Quei cattolici che fecero laica l’Europa

Adenauer, Schuman e De Gasperi (1952)

Adenauer, Schuman e De Gasperi (1952)

Quei cattolici che fecero laica l’Europa

Discorso di Romano Prodi in apertura al Convegno sull’edizione dei dispacci Pacelli, pronunciato a Munster il 24 marzo 2010 e parzialmente ripreso su Il Sole 24 Ore del 25 marzo 2010

A) Le due Europe

L’oggetto su cui lavorano gli studiosi raccolti in questo congresso e in questo network nato fra Bologna, Münster e Roma, è l’Europa fra le due guerre mondiali, l’Europa di Pio XI e della sua diplomazia, l’Europa delle generazioni scolpite dalla ferocia del totalitarismi. Di quella Europa è importantissimo conoscere le vicende e le grandi direttrici politiche perché è nel rovesciamento totale di quelle direttrici che è cresciuta l’altra Europa, quella che (dalla fine della seconda guerra mondiale alla caduta del muro di Berlino) è andata fortunatamente nella direzione opposta.

Nel periodo tra il ’18 e il ’38, cioè nei vent’anni tra le due guerre, l’Europa ha conosciuto la logica del riarmo come strumento per uscire dalla crisi economica e ho assistito ad un tragico sviluppo dei nazionalismi. Una convergenza che ha visto protagonisti gli Stati, ma spesso anche le culture e le ideologie che si sono proposte come identità armate in lotta.

Questa gigantesca convergenza di intenti ha portato verso un conflitto che nessun politico e nessuna politica è stata in grado di governare. Evidentemente non nei totalitarismi, ma neppure tra le democrazie si è capito dove si stava andando. Né in Francia, né in Gran Bretagna c’è stata una classe politica capace di leggere quel clima. Ed è mancata la concordia di intenti, che è la forza con cui la politica si oppone ai processi degenerativi. Quella Europa è rimasta prigioniera di una cornice che, dal primo dopoguerra a oltre la crisi del 1929, getta le basi di quelle politiche di spesa pubblica e di spesa militare che in Germania e in Italia divengono lo strumento per eccellenza di formazione di un consenso malato e violento.

L’Europa che esce dalle macerie di quel mondo, quest’Europa che oggi vorremmo vedere soggetto attivo della scena internazionale, protagonista dello sviluppo interno, motore di un impegno di ricerca dal quale i temi etici e politici non sono per nulla marginali o meno decisivi per il suo futuro di quelli delle scienze – ebbene l’Europa che esce dalla seconda guerra mondiale prende una direzione opposta. Quando Adenauer, De Gasperi e Schumann parlano tra di loro in tedesco e senza mediazioni, hanno, per l’Europa, un chiaro disegno, anche se ancora non formalizzato e concluso.
Hanno il disegno di evitare la guerra a ogni costo, di costruire la pace: e hanno tutti e tre alla loro base un fortissimo fondamento religioso. E’ un caso? Forse. Ma tutti e tre trovano in esso un’armonia di principi fondamentali di pace e di coesistenza umana.

Paradossalmente anche la divisione dell’Europa e la stessa minaccia sovietica rafforzano questa intenzione anziché farla vacillare: la memoria della guerra, della tragedia degli anni Trenta, delle dittature, vive forte nell’anima europea e spinge quella generazione che era stata testimone dell’impotenza a cercare nella concordia, nello sviluppo economico e nella pace la forza capace di legare il continente.  È una classe dirigente che interpreta e guida una spinta profonda, che viene dal basso. Ed è talmente profonda che perfino la guerra fredda e la stessa divisione della Germania fungono da cemento e non da fattore disgregante, come avrebbe pur potuto accadere.

Quel disegno del secondo dopoguerra conosce qualche sosta, conosce esitazioni e insorgenze nazionalistiche ma va avanti superando gli ostacoli fino alla creazione dell’euro, un “miracolo” storico senza precedenti, perché non s’era mai visto nella storia dell’umanità che lo Stato rinunciasse ad uno dei suoi pilastri fondanti che è la moneta.

Bisogna tuttavia riconoscere che man mano che ci si è allontanati dalla guerra, e soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, questo grande spirito di concordia, di convergenza è venuto calando e ha lasciato sempre più spesso il posto ad una idea di Europa come somma delle convenienze, da negoziare attraverso compromessi fino al compromesso dei compromessi che è il trattato di Lisbona. Esso è certo meglio di niente (guai se non fosse stato ratificato), ma è il congelamento di un disegno in attesa di un futuro che si spera migliore.

