Restituire sovranità ai cittadini, o la frattura col potere diventerà incolmabile

I cittadini devono tornare sovrani

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 10 Giugno 2012

Questa settimana sono stati pubblicati due documenti che, pur non collegati tra di loro e pur non rifacendosi agli avvenimenti di questi giorni, ci aiutano a riflettere sui nostri problemi e, forse, ci offrono indicazioni per uscirne. Il primo documento (già ottimamente illustrato su queste colonne da Oscar Giannino) è il rapporto del Centro studi della Confindustria. I suoi contenuti sono molto semplici e chiari: la nostra industria, che è la base principale della ricchezza nazionale, sta cedendo di fronte alla concorrenza mondiale.

Non si tratta soltanto di una debolezza di fronte al dinamismo americano e asiatico: l’elemento preoccupare è l’aver perduto una quota maggiore anche rispetto alla Germania e alla Francia, che pure hanno a loro volta dovuto affrontare nuovi mercati e nuovi concorrenti. Tra il 2007 e il 2011 siamo passati dal 4,5 al 3,3 per cento della produzione industriale mondiale con l’aggravante che, dopo la caduta generale del biennio 2008-2009, ci siamo rialzati con più lentezza e siamo poi ricaduti in una crisi che ci mantiene con un segno negativo superiore a quello dei nostri concorrenti.

Poco ci consola il fatto che, con il suo 3,3 per cento della produzione mondiale, l’Italia rimane sopra al 2,9 per cento della Francia e al 2,0 della Gran Bretagna, dato che questi due Paesi non fondano la loro prosperità sull’industria ma, soprattutto, sui servizi.

Queste cifre, crude nella loro semplicità. si sono casualmente incrociate con le riflessioni di una ricerca del Censis su come il cittadino italiano si rende conto della propria “perdita di sovranità” nei confronti dei poteri interni ed internazionali.

Esso si sente lontano e impotente di fronte ai propri governanti, ai governanti europei e allo strapotere della finanza internazionale. In questo rapporto si legge che la sovranità del cittadino, fondamento di ogni regime democratico, è ormai un sogno perduto. Il distacco tra cittadino e potere è percepito come crescente e, di fatto, incolmabile.

Questi due documenti sembrerebbero non aver nulla in comune ma, a mio parere, sono le due facce di una stessa medaglia o, per essere più precisi, sono due aspetti della stessa crisi di un Paese che non riesce a costruire il proprio futuro perché incapace di precise scelte economiche e politiche.

Tra le prime non sono solo da elencare le ben note riforme del funzionamento dei mercati ma soprattutto l’indispensabile aumento delle dimensioni delle imprese e la necessaria crescita del loro contenuto innovativo. Imprese più grandi e lavoratori più preparati per un mondo più grande e per una concorrenza più aspra. Sugli aspetti politici, alla perdita di sovranità dell’Italia (come degli altri Paesi europei di fronte alla finanza globalizzata) sappiamo che si può porre rimedio solo con una condivisione della sovranità a livello europeo.

Rimane però aperto il problema del rapporto tra i cittadini italiani e i propri governanti, perché senza un riavvicinamento e un rinnovamento di questi rapporti noi rimarremo in posizione secondaria anche in casi di un recupero della sovranità europea.

Credo invece che, a questo proposito, si stiano facendo ulteriori passi indietro. Ogni giorno escono nuove proposte di riforma elettorale, proposte che vengono poi macinate in un dibattito che sembra organizzato per metterle su un binario morto. Così sono finiti su un binario morto il referendum sul finanziamento ai partiti e la raccolta delle firme sulla riforma elettorale. Sulla stessa linea hanno proceduto le recentissime decisioni sulle autorità garanti: i nuovi componenti (indipendentemente dal giudizio sulle persone) sono percepiti come garanti degli equilibri dei partiti e non come garanti dei diritti dei cittadini.

E lo stesso sentimento nasce dalla decisione del Senato di salvare dagli arresti domiciliari un collega parlamentare cui invece la giunta delle autorizzazioni aveva dato il via libera. Io credo che i problemi sollevati dal documento del Censis e da quello di Confindustria siano strettamente collegati, perché nessuna delle necessarie riforme economiche e politiche potrà mai essere messa in atto con credibilità se i partiti, con le loro decisioni concrete, si distaccano sempre più dai cittadini. Non è possibile cioè ricostruire il funzionamento dell’economia e della vita democratica se non con il ripristino della loro fiducia nei confronti dello Stato.

Se il cittadino non si sente sovrano, il Paese diventa rinunciatario e non è più capace di intraprendere, di innovare e di attuare le riforme. Il distacco è tuttavia ormai così evidente e così sottolineato dagli avvenimenti quotidiani che è ricomponibile solo con grandi decisioni e quindi con radicali cambiamenti. Quello che un tempo era accettato oggi non lo è più: di questo bisogna tenere conto.

Se questi cambiamenti non avverranno, la definitiva frattura della società italiana finirà col divenire inevitabile. Per ora non vi sono segnali che i partiti si rendano conto che essi si stanno suicidando senza nemmeno sapere cosa verrà dopo..

 

 

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