzandosi sempre di vedere prima le cose che uniscono rispetto a quelle che dividono». E di bilanci il professore non vuole ancora farne. È presto. «Mi sto divertendo un mondo. Vado due settimane in Cina a insegnare ai ragazzi e poi negli Stati Uniti, in Africa o qui a Bologna». Come se tutto dovesse ancora cominciare, lui giura di non avere rimpianti. «L’unico vero rimpianto – dice scherzando – è di non avere mai vinto il Tour de France».

Nel suo ufficio campeggia una bandiera tricolore, accanto al vessillo dell’Unione europea. Sfondo azzurro e stelle gialle. Incorniciata da un lato c’è un’antica bandiera tricolore della Repubblica Cisalpina. Nelle stanze accanto brulicano i preparativi. Gli amici e i volontari della Fondazione e le due storiche segretarie, fidatissime, lavorano agli ultimi dettagli per il convegno internazionale di venerdì 21 maggio: “High level Conference on Africa: 53 Countries, One union“. Sono attesi rappresentanti di Unione europea, Onu, Unione africana, Cina, Stati Uniti e, ovviamente, una lunga serie di leader politici africani, capi di stato, rappresentanti delle istituzioni sovranazionali, capi tribali, regine e regine madri… L’obiettivo di questo incontro di policy maker è dare un contributo per rilanciare l’integrazione tra i 53 paesi africani. «Quest’anno – spiega Prodi – 23 paesi africani festeggiano i 50 anni d’indipendenza. Ma molte speranze legate alla fine della colonizzazione non hanno trovato la loro realizzazione. Le responsabilità del mancato sviluppo sono complesse. Vanno suddivise in modo equo tra le leadership locali e quelle dei paesi industrializzati».

Road map per l’unità africana

Il progetto del palazzo della Unione Africana ad Addis Ababa

Il progetto del palazzo dell' Unione Africana ad Addis Abeba

Con 42 ricercatori della John Hopkins University è stata preparata una vera e propria road map per rilanciare i processi di collaborazione tra i paesi. «Non si può pensare di superare le instabilità politiche e di eliminare i conflitti senza migliorare le politiche di integrazione. Solo superando la frammentazione politica ed economica del continente africano si potranno ottenere pace, sviluppo economico, prosperità. Non ci sono altre strade». Questo non vuol dire che tutti i mali che affliggono l’Africa si possano risolvere migliorando l’integrazione. Ma significa, secondo Prodi, «riconoscere che molte delle questioni di natura regionale o continentale debbano essere risolte a un livello superiore di quello nazionale». L’obiettivo del convegno di Bologna è, appunto, stimolare il confronto e il dibattito sul tema.
La road map prevede diverse fasi di avanzamento di questo processo, in previsione di due ulteriori conferenze internazionali che si terranno, dopo Bologna, a Washintgon nel 2011 e nel 2012 ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia e sede dell’Ua. Un altro dei segnali di un’Africa che sta cambiando e che vuol prendere in mano il proprio futuro. Nella città si intravede già il profilo del grattacielo in cristallo, a forma di abbraccio, che ospiterà la sede della Commissione africana. I lavori sono cominciati nel gennaio 2009 su un terreno donato dal governo. Dove prima c’erano le carceri politiche del terribile Mengistu sorgerà la cittadella comunitaria con i palazzi delle direzioni generali, le sedi dei 53 paesi membri. Una capitale diplomatica. La Bruxelles africana.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
maggio 20, 2010
Interviste