Ancora pochi anni fa, nella Commissione da me presieduta, l’euro e l’allargamento avevano un significato di continuazione di quel grande disegno storico che reagiva a tutte e a ciascuna delle grandi pulsioni politiche, culturali e spirituali che avevano distrutto l’Europa fra il 1918 e il 1938. Oggi la distanza da quell’orizzonte di esperienze e di conoscenze si è allargata e rende più difficile scrivere un nuovo progetto d’Europa.

Paradossalmente il fatto che l’Europa sia percepita da tutti, dai popoli e dagli interessi, come un dato acquisito, quasi burocratico e per questo senza ritorno, non aiuta. Noi sappiamo che i grandi interessi economici, che da sempre sono alla base delle pulsioni dittatoriali, sono oggi meno pericolosi, perché regolati e depotenziati in un più ampio spazio europeo (e non a caso i padri fondatori partirono da lì: dal carbone e dall’acciaio). La caduta delle dogane, le regole economiche comuni, lo stesso euro, non permettono più ai nazionalismi di costituire l’elemento trainante della politica europea.

Ed è anche per questo che assistiamo ad una ripresa di tutte le forze populiste su scala nazionale e al radicarsi di “etnicismi” locali che propugnano un razzismo di quartiere che del populismo diventa la base.

Quello che oggi danneggia l’Europa è il trionfo del corto periodo politico, legato al combinarsi di cortissimo periodo elettorale. Infatti non sono pochi i leader politici che capiscono qual è l’interesse generale, ma che davanti a scadenze elettorali europee, nazionali, regionali, comunali preferiscono la via del populismo e del localismo. In alcuni paesi questa tendenza si sviluppa in modo tradizionale, come nel partito conservatore in Gran Bretagna, in altri paesi assume forme nuove come il lepenismo, la lega, ecc.: tutto questo crea un ostacolo insormontabile alla costruzione di una politica europea.

Queste tendenze immettono nuovamente nel mercato politico e delle opinioni pubbliche un fattore che, nell’Europa fra le guerre, quella delle dittature e della catastrofe, è stato pericolosamente decisivo, cioè l’elemento della paura.  Oggi il catalizzatore della paura è costituito dalla globalizzazione e dall’enorme rivolgimento globale delle migrazioni – più ancora che dal terrorismo. Il terrorismo può essere imbragato, fa appello a soluzioni razionali di security. L’immigrazione, invece, entra nella sfera dell’irrazionale, della paura per il quotidiano e per il futuro.

È un terreno delicatissimo perché noi sappiamo che, dopo la prima guerra mondiale, sulla paura dei reduci e sulla paura della crisi economica ha attecchito l’antisemitismo e la logica che ha portato alla Shoah. Sulle analogie tra l’antisemitismo e l’attuale paura dell’immigrato, come anche sui problemi posti allora e oggi alla coscienza della Chiesa, io non so rispondere e lascio a voi lo studio dell’argomento. Mi preme solo segnalare che ogni volta che l’Europa si trova a un grande bivio, la Chiesa si trova davanti ad una grande straordinaria responsabilità.

B) La formazione cattolica

Abbiamo fatto un breve cenno a Adenauer, Schumann, De Gasperi – generazione che si forma negli anni di Pio XI e in un clima nel quale nemmeno la Chiesa capisce che sempre e subito lo scambio offerto dai totalitarismi – anticomunismo in cambio di dittature – è un tragico inganno. E abbiamo fatto un cenno al fatto che una fede e una sensibilità religiosa li accomuna anche se, essi, quando danno concretezza alla loro idea d’Europa non aspettano (e nemmeno ricevono) avalli ecclesiastici di sorta.
È un punto che mi preme perché – lo posso dire come ex studente della Università Cattolica – ho fatto in tempo ad essere partecipe di una scuola di formazione delle coscienze che preparava a rispondere con grande senso di responsabilità e rischio personale alle situazioni e alle scelte. A rispondere sulla base di una formazione di una coscienza adulta, che era uno dei punti  chiave della nostra formazione cattolica.

