L’itinerario collettivo che il Paese non trova

Lavoratori clandestini in attesa del permesso di soggiorno

Lavoratori clandestini in attesa del permesso di soggiorno

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 22 Agosto 2010

I paradossi dell’economia italiana sono sempre più difficili da comprendere e, di conseguenza, ancora più difficili da spiegare. Negli ultimi anni ci siamo dedicati a cercare di capire come un basso livello di natalità, che data ormai da almeno trent’anni, possa essere compatibile con un’elevatissima disoccupazione giovanile e con un altrettanto elevato tasso di immigrazione. Non è infatti comprensibile in modo intuitivo come questi tre dati possano andare assieme nello stesso Paese e nello stesso periodo di tempo.

A complicare le cose è arrivato un ulteriore elemento di conoscenza, che cioè nella fascia d’età dai 15 ai 30 anni vi sono oltre 900.000 “invisibili”, quasi un milione di giovani che non studiano e, almeno ufficialmente, non lavorano.

Una parte di questi appartiene probabilmente al mercato del lavoro clandestino, ma questo non è un elemento di consolazione perché si tratta in ogni caso di occupazioni precarie, sottopagate e incapaci di fornire agli stessi giovani la possibilità di formare una famiglia e, tantomeno, la prospettiva di costruirsi una pensione. In Italia, inoltre, il numero di immigrati è arrivato alla soglia dei quattro milioni e, anche in questo periodo di difficoltà economica, il loro numero non tende a calare in modo sensibile perché sono essi che si accollano i lavori faticosi, usuranti, pericolosi o socialmente umili che ben pochi italiani sono disposti ad accettare.

Ultimo elemento di questo paradosso che spinge il Paese verso il basso è il costante calo della produttività che, negli ultimi dieci anni, anche tenendo conto di tutte le controversie statistiche è fortemente diminuita e che è ancora più rapidamente caduta nell’ultimo periodo.

Di fronte a questi dati non possiamo limitarci a chiedere quando usciremo dalla crisi ma se e come ne usciremo. Cosa può infatti succedere ad un Paese nel quale un alto livello di disoccupazione convive con un’immigrazione non qualificata, con un continuo calo della produttività e un sempre più elevato numero di giovani specializzati che emigrano verso l’estero? La risposta è semplice: il combinato disposto di questi fenomeni non può che portare alla diminuzione del livello di vita degli italiani ed alla generale decadenza del Paese.

Non è sufficiente a consolarci la constatazione che alcuni settori industriali hanno ripreso ad esportare, perché questo non è un fatto generalizzato e soprattutto perché l’industria pesa soltanto per un quinto del nostro Prodotto interno lordo. Nei settori industriali in cui siamo più competitivi è ormai difficile aumentare la produttività con innovazioni dei processi, che sono già ad elevati livelli di sofisticazione. La produttività si aumenta soprattutto dando vita a prodotti o a servizi innovativi, che si vendono a un prezzo più alto. L’aumento della produttività è frutto di una continua ricerca.

Soprattutto il nostro settore terziario, che pesa per i tre quarti dell’intera economia, non gioca quasi alcun ruolo internazionale: non nella distribuzione, non nella progettazione, non nei trasporti, poco nei servizi finanziari, non nella logistica, non nell’architettura, non nei servizi turistici, non nella consulenza. E potrei continuare con questo lamentoso elenco.

Di conseguenza le offerte di lavoro specializzato calano e i nostri giovani di qualità vanno a lavorare all’estero. Non è più soltanto una fuga dei ricercatori ma di tutti i giovani più intraprendenti che operano nei settori innovativi e globalizzati.

Negli anni ’80 e ’90 ci siamo illusi che il problema potesse essere risolto dalla tumultuosa crescita del lavoro autonomo, ma quasi nessuno di quelli che hanno fatto questa scelta ha costruito iniziative con dimensioni capaci di competere nel nuovo scenario internazionale e, purtroppo, molti di coloro che con grandi speranze si erano messi in proprio sono oggi letteralmente alla fame.

Le cose nuove nella produzione di beni o di servizi si fanno solo se si attraggono energie e risorse umane nuove. Non se importiamo unicamente coloro che sono disposti a fare i lavori che i nostri giovani rifiutano, mentre i migliori di loro sono costretti ad emigrare.

Riusciremo a contrastare questo declino solo se il sistema Paese sarà in grado di conservare in Italia ed attirare dall’estero imprese ed energie umane di alto livello. Oggi, secondo tutte le analisi e i riscontri internazionali, siamo fuori dal giro. Stiamo cioè uscendo dalla storia. Non illudiamoci che ci salvi il nostro passato: i Paesi vivono nel presente e nel futuro.

In questo quadro la missione principale della Pubblica amministrazione è quella di liberare il terreno dagli ostacoli che bloccano il fiorire delle nuove opportunità. La missione delle banche, delle imprese, delle professioni, delle università è di investire nel nuovo e scommettere sui giovani con coraggio e visione, rigore e attenzione al merito.

Per tentare di salvarci abbiamo bisogno di costruire un itinerario collettivo: spetta soprattutto alla politica di tracciarne la strada. Non mi sembra però che nella presente estate si sia molto lavorato in questa direzione.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
agosto 22, 2010
Italia