Meloni ha trasformato il voto in un referendum sul governo

Prodi: «Ue, divisi scompariamo. Il mondo è finito in mano agli autocrati»

Intervista di Eugenio Fatigante a Romano Prodi su Avvenire del 15 marzo 2026

Lungo colloquio con l’ex capo della Commissione: «Meloni molto allineata su Trump, cambi linea sull’unanimità o ci condanna alla nullità. Il gas russo? Temo che ci torneremo»

Romano Prodi è “molto preoccupato” per la situazione mondiale e per i destini dell’Europa. Lo ripete più volte nel suo studio bolognese, insistendo come un mantra: “Divisi, scompariamo“. In oltre un’ora di chiacchierata il già presidente della Commissione Europea e due volte premier confida timori (molti) e speranze e ragiona sulle vie d’uscita da questo pantano (con qualche incursione nella politica italiana). Sedersi davanti a Prodi per parlare di Europa è come sfogliare un libro di storia. A partire dalle pagine sull’Iran: “Khamenei lo incontrai una volta sola. Ricordo la sua camera, spoglia: un letto, un tavolino e una sedia in legno. Mi disse quattro parole, ma trasmetteva l’idea di un potere assoluto. Erano gli anni del presidente riformista Khatami, fui l’unico leader occidentale ad andare a Teheran, in accordo col presidente Usa Clinton che all’inizio non voleva. Ricordo che alla cena ufficiale per la prima volta furono ammesse le donne. La grande speranza in quel Paese la perdemmo col fallimento di quella stagione”.

Anche l’Europa sta facendo passi indietro. Perché?

Perché abbiamo perso le speranze e la fiducia che tutti avevano riposto in noi, da Est a Ovest. Ricordo quando, prima dell’euro, il presidente cinese Jiang Zemin mi diceva: “Che bello, così se accanto al dollaro ci sarà l’euro, ci sarà posto anche per il nostro rembimbi“. C’era allora la visione di un mondo pluralista, in cui l’Europa faceva da arbitro non solo per la sua forza, ma per capacità d’innovazione e di contenuti. A partire dai diritti. Sa qual è la definizione più bella che ho sentito dell’Europa?

Quale, mi dica?

Non è di un grande leader, ma di un anonimo deputato romeno. Ero al Parlamento di Bucarest dove i vari partiti esprimevano il loro assenso all’adesione all’Unione europea. Si alzò questo omone, si presentò come deputato della minoranza non ungherese. Fece un discorso bellissimo, disse: “Mio nonno è stato ucciso dal regime, mio padre costretto all’espatrio. Non voglio più vedere tutto ciò e voglio entrare nell’Ue perché l’Europa è ‘un’unione di minoranze‘.”. Oggi abbiamo perso questo afflato, era il bene più prezioso che avevamo.

Era inizio millennio. Avrebbe mai pensato dopo 20 anni di trovarsi fra così tanti conflitti?

Il mondo è finito in mano agli autocrati, che non badano né alle rovine né alle stragi. Torna la sempre più profetica frase di papa Francesco sulla “guerra mondiale a pezzi“.

Anche Trump è un autocrate?

Diciamo che i suoi atti non sono da liberatore dei popoli. E registro che intanto gli Usa vendono più armi e la Russia, con la crisi iraniana, vende più petrolio.

Non riesce a essere ottimista?

No. Avevo tanto creduto e sperato in una tregua entro fine 2025 per l’Ucraina e ho sbagliato. E per ora si sta facendo di tutto per allargare le controversie, con Tel Aviv che ne approfitta per attaccare anche il Libano. Che tutto il Medio Oriente sia in fiamme è la cosa che mi preoccupa di più. Come mi angoscia il futuro di Israele, proteso oggi a mostrare una smisurata potenza: potrà anche fare accordi con i singoli governi arabi, ma quale vita avrà mai con i popoli che lo circondano? Ho letto ora sul New York Times che la guerra all’Iran ha l’approvazione più bassa di sempre, al 41%. Ecco, spero nell’opinione pubblica americana.

Torniamo all’Europa: come risalire la china?

Oggi c’è distacco dall’Europa, un po’ pure a sinistra. Mi colpisce soprattutto nei giovani. Forse perché sono vent’anni che non c’è più una proposta forte, dopo la moneta unica e l’allargamento del 2004. Dietro il quale c’era l’idea che l’Europa esportasse davvero la democrazia, non con le armi, ma perché – unico caso al mondo – ci veniva richiesta da quei popoli. E – si badi bene – senza alcuna opposizione della Russia, con cui all’epoca parlavamo di continuo. Putin ci diceva in sostanza: fate quello che volete con l’UE, ma non voglio la Nato ai confini russi. Ora possiamo riconquistare dignità e rispetto nel mondo solo facendo passi avanti sull’unità, con proposte coraggiose.

Quali proposte? La difesa, il debito comune, un vero bilancio Ue?

Tutto giusto, la condivisione del debito è indispensabile, ma non basta. Ci vogliono idee che emozionino, che scuotano cuori e menti. Abbiamo però leader che guardano troppo la politica interna, manca una grande figura animata dalla volontà di andare oltre. E tutto diventa ancor più difficile con dei governi di coalizione, dove per salvarsi si è portati a prendere il minimo delle decisioni: accade in Germania e anche qui in Italia.

E allora da dove ripartire?