Al tempo stesso, però, una coscienza senza uno strumento politico rimane sul piano privato: se non avessimo avuto l’idea di Europa, prima o poi il comparire di altri interessi ci avrebbe riportato indietro. E anche lo stesso obiettivo di evitare le tragedie della guerra prima o poi diventa impossibile se non si costruiscono gli idonei strumenti politici.
La forza della generazione uscita dalla guerra è stata quella di associare una struttura spirituale solida a una idea politica che ha permesso – è la prima volta dalla fine dell’impero romano – di avere tre generazioni che non hanno conosciuto la guerra. Ricomporre tutte le nostre nazioni in un comune progetto europeo ha funzionato: non possiamo negarlo. La controprova storica l’abbiamo avuta nella Yugoslavia, dove la morte di un leader e il crollo di un sistema hanno portato alla guerra civile, cosa che non è successa in nessun paese membro della Unione Europea.

Possiamo quindi criticare l’attuale impasse, ma la situazione è oggi infinitamente migliore di quella che potrebbe essere. Ciò tuttavia non diminuisce il bisogno di leaders che si sforzino di comporre l’interesse del loro Paese con quello europeo. Ricordo Helmut Kohl che diceva: “Molti dei miei cittadini sono contro l’euro, però io voglio l’euro perché, caduto il muro di Berlino, dev’essere chiaro che non vogliamo un’Europa germanica ma una Germania europea”. Questa è leadership. E io stesso nel mio primo governo, lanciai il messaggio provocatorio di una tassa per l’Europa, in modo da rendere esplicito che se l’Italia non avesse avuto la capacità di entrare nell’euro, pagando il doveroso prezzo, sarebbe rimasta schiava di vizi e squilibri storici.

Ciò che oggi appare drammatico è che ogni paese guarda all’Europa per massimizzare i propri guadagni: obiettivo legittimo solo se è compatibile con un progresso dell’Europa come tale.

È su questo piano che l’esperienza religiosa può rivelarsi una risorsa di utilità generale: che la sensibilità peculiarmente universalista del cristianesimo, che relativizza i nazionalismi e gli identitarismi può servire a tutti nel costruire regole di vita comuni in cui tutti possano vivere in modo libero e reciprocamente responsabile.

C) Il valore della conoscenza del passato

Tutto questo è una semplice introduzione al lavoro che voi farete studiando la formazione diplomatica di Pio XII e le fasi del governo di Pio XI. Dal mio punto di vista di politico europeo io lo vedo come un utile richiamo alla sfida che ci sta davanti e che ancora noi non abbiamo affrontato. Cioè l’insegnamento della storia europea agli europei. Una storia che viene ancora insegnata con l’occhio del passato nell’analisi e nel giudizio.

La mancanza di una visione comune sul piano politico e culturale non espone oggi l’Europa al rischio di involuzioni fasciste ma a quello della irrilevanza: una irrilevanza che sul piano simbolico è diventata evidente quando, durante le celebrazioni per la caduta del muro di Berlino, il presidente Obama non era a Berlino ma in Cina. E questo avveniva non in conseguenza di uno scontro politico fra l’Europa e gli Stati Uniti ma perché la babele delle posizioni europee privava il presidente americano di un interlocutore unico con cui dialogare e confrontarsi. L’Europa non ha infatti una visione comune, come quella di cui fu portatrice la generazione precedente, quella che parlava in tedesco di un futuro europeo, consapevole che ci sono momenti della storia che capitano una sola volta.

Quella visione che ha generato il nostro oggi, avrebbe bisogno di nuove basi: uno sforzo per costruire una politica economica comune, una politica estera comune. Un passo per sancire la fine dell’unanimità nelle decisioni fondamentali per il nostro futuro e la possibilità di uscire dall’Unione per chi non ne accetta gli obiettivi, impedendo agli altri di portare avanti progetti comuni.

Stare insieme è facile o difficile indipendentemente dal numero dei paesi membri. Essendo stato presidente dell’UE quando aveva 15 e poi 25 membri, posso dire che con 15 o 25 le difficoltà sono le stesse. Lo dico con la consapevolezza che alla base del mio discorso c’è una ingenuità, una voluta ingenuità storica, che è quella di pensare che nell’Europa di oggi ci sia ancora un forte pensiero comune, un’autentica sensibilità comune. Invece dominano le paure.
Perché i paesi non si lascino mangiare dalle paure bisogna che vengano messi di fronte a una scelta: o stare dentro all’Unione con la consapevolezza che essa è una realtà che deve evolvere e crescere oppure uscire dall’Unione stessa. Non si può essere membri dell’Unione solo per esercitare la funzione di freno.

