Verso una nuova distribuzione della popolazione mondiale

L’emergenza natalità – Come aiutare quei Paesi che non fanno più bambini

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 23 agosto 2015

Il prof. Antonio Golini ha magistralmente riassunto su queste colonne i contenuti delle previsioni demografiche del più recente rapporto delle Nazioni Unite sulla popolazione, con tutte le possibili implicazioni a livello planetario. La popolazione mondiale continuerà a crescere ma non vi sarà un esplosione. I 7,3 miliardi di persone diventeranno presumibilmente 9,7 miliardi a metà del secolo, con tutte le conseguenze di carattere politico, economico e sociale.

L’aspetto più rilevante di questa recente analisi è che i tassi di natalità a livello mondiale tendono sempre più a divergere. Ben 83 paesi (che rappresentano il 46% della popolazione mondiale) avranno un livello di natalità inferiore a quello di rimpiazzo e, tra questi, addirittura 43 paesi perderanno abitanti in assoluto pur tenendo conto conto dell’aumento della vita media e delle prospettive di immigrazione.

Diminuiranno di popolazione in modo cospicuo l’Europa, la Russia, il Giappone, la Corea e Singapore, crescerà in modo relativamente modesto la popolazione cinese mentre aumenterà ancora il numero degli indiani ed esploderà quello dei paesi africani a sud del Sahara.

I cittadini del Sub-Sahara più che raddoppieranno, fino a superare i due miliardi e l’India arriverà oltre il miliardo e settecento milioni, anche se il suo tasso di natalità sta rapidamente diminuendo.

Per quanto riguarda l’Italia ci troviamo, insieme a Spagna, Germania e Grecia, tra i paesi europei a più basso tasso di natalità per cui, anche tenendo conto delle immigrazioni, perderemo entro la metà del secolo quasi quattro milioni di abitanti, cioè ben più della popolazione della città di Roma. In questa breve analisi mi limito ad alcune riflessioni che riguardano questi paesi, che cercano di riprendere vigore demografico anche di fronte alle forti pressioni migratorie.

In tutti questi paesi si vanno moltiplicando le riflessioni sulle politiche da adottare per incoraggiare l’aumento delle nascite o almeno per impedire una loro diminuzione, che in alcuni casi sembra davvero senza limiti. Le politiche volte ad incentivare lo sviluppo demografico sono state tante ma, nella maggioranza dei casi, hanno avuto risultati complessivamente limitati. I comportamenti demografici, mentre nella maggior parte dei casi (come in quello cinese) si adeguano ai dettati di una politica volta alla limitazione delle nascite, non sembrano invece obbedire alle politiche governative dedicate all’incoraggiamento della natalità.

Paesi molto diversi fra di loro, compresa la Turchia e Singapore, hanno avuto risultati trascurabili quando hanno operato sostanziosi trasferimenti di denaro alle famiglie in occasione della nascita di ogni bambino. Sempre più diffuse sono state inoltre le politiche volte ad aumentare la consistenza dei congedi parentali sia nei confronti del padre che della madre, ma questi così civili provvedimenti si sono fino ad ora dimostrati  più efficaci ad aumentare il senso di maternità (e sopratutto di paternità) che non ad accrescere il numero dei figli.

Quanto agli incentivi fiscali essi, oltre a presentare limiti simili a quelli degli aiuti finanziari diretti e cioè di non aumentare sostanzialmente le nascite, vengono sottoposti a forti critiche in quanto favoriscono le famiglie più ricche, quelle cioè che hanno aliquote fiscali più elevate.

Sia ben chiaro che tutti questi provvedimenti sono sacrosanti perché sostengono il peso del mantenimento dei figli che, soprattutto nelle famiglie numerose, è sempre stato gravoso e sta diventando sempre più gravoso. Si deve quindi sottolineare con vigore che queste politiche sono un obbligo per uno stato che voglia chiamarsi democratico. Dalle evidenze fino ad ora raccolte sembra tuttavia emergere che questi pur doverosi provvedimenti non siano efficaci a provocare un’inversione degli andamenti demografici dei paesi a basso livello di natalità.

Di maggiore efficacia, anche se non sempre rilevante, sembrano invece essere i servizi all’infanzia che rendono più compatibile (o almeno meno difficoltoso) conciliare il lavoro e la maternità.

Una parte delle differenze nel numero dei figli fra il Nord ed il Sud dell’Europa viene spiegata proprio da una diversa diffusione dei nidi e delle altre strutture al servizio della madre e del bambino, anche se ci sono casi in controtendenza, con una perdurante diminuzione delle nascita dove tali servizi esistono. Riflettendo sui dati che emergono dal rapporto dell’Onu si deve quindi concludere che, nella maggior parte dei casi, il problema della generazione dei figli va ben al di là degli incentivi adottati e segue linee ancora da esplorare o da quantificare in modo preciso perché rispondente a fattori meta-economici come le convinzioni religiose, il senso di solidarietà, la fiducia nel futuro, i modelli di vita e i comportamenti dominanti dell’ambiente in cui si vive. Non è infatti facilmente spiegabile come vi siano andamenti demografici sistematicamente differenti fra le aree metropolitane e quelle periferiche e, perfino, da quartiere a quartiere, come se la propria prolificità fosse influenzata dal comportamento dei vicini di casa. Così come resta da spiegare il crollo generalizzato, e quasi coordinato nel tempo, dei tassi di natalità di tutti i paesi del Mediterraneo che, nella prima generazione del dopoguerra, erano superiori a quelli di tutti gli altri paesi europei e che detengono ora il primato negativo pur non essendo purtroppo aumentata l’occupazione femminile.

Le previsioni dell’ONU, pur tenendo conto della loro incertezza, sono quindi utili a fornirci un quadro di tendenze su cui ragionare ma, in ogni caso, sono i governi e le opinioni pubbliche dei vari paesi che devono ricercare gli strumenti più adeguati per affrontare i problemi demografici, tenendo conto delle culture, delle condizioni economiche e delle diversità dei loro popoli.

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