Perchè è arrivato il tempo per gli Euro Union Bond

Perchè è arrivato il tempo per gli Euro Union Bond

Articolo di Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio su Il Sole 24 Ore del 07 marzo 2020

«EuroUnionBond» era il titolo di due nostri articoli su Il Sole-24 Ore nel 2011 e nel 2012. Il connettivo «Union» aveva ed ha un significato profondo per chi come noi è un europeista convinto. Adesso il tema degli Eurobond sta ritornando di urgente attualità: l’epidemia del Coronavirus obbliga a riprendere in esame questa proposta come strumento indispensabile per fronteggiare le conseguenze socioeconomiche di una crisi che inevitabilmente provocherà un rallentamento dell’economia europea e forse una recessione, nella quale l’Italia già tecnicamente si trova.

Questo tragico evento ci conferma che un’Unione economica e monetaria rimane incompleta e fragile se non è accompagnata dalla presenza di soggetti istituzionali in grado di emettere titoli di debito pubblico con i quali finanziare le necessarie politiche di interesse generale.

Politiche che sarebbero state utili ed opportune anche in passato, ma che sono ora indispensabili ed urgenti per effetto degli eventi che ci fanno oggi soffrire.

Queste affermazioni dovrebbero essere considerate ovvie ma sappiamo per esperienza che solo l’uso del termine “Eurobond” ha, negli anni passati, suscitato reazioni di rifiuto da parte di molti Paesi, a cominciare dalla Germania. Un rifiuto fondato sul timore che gli “Eurobond” siano solo un veicolo con il quale gli Stati indebitati cercano di scaricare il peso dei loro debiti sulle spalle dei Paesi così detti “virtuosi”.

Anche per sedare queste paure abbiamo ripetutamente avanzato, su queste stesse colonne durante il 2011 e il 2012, la proposta di introdurre “EuroUnionbond” di carattere innovativo in quanto dotati di garanzie reali, così da rendere meno rischiosi gli investimenti. Un’analisi tecnicamente dettagliata, anche a confronto con proposte precedenti e successive, è stata fatta nel 2017 da Quadrio Curzio. Il dibattito sugli Eurobond si è avuto anche alla Commissione e al Parlamento europeo ma sempre in termini sfumati e comunque messo in un angolo dalla resistenza di alcuni Paesi autodefinitesi come virtuosi.

Gli eventi recenti ci obbligano ad affrontare questo tema in termini ancora più stringenti ed urgenti: al ben noto obiettivo di operare per uno sviluppo più equilibrato del nostro continente si aggiunge infatti la necessità di affrontare con efficacia una crisi senza precedenti.

Ciò che sta avvenendo ci conferma che il futuro di una popolazione di quasi 500 milioni dì abitanti, con le sfide economiche, tecnologiche e ambientali del XXI secolo, non può essere delegato al rigore del bilancio pubblico di una singola nazione.

Eppure, di fronte a questa realtà, il bilancio comunitario prefigura per i prossimi sette anni una spesa annuale non superiore all’1% del Pil della Ue, mentre il Fondo di solidarietà europeo dispone di poche centinaia di milioni all’anno.

Si tratta di dotazioni che non sono nemmeno in grado di dare concreta possibilità di attuazione ai programmi recentemente avanzati dalla stessa presidente della Commissione.

Cambiare strada non solo è necessario ma anche perseguibile. L’emissione degli Eurobond è infatti oggi più facile da essere messa in atto per almeno quattro ragioni.

La prima è che il mondo è inondato di liquidità a tassi storicamente minimi sia sui titoli di Stato che per gli investitori di lungo periodo, alla caccia di rendimenti con bassi rischi e con diversificazioni geoeconomiche e valutarie.

La seconda è che il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) dell’Unione Europea è perfettamente rodato e valutato a rischio zero da parte degli organismi di vigilanza internazionale. Questa istituzione, partecipata dagli Stati membri della Ue, ha messo in atto emissioni obbligazionarie (proibito chiamarli Eurobond) fino a 40 anni e a tassi sotto l’1% e avrebbe, in breve tempo, la possibilità di arrivare a 400 miliardi di prestiti. Si tratta quindi di uno strumento del tutto sottoutilizzato.

La terza ragione è che la Banca europea degli investimenti (braccio destro dell’Unione Europea) è la più grande istituzione multilaterale pubblica del mondo (assai più grande della Banca Mondiale) con 65 miliardi di finanziamenti all’anno. Questi generano 250 miliardi di investimenti: troppo pochi per le sue dimensioni.

L’ultima ragione è che il “piano Juncker” varato nel 2014-2015 è andato bene ma con dimensioni inferiori alle necessità derivate dal crollo degli investimenti di cui si è detto sopra.

In conclusione: l’Unione Europea possiede tutti gli strumenti per mettere in atto per il prossimo decennio un progetto in grado di mobilitare, senza alcun rischio e con costi molto limitati, un incremento di investimenti di almeno 500 miliardi di euro all’anno. Quello che manca è la volontà politica.

L’azione di difesa di fronte a un problema così drammatico e imprevisto come il Coronavirus non può essere affidata ai sovranismi aggressivi del populismo ma nemmeno alle grettezze difensive di Stati che si ritengono più virtuosi semplicemente perché sono in condizioni privilegiate. Quello che sta succedendo rischia di spingere l’Europa in una crisi sistemica mentre, se riscoprisse le sue origini, sarebbe in grado di porla concretamente al riparo da una ricaduta peggiore della crisi 2009-2014 , che ha già causato tanti danni.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
marzo 7, 2020
Articoli, Italia