Rassegnarsi al declino: un errore imperdonabile

Pasqua in una mensa della Caritas

Pasqua in una mensa della Caritas

La crisi, Il Paese, le risposte.

Rassegnarsi al declino: un errore imperdonabile

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 4 aprile 2010

È arrivata anche la Pasqua ma la crisi economica non accenna a finire. Ogni giorno si parla di segnali di ripresa, rapidamente smentiti dai dati successivi. La realtà è che, dopo un crollo della produzione e del reddito, ci si accontenta di avere nelle statistiche il segno più, anche se seguito da uno zero virgola qualcosa. Un quadro ormai consueto, che da molti mesi ci vede camminare nel fondo di un catino, rispetto al quale non è possibile scendere ulteriormente ma dal cui fondo non riusciamo a risalire se non con la velocità delle lumache. Andiamo cioè più lenti degli altri Paesi europei, che pure viaggiano più lenti degli Stati Uniti, a loro volta enormemente distanziati dai Paesi asiatici. Continuando così in Italia ci vorranno più di cinque anni per avvicinarsi al livello a cui ci trovavamo prima della crisi.

Non dobbiamo perciò stupirci che il perdurare di questa situazione stia allargando l’area di disagio e di sofferenza dei molti che hanno perduto il lavoro o che si trovano direttamente colpiti dalla lunga crisi economica. In molti casi si sono infatti esauriti i pochi risparmi accumulati, in altri i legami della solidarietà familiare non riescono più a fare fronte nemmeno alle necessità più elementari e ovunque sono in continua diminuzione i fondi a disposizione delle autorità locali per scopi di assistenza.

Basta rivolgersi alle strutture della Caritas o alle organizzazioni assistenziali di qualsiasi città italiana per rendersi conto di quanto sia cresciuto il numero delle persone e delle famiglie che non sono più in grado di fare fronte nemmeno ai bisogni essenziali. Il numero di coloro che chiedono il pasto quotidiano è più che raddoppiato rispetto a due anni fa e, nei centri di assistenza a cui si rivolgevano quasi esclusivamente gli extracomunitari, chiedono oggi aiuto migliaia e migliaia di cittadini italiani.

Vent’anni fa questi fenomeni, uniti all’evidenza dell’ampia evasione fiscale che emerge dalle statistiche ufficiali pubblicate in questi giorni, avrebbero provocato tensioni, ribellioni e disordini.

Oggi non succede nulla, come nulla succede in Paesi come la Spagna dove il malessere e la disoccupazione sono ancora maggiori. Nell’Europa della crisi e delle crescenti disparità la pace sociale domina incontrastata. L’unica modesta eccezione è costituita dalla Grecia, dove le dimostrazioni non hanno avuto origine nella parte più miserevole della popolazione ma tra i pubblici dipendenti, direttamente toccati dalle misure prese dal governo per arginare la crisi finanziaria del Paese.

Diverse possono essere le spiegazioni di questo comportamento ma sono spinto a pensare che esso sia in primo luogo dovuto alle caratteristiche di questa crisi, che non tocca singoli settori o singole imprese ma si estende in tutto il sistema economico, dall’industria al commercio, dalle banche alla finanza. Una crisi percepita non come un evento transitorio ma come un fase di un grande cambiamento secolare, nel quale potere e ricchezza si muovono verso nuovi orizzonti e segnatamente verso l’Asia. Di fronte a fenomeni di questo tipo non solo la rabbia cede il posto alla rassegnazione ma perfino i pochi elementi di speranza si rivolgono verso direzioni assolutamente inedite e fino a poco tempo fa inimmaginabili.

Non posso infatti non rilevare il fatto che di fronte alla minaccia di chiusura di alcune tra le poche grandi imprese ancora esistenti nel mezzogiorno e cioè la Fiat di Termini Imprese e gli impianti chimici sardi di Porto Torres e di Ottana le attese dei lavoratori, dei sindacati e delle comunità locali siano concentrate nella speranza di interventi Cinesi, Tailandesi o del Qatar. Nemmeno la fantasia più incontrollata avrebbe potuto immaginare una simile ipotesi solo pochi mesi fa.

Davvero un segno di cambiamenti epocali, di fronte ai quali non possiamo permetterci di assistere passivamente ma abbiamo il compito di preparare una risposta fatta di ricerca, innovazione e cambiamenti radicali nella gestione delle nostre imprese e della nostra società. Sappiamo tutti quanto sia complessa e quanto sia difficile questa risposta ma vorrei terminare queste mie riflessioni affermando, con un concreto esempio, che questa risposta è possibile. Negli scorsi mesi infatti una giovane impresa di nome Yoox e che vende on line in tutto il mondo il più raffinato made in Italy, ha riportato in Italia, e precisamente in Calabria, una cinquantina di posti di lavoro per ingegneri di software che prima operavano in India. E lo ha fatto non per puro amore di patria ma perché ha trovato proprio in Calabria un gruppo di giovani estremamente preparati che, con la loro intelligenza e con la loro capacità di lavoro hanno reso conveniente trasferire in Italia funzioni di alto livello di qualificazione. Capisco che questo è un esempio di modeste dimensioni ma esso dimostra che è ancora possibile preparare una strategia contro la rassegnazione. E non solo nel giorno di Pasqua.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
aprile 4, 2010
Italia