Per mettere a posto i bilanci pubblici c’e’ bisogno di crescita, occupazione e stabilità dell’euro

L’Italia e gli altri paesi

Prodi: come reagire alle nuove turbolenze finanziarie

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 10 luglio 2011

ROMA – È stata proprio una brutta settimana per l’economia italiana. Non solo la Borsa è precipitata ma, soprattutto, la differenza tra i tassi di interesse del nostro debito pubblico e quelli tedeschi ha raggiunto i 248 punti base, arrivando quindi a livelli che, pochi mesi fa, erano propri dell’Irlanda e del Portogallo. Un aumento di questa portata, se prolungato nel tempo, rende quasi impossibile il risanamento del nostro bilancio.

Con un debito intorno al 120% del Prodotto interno lordo ogni punto in più del tasso di interesse ci obbliga a sacrifici pesantissimi.Le incertezze e le divisioni tra i leader europei sono certo la ragione fondamentale di queste ripetute tensioni nei mercati finanziari. Tuttavia il precipitare degli eventi è la conseguenza prossima della speculazione internazionale, che ha potuto manifestarsi con una particolare violenza nella giornata di venerdì a seguito delle crescenti tensioni manifestatesi all’interno del governo italiano.Il tutto era partito da una delle ormai solite dichiarazioni di un’agenzia di rating (in questo caso la Moody’s) che ha declassato i titoli portoghesi a livello di spazzatura.

In questo caso l’Italia non c’entrava per nulla ma, come spesso avviene in queste occasioni, è partito un attacco speculativo in tutte le direzioni. A causa delle nostre debolezze tale attacco si è accanito soprattutto contro i nostri titoli pubblici e i nostri titoli bancari, anche se non vi era alcun segnale di particolare novità per le nostre finanze e le banche italiane sono infinitamente meno indebitate con i Paesi a rischio rispetto alle banche tedesche e francesi.

Si può anzi affermare che le nostre banche non sono per nulla indebitate con Grecia, Irlanda e Portogallo mentre Francia e Germania ci sono dentro fino al collo. Le banche italiane hanno soprattutto un problema: sono italiane.

Il modo e il tempo (a mercati aperti) con cui sono stati resi noti i giudizi delle società di rating hanno riacceso la discussione sul ruolo politico che queste agenzie hanno ormai assunto. Appare infatti sempre più giustificato il sospetto che, data la loro origine americana, esse giudichino in modo diverso imprese e Stati europei rispetto al trattamento riservato agli Stati Uniti.

In effetti i conti pubblici americani sono peggiori rispetto ai peggiori Paesi europei, tanto da fare dichiarare alla più recente missione del Fondo monetario internazionale che «la dinamica del debito pubblico americano è assolutamente insostenibile». L’aggiustamento necessario per raddrizzare il bilancio pubblico degli Stati Uniti è infatti infinitamente più gravoso di quello necessario per mettere ordine alle finanze italiane. Eppure nemmeno il più piccolo allarme viene sollevato sulla solvibilità del debito americano.

Capisco che nella fattoria degli animali non tutti sono uguali ma l’opinione che si usino metri inappropriati è ormai diffusa sia a Bruxelles che in tutte le capitali europee. Non credo che la proposta di creare agenzie di rating sostenute dai diversi governi europei sia una cosa saggia, perché ne accentuerebbe ulteriormente la natura politica, ma è certo che se agissero nei mercati agenzie non americane (siano esse europee o cinesi o indiane) il metro di giudizio sarebbe certamente meno sospetto.

Le tensioni all’interno del governo, poi, hanno purtroppo offerto ragioni corpose a chi intendeva speculare al ribasso sull’Italia. Una legge finanziaria che rinvia ad un futuro più lontano possibile gli interventi di risanamento dei conti dovrebbe infatti essere almeno garantita da un governo stabile e coeso. Le tensioni tra i diversi ministri, fra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia e le divergenti linee politiche tra i partiti di governo sono state certamente la causa principale della seconda ondata di vendite al ribasso, che si è soprattutto manifestata nella giornata di venerdì.

Urge quindi porre rimedio a errori e debolezze che, se prolungati nel tempo, renderanno non credibile (e quindi impossibile) la nostra azione di risanamento. Di questa mancanza di credibilità non è possibile attribuire la colpa né a Moody’s né agli speculatori internazionali.

Un altro avvenimento importante della settimana economica è stato l’aumento del costo del denaro di 0,25% deciso dalla Banca centrale europea. Era una decisione scontata e prevista, che dimostra la lodevole attenzione della Bce a combattere ogni accenno di inflazione.

Non vorrei però che questo lodevole comportamento diventasse troppo lodevole. La crescita dell’economia della zona euro non ha infatti mantenuto nel secondo trimestre dell’anno le buone prospettive che si erano manifestate nel primo trimestre, mentre l’inflazione rimane in limiti modesti e trova la sua origine soprattutto nei prezzi delle materie prime e dell’energia, rispetto ai quali l’aumento del costo del denaro non ha alcuna influenza positiva.

Non capisco perciò perché si stia diffondendo l’opinione che quest’aumento debba essere seguito da altri aumenti. Per mettere a posto i bilanci pubblici c’è bisogno soprattutto di crescita, di occupazione e di un euro che non continui ad aumentare di valore nei confronti del dollaro. Questi obiettivi dovranno avere l’assoluta priorità da parte della Bce, almeno fino a quando continueremo ad essere tranquilli nei confronti dell’inflazione.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
luglio 10, 2011
Italia