L’odio contro Israele, la tragedia di Gaza e le assenze che pesano
La tragedia di Gaza e le assenze che pesano
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 04 agosto 2026
Ci siamo tutti commossi ed abbiamo sofferto nel vedere come Gaza, da tempo città-prigione, è stata rasa al suolo.
Per settimane e settimane abbiamo vissuto la distruzione totale di ogni edificio, abbiamo pianto l’uccisione di settantamila suoi abitanti e ci siamo angosciati per le condizioni di vita dei superstiti, privi di ogni protezione, di ogni organizzazione sanitaria e scolastica, di acqua, di elettricità e di cibo.
È la disumanizzazione di una comunità di oltre due milioni di abitanti che da più di tre generazioni vive in condizioni indegne.
Il tutto con l’obiettivo di eliminare il governo di Hamas, certamente non solo autoritario ed oppressivo, ma responsabile della folle e crudele strage del 7 ottobre 2023 che aveva provocato la morte di 1200 cittadini israeliani. Dopo due anni di distruzione di Gaza si era finalmente, anche se faticosamente, firmata una tregua. Nonostante questo i conflitti sono continuati, provocando ulteriori distruzioni e altre vittime, senza che nessuno corra in soccorso dei suoi abitanti.
Oggi i due terzi del già misero territorio di Gaza sono occupati dall’esercito israeliano. La parte restante è isolata da un terrapieno che mostra ancora più chiaramente la volontà di rendere definitiva la mutilazione.
Nonostante le mirabolanti e fantasiose promesse di Trump, nessun progetto concreto è stato portato avanti nei confronti di una qualsiasi ricostruzione il cui costo è stimato superare i settanta miliardi di dollari.
L’unica cosa certa è che la parte di Gaza non ancora occupata dall’esercito israeliano è ancora più saldamente nelle mani di Hamas.
Riflettendo su tutti questi eventi, mi rimane impresso l’assurdo giudizio di un attento esperto internazionale (israeliano) che, commentando tutto questo, osservava che la strategia di Netanyahu nei confronti di Gaza era stata così assurda da essere paragonabile solo all’idea che, in Italia, qualcuno avesse deciso di radere al suolo Palermo per sconfiggere la mafia.
Pochi giorni fa il Presidente Trump ha ancora una volta annunciato di avere le carte in mano per imporre la pace fra Israele e Hamas, “mettendo fine a un incubo che dura da tremila anni”. Il risultato è che gli Israeliani vogliono che il disarmo di Hamas preceda il ritiro dell’esercito israeliano e i dirigenti di Hamas che il ritiro dell’esercito israeliano preceda il disarmo. Tutto è quindi fermo e, a quanto risulta dai resoconti ufficiali, Netanyahu e Trump non hanno nemmeno affrontato l’argomento durante il loro recente incontro di Camp David.
Ancora più significativo è il deterioramento della situazione in Cisgiordania.
Fin dall’inizio del suo governo Netanyahu si era proposto di colonizzare sempre più la Cisgiordania occupata, ma l’oppressione messa in atto dai coloni è andata oltre ogni previsione. Si è estesa e accelerata l’occupazione delle terre, l’espulsione delle comunità locali, le detenzioni senza processi, l’incendio dei raccolti, l’uccisione del bestiame e si sono moltiplicati gli assalti ai villaggi palestinesi, con azioni sanguinose portate avanti con la diretta protezione dell’esercito israeliano. La geografia della Cisgiordania è così radicalmente cambiata che la pur difficilissima ipotesi della soluzione di due stati è ora del tutto impensabile, come è impensabile l’ammorbidimento della politica israeliana prima delle elezioni politiche del prossimo 27 ottobre.
L’unica ipotetica attenuazione di questa progressiva oppressione potrebbe avvenire per effetto di un’imposizione di Trump. L’opinione pubblica americana appare infatti sempre più contraria alla moltiplicazione dei conflitti e un allentamento delle tensioni tra Israele e Palestina, anche se, per la società americana, non ha la stessa rilevanza di quanto sta avvenendo nello stretto di Hormuz, costituirebbe certamente un elemento positivo per il presidente americano.
Nel tentativo di avvicinarsi a questo obiettivo, Trump parla sempre trionfalmente di obiettivi di pace raggiunti. Obiettivi che, regolarmente, finiscono nel nulla.
Continuando a sperare in qualche cambiamento, è bene aggiungere all’analisi dei fatti due brevi considerazioni. La prima è che, in questo scenario così importante per il futuro di tutto il mondo, i protagonisti sono solo gli Stati Uniti, Israele e l’alleanza fra Iran e Hamas. Manca per propria volontà la Cina, ma mancano, per loro colpa, l’Unione Europea e le Nazioni Unite.
La prima è ormai paralizzata dalle sue divergenze interne e la seconda ha perso ogni ruolo politico ed è stata progressivamente ridotta ad un’istituzione umanitaria. Come tale fa tutto il possibile per alleviare le sofferenze di Gaza e della Cisgiordania, ma il mondo avrebbe bisogno di qualcosa di più.
La seconda osservazione è che, in ogni caso, il combinato disposto di tutti gli eventi del Medio Oriente ha ulteriormente accresciuto l’importanza politica e militare di Israele che, avendo conservato il legame con gli Stati Uniti, è l’indiscussa superpotenza di tutta l’area. Una superpotenza tuttavia totalmente circondata da popoli ostili. Israele ha certamente la capacità di concludere accordi di amicizia con i loro governi, ma gli avvenimenti che sono stati oggetto della nostra riflessione hanno radicalizzato e prolungato l’odio dei popoli nei confronti di Israele. Siamo quindi di fronte a un’eredità che, se non vi si porrà rimedio, produrrà molte tragedie per molte altre generazioni.
