Se il no del referendum irlandese non produce alcun effetto sugli irlandesi è chiaro che il voto conseguente sarà un voto irresponsabile. Ma se il referendum chiede: “volete andare avanti con tutta l’Europa oppure volete uscire da questo patto federativo?”, io penso che alla fine, pur di non perdere i grandi vantaggi dell’Unione, si affrontino anche le scelte più difficili. Ritengo anche che, come nel primo dopoguerra le democrazie senza un disegno hanno ceduto alle dittature, oggi senza un disegno finiremo per soccombere alle paure.

D) Cercare ciò che unisce

Io sono nato nel 1939. Nella mia adolescenza, la ricostruzione, la speranza, tutto si chiamava “Europa”. Per un ragazzo cattolico c’era una sovrapposizione fra l’attesa di una pace europea stabile e la fiducia nella fratellanza dei popoli: un senso spontaneo di speranza che era al tempo stesso assorbente e mai messo in dubbio.

Proprio grazie a quella forza e a quella condivisa fiducia perfino il comunismo appariva alla mia generazione come un fatto esterno ed estraneo. Una parte di noi di fronte al comunismo aveva sposato un’opzione puramente ed esclusivamente anticomunista. Ma sul piano politico nemmeno l’anticomunismo è stato in grado di separare in modo definitivo l’Europa: si spiega così il fatto che la mattina dopo la caduta dei regimi comunisti, l’Europa si sia sentita ricomposta in una sua armonia quasi naturale. Certo molte ideologie, anche se riferite al passato, esercitano la loro influenza anche in tempi successivi.

L’opzione semplicemente e radicalmente anticomunista era giustificata e quasi ovvia nel periodo della guerra fredda.
È tuttavia un paradosso del tutto italiano constatare come l’anticomunismo più “puro” e più “ideologico” si sia affermato solo dopo la definitiva morte del comunismo. Ma forse non si tratta di un paradosso in quanto anche l’anticomunismo “puro” e “ideologico” si basa sull’idea che la paura sia un elemento unificante.

Tuttavia, come dice il Nunzio in Italia, mons. Giuseppe Bertello (testimone oculare del genocidio rwandese prima di arrivare a Roma) chi semina paure perde presto la possibilità di governarle.

Oltre che da fattori ideologici, chiaramente, il mercato della paura è oggi alimentato da altri fattori che ho citato in precedenza e che vengono veicolati da un sistema mediatico che è il solo a non essersi europeizzato. I media sono rimasti nazionali. Vi sono certo le grandi reti mondiali, che tuttavia sono reti americane. Il dibattito e l’informazione in Europa sono ancora rimasti fondamentalmente ristretti a livello nazionale, dominati da questioni nazionali. Raramente si alza lo sguardo sugli orizzonti unificanti che generano speranza. Chi ha provato a fare reti d’informazione europee è fallito, probabilmente anche per questioni linguistiche. Il medioevo era unificato dalla possibilità di predicare in latino; il primo europeismo, dicevo all’inizio, era stato costituito conversando in tedesco sotto una finestra. Prima o poi si arriverà all’inglese come nuovo latino europeo, ma per ora questo non è ancor accaduto e l’informazione rimane zavorrata da una rappresentazione frammentata, che lascia ulteriore spazio all’incomprensione e alla paura.

In questo contesto le chiese hanno la grande occasione di portare una spinta etica unificante, di essere il lievito di una aspirazione di pace in una società pluralistica nella quale la capacità di mediare – che è il cuore della politica – sia valorizzata nella visione di un orizzonte più vasto e di un futuro più lungo. La Chiesa Cattolica in modo particolare ha su questo piano una vocazione peculiare che le deriva proprio dal fatto che alcuni dei suoi figli sono stati protagonisti di quella stagione di convergenza che ha regalato a questo continente una pace di inedita durata.

In questo l’episcopato europeo ha dato prova di sé in diversi modi. Pensate al modo in cui Giovanni Paolo II ha sostenuto il processo di unificazione e di allargamento, riuscendo a leggere nel crollo dei regimi comunisti senza spargimento di sangue qualcosa che impegnava tutta la sua Chiesa. Pensate all’episcopato tedesco che ha mantenuto aperto un dialogo con l’altra Germania e ha sostenuto le scelte del cancelliere Kohl sulla riunificazione con la lungimiranza di cui il card. Lehmann è stato l’emblema. E ricordo con gratitudine la continua e proficua collaborazione con la Conferenza Episcopale Tedesca durante tutti gli anni della mia presidenza alla Commissione Europea con l’intento di rafforzare i contenuti etici e spirituali dell’Unione. Si potrebbe citare inoltre lo sforzo del cardinal Martini per la nascita di un organismo ecumenico di vescovi europei e il positivo ruolo in tale senso giocato dai cardinali Danneels o Lustiger.

