Solo una riscossa etica e politica può salvare il Mezzogiorno

Il peso dell’illegalità

Una riscossa etica per salvare il Sud

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 23 ottobre 2011

Non so se per rassegnazione o per paura, ma è certo che si parla sempre meno del Mezzogiorno. Si parla spesso di problemi specifici, come i rifiuti o la criminalità, ma non si riflette  sull’arretramento della società meridionale riguardo agli aspetti fondanti della vita economica e sociale. Quando si ha l’avventura di leggere i rapporti o i documenti presentati dalla Svimez alla Camera dei Deputati si è presi perciò da un vero e proprio sconforto,  come accade di fronte a un evento nefasto contro il quale non esistono rimedi.

Il triste inventario parte dalla constatazione che la crisi economica ha colpito il Mezzogiorno ancora di più del resto d’Italia e che di ripresa, anche modesta, non se ne parla nemmeno. Perfino i consumi alimentari delle famiglie si sono ridotti per tre anni consecutivi: questo non è purtroppo una sorpresa vedendo che il Sud, che copre una quota pari al 30% di tutti gli occupati del Paese, ha sopportato il 55% delle perdite dei posti di lavoro causate dalla crisi.

Non solo la disoccupazione aumenta ma la disperazione è tale per cui molti non cercano nemmeno più un posto. Questa è ormai una fatica inutile anche se si è disposti ad entrare nelle aree grigie del mercato del lavoro, che si annidano soprattutto nell’edilizia e nell’agricoltura.

E’ infine necessario riflettere sul fatto che gli occupati con contratti regolari (incluso il part time) sono il 38% della popolazione in età lavorativa del Mezzogiorno contro il 58% del Centro-Nord.

La crescente disoccupazione tocca soprattutto i giovani e comprende sia coloro che hanno un basso livello di istruzione sia coloro che hanno alle spalle molti anni di scuola, dato che un terzo dei laureati e dei diplomati al di sotto  dei 34 anni non svolge alcuna attività.

Nel breve spazio degli ultimi cinque anni, i diplomati che si iscrivono all’Università sono arretrati dal 70 al 61% e un quarto dei ragazzi meridionali svolge i suoi studi universitari al Nord, nella speranza che questo aiuti a trovare successivamente un’occupazione.

Per effetto dell’emigrazione e dell’ulteriore diminuzione delle nascite, il Mezzogiorno perderà, nei prossimi vent’anni, un giovane su quattro . Se non muteranno le attuali tendenze, i sette milioni di abitanti al di sotto dei trent’anni si ridurranno a poco più di cinque, mentre gli undici milioni del centro-nord rimarranno undici milioni.

Si debbono quindi condividere le sconsolate conclusioni del rapporto Svimez per cui il risultato di questi cambiamenti produrrà un vero e proprio “tsunami” demografico e il Sud, da un’area ricca di menti e di braccia, si trasformerà  in un’area spopolata, anziana ed economicamente sempre più dipendente dal resto del Paese.

Da una simile situazione non si esce  con interventi di tipo economico ma solo con decisioni e comportamenti in grado di porre fine alle anomalie e alle diversità rispetto agli altri paesi ad elevato livello di sviluppo civile ed economico.

Il nostro Sud, nonostante la sua centralità nel Mediterraneo, non ha mai attratto investimenti stranieri. Nonostante le sue bellezze naturali e i monumenti di rara bellezza è fuori dalle grandi correnti turistiche. Nonostante il suo clima è un esportatore marginale di primizie agricole. Se tutto questo avviene e dura tenacemente da tanti decenni nonostante tanti esperimenti di interventi economici (a cominciare dalla Cassa del Mezzogiorno) bisogna pensare a qualche misura diversa dalla pur necessaria costruzione di infrastrutture o dall’erogazione di sussidi. Ho troppo presente nella mia mente la caduta delle speranze generate dall’inizio del decollo industriale di Catania e Napoli e ricordo ancora con dolore il progressivo soffocamento del porto di Gioia Tauro che, con la sua unica posizione geografica, con i suoi unici fondali e con le sue moderne attrezzature, poteva davvero costituire lo strumento per la costruzione di una nuova Calabria.

Il Mezzogiorno non corre al passo del mondo contemporaneo perché la criminalità e i comportamenti illegali lo hanno isolato dal resto del mondo. Perché nessuno investe risorse in attività che corrono il rischio di essere quotidianamente taglieggiate dal mancato rispetto della legge. Perché nessuno si sente protetto da una classe politica a volte complice e a volte debole di fronte alle prevaricazioni. Perché, di conseguenza, le energie migliori fuggono.

Non sono gli interventi economici che pongono rimedio a questa situazione ma soltanto un mutamento etico e politico. Ed è in questa direzione che lo Stato e i cittadini debbono camminare.

A questa semplice conclusione  si doveva  arrivare molti decenni fa, senza illuderci che un po’ di denaro  avrebbe cambiato le coscienze e i comportamenti,  mentre è solo il cambiamento delle coscienze e dei comportamenti che può preparare un futuro al nostro Mezzogiorno.

Romano Prodi

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
ottobre 23, 2011
Italia