Il voto in Ungheria e il futuro dell’Europa

Il voto in Ungheria e il futuro dell’Europa

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 08 aprile 2026

Domenica prossima i cittadini ungheresi saranno chiamati a votare per le prossime elezioni politiche. In teoria dovrebbe essere un avvenimento di modesto peso perché si tratta di un paese che, pur erede di una storia gloriosa, ha meno di dieci milioni di abitanti, pari a poco più del 2% dell’intera popolazione dell’Unione Europea.

Si tratta invece di una sfida di estrema importanza perché l’Ungheria, durante i sedici lunghi anni del governo di Victor Orban è stata il consapevole strumento usato dalle tre grandi potenze mondiali per indebolire la già complessa e fragile costruzione Europea.

Orban si è progressivamente identificato con la politica russa, condividendo la crescente distanza dall’Unione Europea e l’aperta ostilità nei confronti dell’Ucraina.

Negli ultimi mesi, approfittando del diritto di veto, è riuscito perfino a bloccare il prestito di 90 miliardi di Euro a Kiev e ogni giorno accusa il suo principale competitore, Péter Magyar, di volere portare l’Ungheria in guerra.

La stessa strategia diretta ad indebolire l’Europa è stata adottata nei rapporti con la Cina, giocando a ricoprire il ruolo di testa di ponte degli investimenti del Sol Levante in Europa attraverso cospicui incentivi e facilitazioni di ogni tipo.

L’ultimo e più importante alleato nel furore antieuropeo di Orban sono naturalmente gli Stati Uniti che, insieme alla Russia, si sono trasformati in diretti e attivi protagonisti della campagna elettorale ungherese a suo favore.

Siamo arrivati al punto in cui, proprio in questo momento, il vice presidente degli Stati Uniti è in missione in Ungheria per ribadire l’appoggio di Trump all’attuale primo ministro ungherese in una condivisa ostilità nei confronti dell’Europa.

A questi distorti obiettivi di politica estera il leader dell’opposizione Péter Magyar, oltre a una rinnovata collaborazione con l’Europa, contrappone soprattutto le debolezze, gli insuccessi e le oppressioni antidemocratiche della politica interna di Orban. Non si tratta di critiche difficili da portare avanti.

Dal punto di vista economico, dopo un periodo di vigoroso sviluppo seguito all’entrata nell’Unione Europea, l’Ungheria si trova infatti in una fase di stagnazione e di alta inflazione, fortemente incoraggiata da copiosi sussidi e aumenti salariali decisi in questo periodo pre elettorale.

La piattaforma dell’opposizione si concentra soprattutto sui lunghi anni di nepotismo, controllo sociale e corruzione che hanno accompagnato l’incontrastato potere di Orban.

I fedelissimi del suo partito (Fidesz) si sono progressivamente impadroniti del controllo delle imprese pubbliche e dell’economia, hanno proceduto a sopprimere l’indipendenza della magistratura, hanno progressivamente soffocato la libertà di stampa e reso silenzioso qualsiasi oppositore. Nello stesso tempo la stessa famiglia di Orban ha fatto un salto in avanti nella scala economica che difficilmente si giustifica con le normali regole di mercato.

La sintesi di questo progressivo soffocamento delle regole democratiche è contenuta nelle stesse parole di Orban che, nel 2014, ha definito, come suo obiettivo, di creare in Ungheria un sistema di “democrazia illiberale“. Un sistema che, non essendo ancora in grado di proibire le elezioni, è tuttavia capace di condizionarne l’esito, negando ogni libertà.

Così è avvenuto. Per esserne più sicuro, ha perfino manipolato la legge elettorale, cambiando a favore di Fidesz la composizione dei collegi. Negli ultimi mesi Péter Magyar è stato inaspettatamente in grado di coalizzare l’intera opposizione attorno ad un partito (Tisza) capace di rendere contendibili le prossime elezioni.

Non si tratta di un’opposizione definibile di sinistra, ma di una coalizione che vuole semplicemente riportare la democrazia in Ungheria e l’Ungheria in Europa.

A proposito di quest’ultimo aspetto conviene anche ricordare che molte delle deviazioni di Orban sono state per lungo tempo tollerate e perdonate in conseguenza di modesti interessi di paese o di partito dei paesi europei.

Il governo tedesco ha, ad esempio, per lungo tempo mostrato quasi un atteggiamento di comprensione per le deviazioni ungheresi, in conseguenza degli intensi interessi economici e dei poderosi investimenti delle imprese automobilistiche tedesche. Inoltre, elemento non trascurabile, l’appoggio di Fidesz ha permesso per molti anni al PPE e alla CDU di rafforzarsi nel Parlamento Europeo.

La vera forza che ha sostenuto Orban è stata tuttavia la disgraziata e vergognosa regola dell’unanimità che sta in ogni campo paralizzando l’Europa e che, col veto ungherese, ha perfino permesso di bloccare il prestito di 90 miliardi all’Ucraina.

Stati Uniti, Russia e Cina sono quindi protagonisti attivi delle elezioni ungheresi. L’obiettivo è semplice: sostenere Orban non per la particolare importanza dell’Ungheria, ma per stringere ancora più la tenaglia nei confronti di noi europei.

Per questo motivo le elezioni di domenica prossima sono di un’importanza davvero molto più grande del numero degli elettori coinvolti.

L’esito di questo grande confronto è ancora incerto. Le società di previsione vicine a Orban sono sicure della sua vittoria, mentre i partiti dell’opposizione sono fiduciosi di prevalere con un largo margine.

Fra pochi giorni conosceremo il risultato.

Per ora dobbiamo riflettere sul fatto che, da questo risultato, dipende il futuro della libertà a della democrazia dell’Europa.

 

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Dati dell'intervento

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aprile 8, 2026
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