Una premessa: l’Europa ha sempre avuto due motori, quello politico francese, col diritto di veto al Consiglio di sicurezza Onu e l’arma nucleare, e quello economico tedesco. Con l’Italia in mezzo, indispensabile nel ricomporre le differenze, me lo dicevano già Delors e Chirac. Per questo mi ha fatto grande impressione vedere come, in un giorno solo, la Germania abbia aumentato così tanto il proprio bilancio della difesa, è un atto che supera il concetto dell’Ue a due motori. Il futuro passa allora per il rimettere insieme politica ed economia in un’Unione più forte. Vanno messi al servizio europeo l’arma nucleare e il diritto di veto, naturalmente riconoscendo delle prerogative alla Francia. Quando a suo tempo ne parlai in Francia mi dicevano: “Ma vuoi far vincere Le Pen?”. Non so se oggi si corra questo rischio, ma so che va fatto. Se non mettiamo a fattor comune questi elementi, perderemo progressivamente sempre più ruolo al cospetto di Cina e Stati Uniti. Macron ha fatto un piccolo passo in questa direzione, anche se la lite fra Parigi e Berlino sul nuovo caccia non è un buon segno. Se procedessimo insieme, anche il riarmo europeo ci costerebbe meno.

Una proposta basilare, ma nemmeno questa emoziona, le pare?

Ci vorrebbe anche altro, infatti: un grande piano di welfare europeo, uno sforzo per entrare nel futuro tutti assieme con un grosso piano sull’ IA e l’autonomia energetica.

A proposito: per ora siamo passati dalla dipendenza dalla Russa a quella dagli Usa. Torneremo al gas russo?

Guardi, alla luce dei continui colloqui fra Putin e Trump non è così peregrino pensare che torneremo a usare il gas russo quando in Nord Stream entreranno altri investitori, fra i quali gli americani.

C’è poi l’abolizione dell’unanimità e il passaggio a una Ue a più velocità, giusto?

Altro passo indispensabile. L’unanimità è antidemocratica, ha sancito la nostra inesistenza. Attenzione, però, a non creare troppi squilibri nell’Ue perché poi si possono formare maggioranze stabili, con interessi fra loro convergenti. Non si torni, insomma, alle divisioni fra Sud e Nord avute nella crisi finanziaria del 2008!

Quando, però, si riuscirà a far maturare qualcuna di queste decisioni?

Si cita sempre Jean Monnet sull’Europa che si forgia nelle crisi. Ora mi pare che non sia più così. Certo, sono stati fatti passi avanti con il Recovery dopo il Covid-19 e, all’inizio, con la linea sull’Ucraina. Ma poi questi progressi non sono stati consolidati.

L’opinione pubblica potrebbe fare di più?

Il fatto è che si guarda quasi esclusivamente alle proprie vite, a un presente che, tutto sommato, non appare ancora così disastroso. E non si pensa al futuro. L’automobile e i pannelli solari sono solo i primi esempi del nostro arretramento, ora pure sulle tecnologie digitali. Che ruolo potremo avere se non governiamo né il potere “hard”, quello manuale, né quello “soft”? In questo il cambiamento della politica americana verso l’Ue può essere l’inizio del nostro futuro: sta a noi scrivere quale.

L’Ue è troppo supina a Trump?

Vedo Paesi Ue allineati: il nostro molto, altri meno. Non c’è forza collettiva per un’alternativa, che non deve essere in contrasto con gli Usa, ma deve dare un segnale. Trump sta esasperando le situazioni ma, eccetto singoli aspetti che sembrano rasentare una certa schizofrenia, anche sui dazi, la diffidenza verso l’Europa era già nella politica economica di Biden.

Anche la nostra premier Meloni è descritta come troppo equilibrista. Cosa pensa del suo intervento in Parlamento?

Verba volant. La decisione che Meloni deve prendere è soprattutto una: vuole l’unanimità in Europa o no? L’Italia deve contribuire a questo passaggio, correggendo gli eventuali rischi accennati. Se non cambia linea, la premier indirizza l’Europa verso la nullità.

E della presenza dell’Italia come “osservatori” nel Board of peace per Gaza?

Il Board è il ‘Command of peace’, è una vergogna senza il coinvolgimento dei palestinesi. Dov’è rappresentata la voce degli abitanti di Gaza, coi loro diritti? E cosa vuoi “osservare” quando quelli che dovrebbero esserne i beneficiari ne sono esclusi? Starci dentro, seduti sugli strapuntini, serve solo a dare il messaggio “non voglio decidere da quale parte stare”.

Si discute molto anche sull’utilizzo delle basi Nato, a sinistra si esalta la linea dello spagnolo Sanchez. Come la vede?

Mi pare che anche la Spagna, facendo parte dell’Alleanza atlantica, sull’aspetto logistico abbia concesso le basi come noi. Anche qui il punto vero è: c’è una linea comune Ue? In questa Nato, c’è spazio per un’Europa con un peso riconosciuto? La Nato da anni è solo Stati Uniti, oggi più che un trattato è un dettato.

Chiudiamo col referendum. Ha già detto che voterà no. Quando la politica si trincera anche dietro vicende giudiziarie come quella della famiglia nel bosco, quale spazio resta per un dibattito politico serio?

Davanti a un caso come quello che lei cita, un primo ministro deve solo dire: ci fidiamo della magistratura. Un politico non può entrare così pesantemente nel caso. Mi sembra che si ripeta Bibbiano, che avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Ormai il referendum è stato trasformato in un quesito pro o contro il governo, ma è stata la presidente del Consiglio a politicizzarlo. Anche se vince il No non cambia nulla sul piano politico: la Meloni ha detto che non si dimetterà e ne prendiamo atto. Però l’obiettivo della riforma, che mi pare dichiarato, è quello d’indebolire la magistratura. E, se vi è coerenza nella maggioranza, lo metteranno in atto.

 

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Dati dell'intervento

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Categoria
marzo 15, 2026
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