Cina ed Europa: accordo o guerra?

Cina ed Europa: accordo o guerra?

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 26 febbraio 2026

Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz è arrivato a Pechino con una poderosa delegazione di imprenditori. Una missione che segue di poco un’analoga iniziativa della Francia e di tanti altri paesi, a partire dalla Gran Bretagna e dal Canada.

Tutti stanno infatti correndo in Cina per porre rimedio alle conseguenze negative della politica di Trump. Non è certo un compito facile, ma tuttavia possibile, dato che gli Stati Uniti, mercato per noi di importanza fondamentale, rappresenta meno del 10% delle importazioni mondiali.

Di qui la necessaria ricerca di nuovi mercati che, da parte dell’Unione Europea, è già stata messa in pratica con gli accordi con l’India e il Mercosur.

Di importanza determinante diventano ora i nuovi rapporti con la Cina che, fino ad oggi, non sono stati affrontati a livello comunitario, ma dai singoli paesi europei in ordine sparso. L’insufficiente compattezza della posizione europea è chiaramente emersa nel vertice fra la Commissione e il Governo Cinese del luglio scorso. Vertice in cui non si è concluso nulla, in conseguenza dei divergenti interessi dei paesi europei e del parallelo interesse cinese a mantenere gli europei divisi.

La Germania ha un ruolo di particolare importanza nel difficile rapporto fra Europa e Cina perché è, di gran lunga, il paese che ha le più rilevanti relazioni commerciali e i maggiori investimenti incrociati con l’Impero di Mezzo. Rapporti che si erano mantenuti in un sostanziale equilibrio per lungo tempo, ma che ora si stanno traducendo in un crescente passivo per la Germania.

La competitività cinese ha infatti compiuto impressionati salti in avanti non solo nel settore automobilistico e nelle energie rinnovabili, ma in tutta la gamma merceologica, con un sostanziale primato tanto nelle produzioni a basso costo quanto nei raffinati prodotti high-tech.

L’indebolimento della capacità concorrenziale tedesca è solo un esempio di una conquista dei mercati esteri da parte della Cina che si rafforza ogni anno. Proprio nello scorso anno, durante il quale si è materializzata la chiusura del mercato americano, il surplus della bilancia commerciale cinese ha superato ogni precedente record, arrivando all’incredibile cifra di 1200 miliardi di dollari.

Il cancelliere Merz, portando con sè il meglio dell’industria tedesca, si sta naturalmente impegnando per riequilibrare una situazione divenuta negativa anche per il paese europeo che possiede la maggiore presenza e la più prolungata esistenza nel mercato cinese.

Basti riflettere sul fatto che, nel 2025, il deficit tedesco nei confronti della Cina ha raggiunto gli 87 miliardi di Euro, quadruplicato rispetto all’anno precedente.

Nemmeno la Germania potrà da sola ribaltare uno squilibrio che sta diventando intollerabile anche nei settori nei quali era tra gli indiscussi leader mondiali: dalle automobili agli intermediari chimici, fino ai prodotti farmaceutici e ai beni strumentali più complessi.

Soprattutto dopo le decisioni di Trump, il commercio internazionale è sempre più condizionato da fattori politici. E’ necessario quindi mettere sul tavolo una combinazione fra il peso politico e il peso economico che la Germania non possiede.

Ritengo tuttavia che, pur con le difficoltà e le disparità sottolineate in precedenza, vi sia spazio per una trattativa che permetta di costruire rapporti fra Cina ed Europa convenienti per entrambi.

L’Europa è infatti oggi, e lo sarà anche in futuro, il più grande mercato di sbocco delle merci cinesi.

Un mercato indispensabile perché non sostituibile dalla domanda interna, resa asfittica dalla difficoltà di aumentare i consumi dei cittadini cinesi. D’altra parte non è pensabile che il deficit europeo possa ancora crescere, e nemmeno durare a lungo al livello di oggi. La spinta verso la protezione del “Made in Europe” non proviene solo da alcuni leader come Macron, ma trova un appoggio sempre più diffuso, fino ad attrarre lo stesso Friedrich Merz che, in passato, era sempre stato contrario a ogni regolamentazione del libero mercato.

In fondo ci si era già indirizzati verso una condivisa regolamentazione del commercio fra Cina ed Europa quando, il 30 dicembre 2020, proprio nell’intervallo fra il termine della prima presidenza di Donald Trump e l’arrivo di Joe Biden, fu firmato, dopo sette anni di trattative, il così detto CAI (EU-China Comprehensive Agreemet on Investment).

Un accordo che rendeva possibile una concorrenza più equa tra Europa e Cina, regolando gli aiuti di Stato, la protezione delle innovazioni e dei brevetti e un progressivo reciproco avvicinamento delle regole della produzione e del commercio. Non era un vero e proprio trattato globale, ma l’inizio di un cammino per costruire rapporti più equi e quindi tollerabili nel futuro.

La durissima opposizione del presidente Biden, le tensioni politiche derivate dalle opposizioni europee al trattamento degli Uiguri nello Xinjiang e le conseguenti sanzioni cinesi nei confronti di parlamentari e istituzioni europee, hanno impedito la ratifica dell’accordo, provocandone la morte.

Il cammino tracciato dal CAI, pur con i doverosi adattamenti, è ancora più necessario e urgente oggi, se si vuole evitare l’unica alternativa che gli attuali squilibri stanno preparando: il blocco totale del commercio, degli investimenti e dei rapporti economici fra Cina ed Europa. Un esito che sarebbe disastroso per entrambe le parti e catastrofico per tutta l’economia mondiale. Mi auguro quindi che oggi Friedrich Merz non solo abbia illustrato a Xi Jinping le eccellenze dell’industria tedesca, ma abbia fatto presente che esse fanno parte di un’economia europea la cui prosperità condiziona la prosperità della stessa Cina.

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Dati dell'intervento

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febbraio 26, 2026
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