Stati Uniti del mondo. Con Obama una svolta necessaria. Non solo per l’America

Da l’Espresso – 6 novembre 2008 – di Antonio Carlucci –

È un cambiamento epocale… Queste le parole che l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi usa per definire la vittoria di Obama. Prodi è a New York per mettere a punto il lavoro di analisi e di proposte operative che il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki- Moon gli ha chiesto di avanzare sulle sette missioni di peace keeping in Africa.

Presidente Prodi, che vuol dire l’ingresso alla Casa Bianca del nero Barack Obama?
«Tutto quello che è accaduto in otto anni di presidenza di George W. Bush, dalla guerra alla crisi economica, è stato assorbito profondamente dagli americani e ha prodotto il desiderio di cambiamento che si è espresso con la candidatura e la campagna vincente del nero Obama».

Perché usa l’aggettivo epocale?
«Perché solo un paio di anni fa era assolutamente impossibile immaginare che un nero sarebbe diventato il candidato del Partito democratico alla Casa Bianca e che poi avrebbe vinto. Pensiamo a quante poche chances venivano date a Obama ancora 18 mesi fa, quando dichiarò che avrebbe corso per la nomination del suo partito».

Considera questa svolta epocale per il solo dato razziale?
«Non è un dato da poco: sono passati pochi anni da quando i neri erano presi a bastonate dai bianchi solo per il colore della loro pelle o c’erano gli autobus sui quali non potevano salire perché riservati ai bianchi. In ogni caso, è epocale perché mi auguro che sia sepolta la visione unipolare che gli Stati Uniti hanno offerto al mondo negli ultimi otto anni, decidendo sempre da soli che cosa era giusto e che cosa non lo era. Quella scelta ha portato divisioni, fratture, incomprensioni. Me lo ricordo ancora il vertice del G8 del 2004 a Sea Island, in Georgia, con il presidente russo Vladimir Putin che gridava shut up, stai zitto, a Bush che cercava di spiegare come la guerra in Iraq fosse una missione da cui gli Usa non si potevano sottrarre e che avrebbe migliorato il mondo. Bene, forse ora torniamo a una fase dove le relazioni tra gli Stati devono seguire un percorso diverso».

Il repubblicano John McCain ha perso perché arrivava dopo otto anni di presidenza del repubblicano Gorge W. Bush?
«La domenica prima delle elezioni, in uno dei dibattiti televisivi del mattino, il conduttore ha chiuso la trasmissione dicendo che McCain stava correndo bene la sua gara. Ma doveva farlo avendo attaccati ai piedi 200 libbre di piombo rispetto al candidato democratico che non aveva pesi».

Lei ritiene che Obama invertirà la rotta di 180 gradi rispetto a Bush?
«Vedremo, anche perché di politica estera ha parlato abbastanza poco e non in modo dettagliato. Per esempio, sull’Iraq ha detto che vuole uscire da quel paese, ma da vincitore. Mi dicono comunque che Obama si è circondato di consiglieri di politica estera la cui cultura non è di sicuro fondata sull’unilateralismo».

Nella storia americana Obama è stato l’unico candidato alla Casa Bianca che in campagna elettorale ha fatto un tour politico in Europa. Non dimostra un modo diverso di vedere il mondo?
«Lo è. Ma non dimentichiamo mai un fatto: gli Stati Uniti, quale che sia il presidente che occupa la Casa Bianca, sono e resteranno il paese più potente del mondo. Ma in questi anni c’è stato un cambiamento, la crescita di altre potenze, per esempio la Russia e la Cina, con le quali il neopresidente americano dovrà confrontarsi».

E l’Europa?
«Certo, anche con l’Europa. Il presidente Bush ha preferito al rapporto con l’Unione europea quello con i singoli paesi del continente. Vedremo che cosa accadrà adesso, a cominciare da come i singoli paesi europei sceglieranno di rapportarsi con la nuova amministrazione di Washington. Io però mi chiedo se l’Europa, che negli ultimi dieci anni ha fatto passi da gigante, sia pronta a un rapporto nuovo con gli Stati Uniti, se le nostre istituzioni e strutture siano in grado di costruire qualcosa di nuovo. Purtroppo il Trattato di Lisbona non è stato ancora approvato (è stato l’ultimo tentativo di riformare le istituzioni europee dopo il no di Francia e Olanda,ndr)».

L’Italia ha da guadagnare da un presidente come Obama?
«Dipende dalla politica che il governo italiano farà. In ogni caso il mondo ha da guadagnare e mi auguro che l’Italia guadagni insieme al resto del mondo».

Che giudizio si è fatto di Obama vedendo la campagna elettorale?
«Mi hanno impressionato la sua forza e la sua calma. E il modo con cui è stata al suo fianco la famiglia e di come lui ha voluto la famiglia accanto a sé. Con discrezione e senza esibizioni».

Che idea si è fatto della campagna elettorale?
«Non c’è alcun dubbio che la novità prorompente è stato l’utilizzo di Internet come strumento di organizzazione della politica oltre che di propaganda. La Rete si è unita senza problemi alla televisione ed è stata un mezzo decisivo. Ma c’è un dato in più che va sottolineato ed è la partecipazione che c’è stata alla campagna e l’impegno personale a fare sì che della competizione si parlasse in ogni luogo. Mi è capitato che amici americani abbiano rinviato un appuntamento perché per il weekend avevano deciso di tornare in Pennsylvania a parlare con i loro amici, sapendo che quello era uno degli Stati in bilico tra i due candidati».

Obama si è mostrato tendenzialmente protezionista in economia. Che ne pensa?
«Anche Bill Clinton in campagna elettorale fece lo stesso. Poi il libero commercio e la globalizzazione hanno contrassegnato la sua presidenza. Ma non ci sono alternative. Chi vuole può anche chiudersi dentro la propria casa e rinunciare al free trade, ma bisogna sapere che rinuncia a una parte della ricchezza per il proprio Paese».

Obama diventa presidente nel pieno della più difficile crisi finanziaria dopo quella del 1929 con molti paesi in recessione. Quanto tempo per vedere i cambiamenti?
«Non facciamoci illusioni, ci vorranno mesi per vedere i primi risultati del lavoro del nuovo presidente».

Print Friendly, PDF & Email
Be Sociable, Share!

Dati dell'intervento

Data
Categoria
novembre 6, 2008
Estero, Interviste