La lezione di Edmondo Berselli: non è possibile costruire il futuro se si continuano a compiere gli errori del passato

Edmondo Berselli

Edmondo Berselli

Prefazione di Romano Prodi al libro “L’Economia giusta” di Edmondo Berselli edito da Einaudi

 

Quando questo bel saggio di Edmondo Berselli è stato pubblicato, siamo stati colti da grande sorpresa e anche da una strana speranza.

La sorpresa era proprio nel suo contenuto, così diverso da tutti i suoi scritti precedenti. Nessun fuoco d’artificio, nessun paradosso, nessuna metafora che ci potesse alleggerire la serietà dell’analisi. Solo una riflessione profonda, senza diversioni e senza illusioni sulle cause e sugli esiti della crisi in cui siamo caduti.

Nello stesso tempo la speranza si fondava sulla possibilità che il pensiero di Berselli fosse stato forzato da una sopravvalutazione della gravità e della lunghezza della crisi e che si potessero quindi costruire efficaci correttivi per ricominciare in qualche modo la normalità precedente.

Sono passati due anni dalla morte di Edmondo e le sue amare riflessioni sono invece confermate da quanto ogni giorno accade intorno a noi. Lo sforzo di rimettere assieme i cocci del pianeta si dimostra sempre più difficile, mentre non si presenta all’orizzonte nessun intellettuale capace di costruire un nuovo pensiero e nessun leader politico è in grado di presentare un nuovo e credibile progetto di società.

Sembra proprio che la crisi si sia mangiato il futuro.

Il senso di questo libro è molto semplice: non è possibile costruire il futuro se si continuano a compiere gli errori del passato che ci hanno portato alla crisi. Di questi errori il più grave è la crescente iniquità nella distribuzione dei redditi. Essa ha agito contro le fondamenta stesse della nostra società distruggendo,”con violenza inusitata”, tutti i precedenti modelli di vita.

La quota di reddito del lavoro dipendente è andata, durante gli ultimi trent’anni, continuamente calando in tutto il mondo. La differenza nella remunerazione fra manager e dipendenti si è moltiplicata e la ricchezza si è accumulata attorno a gruppi sempre più ristretti, fino a donarci l’immagine di un mondo industrializzato non più diviso per classi contigue ma con una rottura crescente fra l’uno per cento degli onnipotenti e il novantanove per cento di spettatori progressivamente emarginati. Non solo si è rotto l’ascensore sociale che era stato il punto di riferimento della precedente fase di sviluppo del mondo occidentale ma l’edificio del capitalismo sembra essere rimasto addirittura senza scale.

La spiegazione di questa involuzione è tutta nella politica, anzi nella sottomissione della politica al mercato e alla finanza, in una continuità che si è prolungata ininterrottamente per quasi un trentennio. Di essa non sono responsabili solo le dottrine e le decisioni di Reagan e della Tatcher ma, come afferma con enfasi Berselli, anche la debolezza della socialdemocrazia, vittima del nuovo laburismo blairista “compromesso dalle menzogne geopolitiche e dalla guerra.”

E’ quasi una visione anticipata della protesta degli “indignados”e dei dimostranti contro Wall Street. Anch’essi sono alla ricerca di punti di riferimento per vedere ” se si può accendere qualche torcia nel buio prolungato del tunnel.”

Proprio le difficoltà che questi movimenti dimostrano nel cercare nuovi maestri o nel costruire nuovi progetti ci dimostrano quanto difficile e affascinante sia stato il compito di revisione che Berselli si è proposto negli ultimi mesi della sua vita.

Con grande onestà intellettuale e con un profondo realismo egli ci spiega infatti che non si vedono all’orizzonte nuovi pensatori e che nessun leader politico sembra avere la forza di invertire questo inesorabile declino.

Anche la grande speranza che aveva accompagnato l’elezione del presidente Obama si andava progressivamente consumando di fronte alla forza inarrestabile della finanza e alla ferma convinzione dell’elettorato che la diminuzione del peso fiscale è un’esigenza assoluta e prioritaria, anche se essa diventa un riconosciuto strumento per aumentare l’ingiustizia sociale.

Di fronte alla mancanza di profeti e di condottieri capaci di cambiare il mondo Berselli compie un’operazione intellettuale di estremo interesse e cerca nel passato gli stimoli e gli insegnamenti per costruire un futuro più umano. Non si rifugia nell’utopia ma rilegge i principi etici e operativi che erano stati alla base della ricostruzione e dello sviluppo nell’ultimo dopoguerra. Principi che, pur non essendo certamente perfetti, avevano contribuito a garantire lo sviluppo e ad elevare progressivamente il tenore di vita delle classi più modeste.
Berselli si riappropria di una base di speranza rileggendo quelle pagine di Hirshmann nelle quali è scritto che “in ogni condizione c’è una riforma possibile”. Una frase semplice, che può anche sembrare banale ma che indica una scelta precisa sia “contro la retorica reazionaria che nega la ragionevolezza di ogni vocazione riformatrice, sia contro le ambizioni e le illusioni pianificatorie, generatrici di catene di effetti perversi”.

Berselli si pone quindi alla ricerca dei principi etici e delle esperienze politiche del passato capaci di suggerire un “praticabile terreno d’azione per il futuro” e non sogni e promesse impossibili da realizzare.

Il futuro praticabile non viene trovato nei testi degli economisti e dei sociologi anglosassoni che, tra Harvard e Chicago, hanno alimentato il dibattito politico dell’ultimo secolo, ma nei passaggi delle Encicliche “sociali,” dalla Rerum Novarum in poi e nella “dottrina sociale di mercato” che aveva guidato la ricostruzione del mondo germanico ma che, negli ultimi anni, era stata messa in un angolo dagli stessi tedeschi.

Una dottrina che ritiene prioritario l’obiettivo di difendere coloro che sono rimasti soli e indifesi “in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza”e che pone in evidenza “l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato,” partendo dal fatto che il mercato, “senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, “non può pienamente espletare la propria funzione economica.”

L’applicazione più prossima di questi principi è proprio nel modello “renano”, che vede l’affermazione di un “capitalismo ben temperato” nel quale il potere degli azionisti è bilanciato, all’interno dell’azienda, dal ruolo dei dirigenti e dei sindacati e, all’esterno di essa, dal governo, dai poteri locali e dalle altre espressioni della società civile. Un capitalismo nel quale l’impresa è una realtà posseduta dai suoi proprietari ma che risponde all’intera comunità.

Berselli non è un utopista ma un solido padano e si rende perfettamente conto della difficoltà di questo obiettivo, tanto è vero che non manca di sottolineare che perfino i più noti intellettuali cattolici americani si sono esplicitamente schierati contro le parole di Benedetto XVI che ribadivano questi principi .
Nonostante queste difficoltà egli non rinuncia tuttavia a sperare che l’avanzare della crisi ponga almeno fine all’impossibile obiettivo di una crescita senza limiti che ci condurrebbe di nuovo alla rovina.

La messa in atto di questa speranza comporta necessariamente una revisione radicale delle nostre aspettative. Si tratta perciò di un processo lungo e difficile, che tuttavia può essere portato avanti con successo, come si legge nelle ultime parole del libro, “con un po’ di storia alle spalle e con un po’ di intelligenza e d’umanità davanti.”

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Dati dell'intervento

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aprile 12, 2012
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