Economia e politica industriale: l’inerzia dell’Europa e la spinta degli USA

Economie diverse – L’inerzia dell’Europa e la spinta degli Usa

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 15 luglio 2023

Dobbiamo purtroppo prendere atto che, almeno nell’ultimo decennio, la democrazia si è trovata in difficoltà di fronte alla progressiva espansione dei sistemi autoritari. Il vecchio sogno che il progresso economico e l’aumento della ricchezza avrebbero preparato il trionfo della democrazia è, almeno per ora, tramontato. Non solo in Cina, ma in un crescente numero di paesi di tutti i continenti, autoritarismo e sviluppo convivono in un’inedita coesistenza fra il rafforzamento dell’economia di mercato e l’indebolimento della democrazia.

Su questo tema dovremo in futuro soffermarci a lungo. Oggi preferiamo limitarci a riflettere su come, nello stesso periodo di tempo, siano cambiati i rapporti di forza sia economici che politici all’interno del mondo democratico, soprattutto fra gli Stati Uniti e l’Europa.

Come si legge nella spietata analisi di Gideon Rachman sul Financial Times, l’economia europea, nel 2008, era un poco più grande di quella americana (16,2 migliaia di miliardi di dollari contro 14,7). Nel 2022, cioè meno di quindici anni dopo, il rapporto si era brutalmente rovesciato, con 25 migliaia di miliardi da parte americana e 19,8 da parte europea, inclusa la Gran Bretagna.

Un’evoluzione che evidenzia un’impressionante differenza nella capacità di crescita. Questa differenza non sarebbe grave se non si assistesse ad un assoluto predominio degli Stati Uniti nella grande finanza e nelle tecnologie di punta. I fondi di investimento americani dominano su tutti i mercati e le imprese leader nelle nuove tecnologie (Google, Apple, Facebook, Amazon… ) sono anch’esse americane.

Le uniche loro concorrenti sono cinesi, mentre gli europei entrano appena nella coda delle prime venti imprese mondiali operanti nelle nuove tecnologie con due aziende, di cui una sola, l’olandese ASML, ha un certo potere di mercato, in quanto è impresa leader nei beni strumentali dedicati alla produzione dei semiconduttori. Un settore ritenuto così delicato che la stessa ASML è stata di recente sottoposta a severe restrizioni nei suoi rapporti commerciali con la Cina.

Tuttavia il dato più brutale dell’arretramento dell’Europa emerge proprio nei semiconduttori dove, in trent’anni, siamo passati dal 40% a meno del 10% della produzione mondiale.

Per terminare l’elenco di questa “via crucis” non ci resta che citare il settore energetico, dove i prezzi europei del gas, anche tenuto conto dei recenti ribassi, sono tre volte superiori a quelli americani.

Nessuna sorpresa quindi se l’autorevole European Council on Foreign Relations (ECFR), conclude che questa decadenza relativa dell’Europa nell’economia e nella tecnologia è accompagnata da una crescente debolezza europea anche in campo politico. La tragica guerra d’Ucraina ha messo infatti in rilievo che non vi è stato nemmeno un momento in cui l’Europa abbia espresso iniziative o proposte credibili nei confronti di una guerra che porta le sue drammatiche conseguenze soprattutto dentro le nostre porte di casa.

E’ singolare che questo prestigioso “pensatoio” europeo, che è sempre stato e che è tuttora estremamente favorevole ad un stretto rapporto con gli Stati Uniti, ritenga che la stessa alleanza atlantica, per giocare un ruolo efficace nel futuro, abbia assoluta necessità di un forte pilastro europeo. L’attuale situazione è semplicemente definita come un nostro “vassallaggio“, che non giova a nessuna delle due parti.

Il rapporto dell’European Council on Foreign Relations arriva fino a sostenere la tesi che l’aggressività di Trump rendeva almeno più cosciente l’Europa della necessità di una sua maggiore capacità di iniziativa. Oggi, al contrario, un numero sempre maggiore di paesi europei opera in conto proprio o si orienta verso l’acquisto di armi americane, allontanando anche l’ipotesi della costruzione di un’industria militare europea.

E’ vero che il bilancio della difesa americana è ben superiore rispetto alla somma dei bilanci di tutti i paesi dell’UE (nel 2022 ammontava a 801 miliardi di dollari da parte degli Stati Uniti contro 325 miliardi da parte europea) ma, se vi fosse una politica industriale condivisa, i già ragguardevoli impegni europei rafforzerebbero in modo decisivo la stessa Alleanza Atlantica.

D’altra parte, come succede quando si creano disparità eccessive nella forza politica, esse vengono estese anche a tutti gli altri campi.

L’European Council arriva perciò a ipotizzare che la dipendenza dei paesi europei sia ormai tale da obbligarci ad accettare anche le conseguenze negative delle politiche economiche americane senza possibilità di reagire, come è avvenuto nel campo dell’industria.

Gli incentivi alla produzione domestica americana (IRA) sono stati infatti portati avanti senza nessuna consultazione con gli alleati e senza nessuna considerazione delle pesanti conseguenze negative nei confronti dell’industria europea.

Queste analisi così crude non sono ovviamente finalizzate ad allargare il fossato delle relazioni transatlantiche, ma a stimolare un maggiore ruolo europeo tanto nel campo strettamente militare quanto nelle conseguenze economiche di queste relazioni.

Naturalmente non ci si può attendere che il riequilibrio avvenga per graziosa concessione americana, anche perché la nostra debolezza è soprattutto imputabile all’assenza di una nostra politica. Il punto fermo è tuttavia molto chiaro: l’attuale squilibrio non giova a nessuna delle due sponde dell’Atlantico, ma le indebolisce entrambe.

 

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