Nel mondo globale gli accordi globali sono diventati impossibili

 

Le difficoltà del Ttip – Nel commercioi internazionale più difficili i maxi-accordi

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 5 giugno 2016

Non dubito che la progressiva riduzione delle tariffe doganali abbia, negli scorsi decenni, guidato e spinto lo sviluppo dell’economia mondiale. Anche se, come capita per ogni disegno politico di grande portata, i prevalenti aspetti positivi sono stati accompagnati da notevoli elementi negativi. Molte imprese dei paesi più ricchi (soprattutto nei settori a basso livello tecnologico) hanno infatti pesantemente sofferto per la nuova concorrenza con diffuse perdite di occupazione. Tutti questi aspetti negativi sono stati tuttavia più che riequilibrati da uno sviluppo accelerato dell’economia mondiale, dal fatto che nuovi mercati si sono accompagnati alla nascita dei nuovi concorrenti e dal rafforzamento dei settori più avanzati nei paesi leader dell’economia mondiale.

Tutto questo ha indotto gli Stati Uniti a spingere verso un’ulteriore fase di espansione del commercio mondiale attraverso la proposta di due nuovi grandi trattati.

Il primo (indicato con la sigla TTP) volto a legare insieme dieci grandi paesi delle due sponde del Pacifico, abbassando le tariffe doganali nell’agricoltura e nell’industria e armonizzando molte regole del settore terziario.

Il secondo (che porta il nome di TTIP) è rivolto all’Europa. Dato che, in questo caso, le tariffe nel settore manifatturiero sono già state fortemente ridotte, esso tende soprattutto a facilitare il commercio dei beni agricoli e a ridurre gli strumenti “non tariffari” che tanto ostacolano il commercio tra le due sponde dell’Atlantico. Si tratta delle complicate regole burocratiche sulle certificazioni tecniche e sanitarie, degli ostacoli amministrativi che sono oggi il più pesante freno al commercio, dell’annoso problema dell’indicazione dell’origine geografica dei prodotti e delle eccezioni che toccano i delicati campi della cultura e della privacy.

Il testo del trattato del Pacifico è già stato definito: esso deve essere solo ratificato dai paesi partecipanti e, in particolare, dal Congresso americano. Il progetto dell’Atlantico, nonostante anni di trattative, trova ancora forti ostacoli in una crescente opposizione da parte di una sempre più vasta rappresentanza di interessi sia americani che europei.

Con questi due trattati si doveva concretizzare il grande disegno della fine del mandato del presidente Obama, un disegno non solo economico, perché si propone di mettere gli Stati Uniti nel ruolo di direttore dell’orchestra  del commercio mondiale, ma anche politico perché, tra gli obiettivi prioritari, vi è quello di escludere la Cina da questa nuova grande alleanza. In tal modo si metterebbe in atto una coalizione così grande e forte da emarginare il gigante asiatico.

Il disegno si è rivelato tuttavia sempre più difficile nel tempo ed ha trovato crescenti opposizioni non solo da parte di stati o di imprese portatori di interessi diversi ma anche all’interno degli Stati Uniti. Siamo arrivati infatti all’incredibile situazione che tutti e tre i candidati che oggi corrono per la prossima presidenza americana sono contrari a uno dei più grandi progetti del presidente in carica. Perfino Hillary Clinton, che in passato si era dichiarata in favore dei trattati, è stata costretta dalle pressioni degli elettori a cambiare posizione.

In questa situazione diventa assai difficile che il trattato del Pacifico venga approvato durante la presidenza Obama, mentre è sostanzialmente impossibile che vada in porto l’accordo dell’Atlantico, perché i punti di dissenso tendono ad aumentare più che a diminuire.

Dobbiamo a questo punto riflettere sul perché il generale riconoscimento della positività  dell’aumento del commercio mondiale coesista con la quasi altrettanto generale opposizione alle proposte che sono ora sul tavolo.

Una prima anche se debole spiegazione può trovarsi nella segretezza con cui si sono svolte le prime fasi delle negoziazioni e nella mala grazia con cui gli americani hanno portato avanti questo progetto. Una mala grazia che si può riassumere nella lettera di accompagnamento alla conclusione del progetto di trattato sul Pacifico, lettera nella quale il Presidente Obama scrive che l’accordo sottoscritto costituirà la base perché gli Stati Uniti possano “dettare le regole del commercio internazionale per tutto il ventunesimo secolo”. Un’espressione che non può evidentemente piacere a tutti.

Il fatto sostanziale è invece che il mondo è cambiato. Gli interessi si sono complicati e i portatori di interessi contraddittori ma concentrati hanno sempre più voce nella politica dei diversi paesi.

Per essere più esplicito: nel mondo globale gli accordi globali sono diventati impossibili.

Di conseguenza il necessario disegno di rafforzare i legami economici fra i diversi paesi dovrà d’ora in poi essere portato avanti in modo totalmente differente. Non più accordi globali o quasi-globali ma trattative su settori limitati e su problemi specifici, in modo da potere avere un rapporto più diretto con i portatori di interessi diversi e da tenere conto delle realtà con cui ci si presenta di fronte al processo di globalizzazione. Realtà che, in molti paesi, si traducono in un forte livello di disoccupazione e in una crescente disuguaglianza.

Il disegno di una maggiore collaborazione fra i popoli non può essere cancellato dal futuro della nostra agenda politica, dato che questo disegno porta pace e prosperità. Esso deve essere tuttavia portato avanti in modo realistico, passo per passo, in pazienti negoziati che tengano conto del fatto che la globalizzazione non può esse imposta dall’alto ma che la si può mettere in atto solo tramite una partecipazione sempre più ampia ed attiva da parte di coloro che ne devono essere protagonisti e non soggetti passivi. Limitandone perciò le  conseguenze negative.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
giugno 4, 2016
Articoli, Italia