Brennero, Grecia, Brexit: serve una politica comune prima che sia troppo tardi

Il caso Weidmann – Più profondo il solco che ci divide da Berlino

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 1 maggio 2016

Non sappiamo se nei pochi giorni passati a Napoli sia entrato qualche sassolino nelle scarpe del Presidente della Banca Centrale Tedesca. È certo tuttavia che, di passaggio a Roma nel suo viaggio di ritorno dopo una breve vacanza partenopea, Jens Weidmann di sassolini se ne è tolti parecchi. Anche in modo inusuale perché lo ha fatto non in un rituale colloquio con il suo collega italiano, ma in un un pubblico incontro presso l’ambasciata di Germania. Un incontro a cui erano stato invitati giornalisti, politici, accademici e uomini d’affari, in modo che il messaggio arrivasse chiaro e forte a tutti.

Molta era la curiosità degli invitati non solo per la personalità dell’oratore, ma anche perché l’incontro avveniva pochi giorni dopo una lunga intervista al Financial Times nella quale Weidmann aveva sorprendentemente difeso la politica di Draghi proprio contro le critiche del ministro delle Finanze tedesco Wofgang Schaeuble, che aveva accusato la Banca Centrale Europea di avere aiutato, con la sua politica di bassi tassi di interesse, l’affermazione elettorale dei partiti di estrema destra in Germania.

Quest’intervista aveva sorpreso un po’ tutti, dati gli stretti rapporti di collaborazione fra lo stesso Weidmann e la Cancelliera che, qualche anno fa, lo aveva inaspettatamente indicato come governatore della Bundesbank, sorprendendo coloro che sostenevano l’indipendenza assoluta fra governo e banca centrale. Era facile quindi interpretare quest’intervista come una presa di posizione a favore della signora Merkel nei non infrequenti confronti che essa ha avuto col suo ministro delle finanze. Altri, in modo ancora più malevolo, hanno addirittura voluto trovare una spiegazione di quest’insolita difesa della BCE al lungo cammino che Weidmann starebbe iniziando per succedere a Draghi quando terminerà il suo mandato nel 2019.

Qualsiasi ipotesi si voglia accreditare su quella intervista, il discorso di Roma ha avuto un tono inaspettato: esso non si è limitato a riflettere sulla politica europea o su quella germanica ma è entrato a testa bassa nel cuore della politica italiana.

Weidmann ha da prima incentrato il suo discorso sul debito pubblico e sulla influenza negativa che i paesi più indebitati hanno nei confronti della solidità della moneta comune. Anche se ha esordito osservando che il problema del debito non riguardava un solo paese perché esso è lievitato ovunque come conseguenza della crisi, quasi a dissipare ogni dubbio sul fatto che si rivolgeva particolarmente all’Italia, ha criticato direttamente il ministro Padoan, considerato troppo ottimista per il fatto di ritenere che una più stretta cooperazione fra i diversi paesi possa costituire un utile incentivo a rispettare le regole europee.

Weidmann si è poi esposto in una critica alla Commissione Europea per la debolezza da essa dimostrata nel fare rispettare i limiti che i trattati pongono ai bilanci pubblici. Peccato che si sia dimenticato di ricordare che le ali della Commissione sono state tagliate proprio da una sistematica opposizione tedesca e francese al controllo dei bilanci nazionali da parte di un’autorità sovranazionale come la Commissione.

L’affermazione più pesante nei confronti dell’Italia è stata tuttavia rivolta alle nostre banche che, secondo Weidmann, dovrebbero avere “meno dipendenza” dai titoli di stato del nostro paese, in quanto questa dipendenza toglierebbe risorse alla parte produttiva dell’economia e, nei paesi più indebitati, aumenterebbe il rischio sistemico delle banche.

Tutto ciò può essere giusto perché, almeno in teoria, il rischio sovrano è certamente maggiore per l’Italia che per la Germania ma Weidmann ha mancato tuttavia di osservare che, per le banche, è ancora più grande il rischio di avere in portafoglio titoli “derivati” di dubbia solidità, titoli che le banche tedesche posseggono in grande abbondanza.

Anche quest’episodio ci porta a concludere che non passa giorno senza che le divergenze aumentino fino a obbligarci a pensare ad una possibile definitiva rottura. Guarda caso, nelle stesse ore in cui la Germania ammoniva noi italiani, veniva riaffermata la volontà di controllare sempre più strettamente i passaggi dal Brennero e ritornava nell’agenda il problema del debito greco.

Riguardo alla Grecia ritorna semplicemente sul tavolo quello che tutti sapevano,  cioè che essa non è materialmente in grado di mantenere gli obblighi che le erano stati imposti con l’accordo dell’agosto scorso e non può nemmeno pensare di adottare altre misure di austerità perché tali misure non sarebbero sopportabili né materialmente né politicamente. Tutti sapevamo che questa era la realtà delle cose perché la Grecia non era semplicemente in grado di pagare i propri debiti ma, nello stesso tempo tutti speravamo che le posizioni fra forti e deboli e fra sud e nord si sarebbero avvicinate.

Sta invece accadendo l’opposto: Brennero, Grecia e Brexit aggiungono ferite ad un’Europa che da troppi anni non è più in grado di formulare una politica comune.

Non siamo ancora al punto di rottura ma ci siamo ormai pericolosamente vicini. Muoviamoci prima che sia troppo tardi.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
maggio 1, 2016
Articoli, Italia