Naturalmente non tutti hanno ritenuto di condividere questo disegno fondato sul dialogo e sulla mediazione. In questa direzione ho infatti incontrato difficoltà non marginali nella mia attività di Governo durante la quale il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Camillo Ruini, forzando il concetto di non negoziabilità dei principi ha, con grande abilità politica, impedito ogni possibilità di mediazione su alcuni temi riguardo ai quali una saggia mediazione è assolutamente necessaria per la convivenza civile e per la concreta applicazione dei principi stessi. Sono inoltre personalmente convinto che sia il dialogo a rendere più fecondo il messaggio del Vangelo.

Le chiese sanno più di altri che il nodo il futuro della politica è quello della saggia mediazione culturale: una capacità di trovare equilibri dinamici che, senza compromettere e senza confondere principi, valori e convinzioni, guardi alla società pluralistica come ad un dono. Così in una appartenenza alla propria famiglia religiosa cosciente e gioiosa, osservante e umile, ciascuno possa capire qual è il suo posto come membro di una società pluralistica, che cerca di accordarsi nei modi e forme diverse a seconda delle necessità, rendendo con questo più facile il perseguimento del bene comune.

Se questo slancio verrà da risorse interiori, bene: se no verrà da altre parti, perché l’Europa deve andare avanti e andrà avanti. Io non mi auguro che la spinta venga da qualche grave crisi – ma sento di poter dire che se non ci saranno spinte ad andare avanti una crisi potrebbe diventare il motore che fa ripartire un progetto politico capace di catalizzare energie economiche, intellettuali e spirituali. Un progetto fortemente puntato sul pluralismo che crei emozione e speranza nella gente, da opporre a quei progetti che cercano di puntare su identità che dividono e sulla paura.

Negli anni fra le due guerre il nazionalismo era alimentato dall’illusione di una centralità dell’Europa: si sottovalutava ampiamente la potenza economica e militare degli Usa. Il grande progetto europeistico della seconda metà del secolo XX invece si basa sulla consapevolezza che proprio la complessità del mondo – oggi molto accresciuta dalla definitiva emersione della Cina, dallo spostamento del baricentro mondiale nell’area pacifica, dalla visibile impossibilità di tenere l’Africa per generazioni e generazioni in una condizione subumana – richiede un messaggio unificante.

Oggi l’Europa non ha più la centralità di un tempo ma, soprattutto, ha sempre meno un messaggio unificante da proporre, se non quello banalmente populista. Un populismo che ne diminuisce l’autorità nella considerazione del mondo e la rende irrilevante perfino su quei quadranti (pensate al medio Oriente) che le sono contigui. Ma questa situazione critica può aprire nuove opportunità, dimostrando che c’è bisogno di cambiare mentalità, di essere capace di pagare un prezzo serio in termini di riconoscimento dell’altro. La Chiesa può insegnare questa nuova mentalità, con una pedagogia positiva, che sappia dosare i no e accompagnare una società in tumultuosa trasformazione. Oggi che non siamo più tutto, bisogna saper pensare parole di pace e dire per tempo parole di pace, perché per ogni cosa c’è un tempo e c’è un tardi.

E) Conclusioni

Ecco dunque qualche contributo alla vostra discussione, che spero vi dimostri quanto ci si aspetta da ricerche come la vostra ricerca, che toccano un punto iniziale del processo di unificazione europeo le cui conseguenze arrivano fino a noi e che mi auguro troveranno il sostegno che merita da chi oggi dirige le politiche della ricerca dell’Unione.

Per molto tempo il sistema europeo e anche grandi agenzie nazionali hanno avuto pochi strumenti per investire in questi settori della ricerca, preoccupati soprattutto che finanziare qualcosa in cui appariva la parola “religioso” potesse portare a forme di discriminazione diretta o indiretta e mettesse in pericolo la imparzialità delle istituzioni dell’Unione.

Iniziative come questa possono aiutare anche gli organismi decisionali a distinguere meglio fra il piano del dialogo con le comunità religiose come tali – con le loro liste di issues e con modalità di rapporto ormai consolidate dalla prassi – e il piano della conoscenza storica della vita e delle relazioni di quelle comunità nel grande spazio europeo. La formazione di una generazione di studiosi di questi fatti e processi costituisce come tale una opportunità su cui l’Europa dovrà investire.

Romano Prodi

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
marzo 25, 2010
Italia