Centrosinistra: la risposta ai populismi è il riformismo
Centrosinistra, la risposta ai populismi è il riformismo
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 04 giugno 2026
Nelle poche occasioni in cui si parla seriamente di politica, mi sento insistentemente chiedere come mai, insieme a un sistematico arretramento di tutti i partiti tradizionali in favore di schieramenti estremi o populisti, si verifichi un arretramento ancora più accentuato da parte dei partiti che si collocano nell’area riformista, comunemente definita di centro-sinistra.
A questo interrogativo viene data una risposta diversa da paese a paese e da caso a caso. A volte si parla di mancanza di leadership, ma questo è un problema che riguarda i partiti conservatori almeno allo stesso modo.
Altre volte si sottolinea come sia determinante il cambiamento della società, con un ruolo sempre minore giocato dalle classi tradizionalmente spinte verso una maggiore giustizia sociale. Tutto questo è vero, ma è altrettanto vero che, oggi più di ieri, vi è una grandissima parte di società emarginata e impaurita da quanto sta accadendo. A partire dai tanti che hanno ancora più bisogno della comprensione e dell’aiuto che ricevevano in passato dai sindacati e dai partiti che si orientavano verso il centro-sinistra. Con l’aumento delle disparità le persone che chiedono aiuto alla politica, per non essere emarginate, stanno ogni giorno aumentando. La realtà è che proprio coloro che hanno più bisogno di aiuto e di speranza cercano le risposte altrove.
Questo non avviene solo in Italia, ma nella grande maggioranza dei paesi democratici, nei quali il voto riformista si restringe sempre più, rifugiandosi nelle aree metropolitane e proprio tra i ceti più colti e dotati di maggiore sicurezza. Per restare in casa nostra è certo significativo che, nello stesso giorno, il voto di centro sinistra abbia prevalso nell’area insulare di Venezia, ma sia risultato in netta minoranza nei quartieri popolari di Mestre e Marghera. E questo è un piccolo esempio di quanto sta avvenendo quasi ovunque.
Senza entrare nelle infinite analisi sociologiche, cerco semplicemente di riflettere sul fatto che nelle prime due generazioni del dopoguerra il ruolo dei partiti socialmente più aperti aveva garantito fiducia nel futuro e realizzato una progressiva, anche se modesta, diminuzione delle disparità sociali.
Un processo interrotto dalla rivoluzione conservatrice della Thatcher e di Reagan che, affidando il futuro esclusivamente al ruolo del mercato, si è subito imposta con un successo globale. A questa rivoluzione i partiti socialdemocratici e riformisti non hanno reagito con una proposta alternativa altrettanto semplice e condivisa, ma con piccole correzioni diverse da paese a paese e da corrente a corrente. In fondo l’unico messaggio comune dei progressisti e dei riformisti era che avrebbero fatto le stesse cose, ma meglio degli altri!
Il pensiero politico fondamentale è invece rimasto immutato. Non penso certo che il rimedio per rendere equilibrate e giuste le nostre società possa essere trovato in un qualsiasi forma di comunismo o nella messa al bando dell’economia di mercato. Il fatto è che, di fronte alla rivoluzione globale di Thatcher e Reagan, si sono sempre cercati rimedi parziali, riguardanti solo una piccola parte delle regole che governano la vita dell’intera società.
E’ singolare che lo stesso Leone XIV, in una parte sostanzialmente trascurata della sua enciclica, ammonisca che la “giustizia sociale non è un tema separato e successivo alla produzione di ricchezza, come se l’economia dovesse semplicemente creare valore e la politica intervenire solo dopo per distribuirlo. La giustizia riguarda tutte le fasi dell’attività economica, dal reperimento delle risorse al finanziamento, dalla produzione al consumo, e ogni scelta ha conseguenze morali.” Questo significa che, di fronte agli enormi squilibri che si sono prodotti e agli ancora più importanti squilibri che si stanno producendo, con un’accumulazione di ricchezze e di potere che non hanno alcun confronto e alcun precedente, non si può semplicemente pensare a piccole correzioni mentre il mondo viene dominato da poche strutture o da poche persone immensamente potenti.
Un totale ripensamento globale dell’organizzazione economica diventa indispensabile. Non è un compito facile perché la forza dei conservatori è enorme: di fronte alla paura del nuovo propongono la difesa delle frontiere nazionali, di fronte ai progressi tecnologici la difesa dell’esistente e di fronte ai cambiamenti sociali la difesa delle categorie protette. Un disegno che si presenta tranquillizzante, ma che accresce ingiustizie e disparità. A questa decadenza può fare fronte solo una proposta globale di un riformismo capace di correggere la rivoluzione in corso. Non certo con un blocco o un rallentamento del progresso tecnologico e scientifico, ma con una revisione generale e condivisa delle regole economiche e politiche che reggono il mondo. Un progetto semplice e comprensivo che, con la stessa efficacia del messaggio di Reagan e Thatcher ponga finalmente fine all’aumento delle ingiustizie che tale messaggio ha prodotto.
I cambiamenti senza precedenti della tecnologia e del potere possono essere governati solo da un’elaborazione intellettuale capace di mobilitare la grande parte dell’umanità che è oggi emarginata dallo stravolgimento dei rapporti di forza, ma che non trova un credibile appoggio da alcun disegno e da alcuna forza alternativa. La democrazia, la libertà e la giustizia sociale si possono salvare solo se, di fronte a quanto sta avvenendo, si metterà in atto un progetto capace di mobilitare tutti coloro che vogliono correggere le deviazioni del mondo attuale. Sarebbe cioè ora che, per evitare la catastrofe, si possa rivisitare Marx scrivendo semplicemente: “riformatori di tutto il mondo unitevi!”.
Uniti per progettare il futuro e non solo per cercare di vincere le prossime elezioni.

















