La Germania ha dettato le regole, ma valgono anche per la Deutsche Bank?

Caso Deutsche Bank – La Germania alla prova delle regole uguali per tutti

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 2 ottobre 2016

Che la Deutsche Bank fosse sotto osservazione da parte del mercato non era certo un mistero. Quando un titolo perde in pochi mesi il 50% del proprio valore significa che c’è qualcosa che non va. Per la Deutsche non si tratta però degli stessi problemi che preoccupano le nostre banche perché i crediti in difficoltà (i così detti non performing loans) non gravano in modo anomalo sul colosso germanico. È vero che il sistema bancario tedesco è meno solido del suo apparato industriale ma questa debolezza è sempre stata limitata alla seconda banca del sistema (Commerz Bank) e ad un non trascurabile numero di banche regionali e di casse di risparmio che, in quanto a legami particolari con gli interessi politici locali, non sono seconde a nessuno.

Inoltre, fino a pochi anni fa, la Deutsche era la Germania stessa: alla sua azione si deve la riorganizzazione dell’apparato produttivo tedesco e gran parte della stabilità dei suoi delicati equilibri.

Negli ultimi due decenni l’orizzonte di questa grande banca si è progressivamente allargato a livello globale e, anche se rimane uno dei pilastri fondamentali dell’economia tedesca, essa conta quasi la metà dei suoi dipendenti e la maggioranza dei suoi affari al di fuori della Germania.

I suoi principali concorrenti sono le grandi banche americane. E tra esse emergono i cinque giganti del sistema mondiale, cioè Bank of America, J.P. Morgan. Citigroup, Morgan Stanley e Goldman-Sachs.

Nel nuovo quadro concorrenziale la Deutsche ha adottato le stesse strategie di questi suoi più diretti concorrenti e, seguendo l’evoluzione della finanza mondiale, si è progressivamente caricata di “derivati” ed altri complessi prodotti finanziari, la cui valutazione è estremamente complessa anche da parte delle autorità di vigilanza. Titoli dai quali, forse a causa del suo provincialismo, il sistema italiano si era mantenuto distante. Per cui appariva a molti osservatori più sano degli altri.

Quando, arrivata la crisi finanziaria, i problemi della valutazione di questi titoli sono giunti al pettine con lo sciagurato crollo della Leheman, il governo americano è corso prontamente ai ripari e ha guidato e concretamente aiutato la riorganizzazione del suo sistema bancario  mentre l’Europa ha prolungato le proprie incertezze, adottando regolamenti complicati e di difficile interpretazione.

Con il progredire della recessione l’analisi delle debolezze europee si è concentrata soprattutto sui crediti dubbi o inesigibili, colpendo in particolar modo il sistema bancario italiano, indebolito non solo dalla crisi dell’edilizia ma anche dal crollo del PIL, dalla chiusura di quasi un quarto del suo apparato produttivo e da una caduta dei profitti e degli investimenti senza precedenti.

Negli ultimi mesi la debolezza dell’economia e i bassi tassi di interesse hanno fatto arrivare al pettine anche i nodi dei derivati e degli altri titoli tossici, riguardo ai quali il sistema europeo non aveva messo in atto i massicci interventi adottati dal governo americano.

La Deutsche Bank, anche perché il governo tedesco (così come quello italiano) non aveva ritenuto opportuno ricorrere ai massicci aiuti pubblici messi in atto in Spagna e Gran Bretagna per il salvataggio delle banche pericolanti, si è trovata quindi in progressiva difficoltà.

Un bel contributo ad aumentare questa difficoltà è stata infine la decisione del governo americano (Department of Justice) di appioppare una corposa multa alla Deutsche per presunti comportamenti non corretti nel campo dei famosi derivati e affini.

Il variare delle previsioni dell’ammontare della cifra ha fatto saltare in alto e in basso le azioni negli ultimi giorni, ma il problema non è questo perché la Deutsche dispone di risorse effettive e potenziali certamente sufficienti a farvi fronte.

Il problema sono le incertezze e i dubbi rispetto a come sono misurati gli attivi e i passivi della banca. Si pongono in questo caso problemi analoghi a quelli che si sono posti sui criteri di valutazione dei rischi bancari a livello europeo, criteri che hanno particolarmente colpito il nostro sistema, basato soprattutto su una normale attività creditizia. Nel caso della Deutsche si deve inoltre tenere conto del fatto che, ad influire sul livello delle quotazioni, sono i grandi fondi di investimento (soprattutto americani ) e, anche se in misura più limitata, lo stesso governo americano.

Non voglio con questo dire che sia cominciata una guerra sistemica fra Stati Uniti ed Europa e continuo a ritenere i casi Apple e Volkswagen come casi a parte, ma sono costretto a constatare che, ancora una volta, le divisioni europee ci rendono più deboli di fronte alla globalizzazione. La circostanza che a soffrire sia una banca tedesca non deve perciò dare alcun respiro di sollievo a noi italiani perché noi e i tedeschi respiriamo la stessa aria. Mi auguro solo che il governo tedesco, che si trova di fronte alla pur non imminente possibilità di dovere intervenire a rafforzare con un aiuto diretto un pilastro del suo sistema economico, si renda conto che la casa europea si regge solo se tutti i pilastri si sostengono a vicenda. Come si conviene per ogni edificio ben costruito.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
ottobre 2, 2016
Articoli, Italia