La guerra dal cielo e i costi in terra

La guerra dal cielo e i costi in terra

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 07 marzo 2026

Gli interrogativi, le perplessità e le paure nei confronti della guerra in Iran aumentano ogni giorno. A partire dalla denominazione stessa di quanto sta avvenendo. Non è più un conflitto che riguarda solo l’Iran e Israele, ma una guerra che sta coinvolgendo gran parte del Medio Oriente e all’ombra della quale si è anche riaperto l’eterno conflitto fra Israele e il Libano. Quindi non una guerra in Iran, ma in Medio Oriente.

Ci si chiede perché l’Iran abbia allargato la sua offensiva ai paesi del Golfo e a tutto il mondo arabo che lo circonda, senza tenere conto dell’ulteriore suo indebolimento che ne consegue.

Con questa decisione diventa infatti ancora più impari il confronto che già vedeva l’Iran pesantemente ferito dalle armi e dall’intelligence avversaria. Israele, con l’aiuto degli Stati Uniti, aveva non solo colpito con incredibile efficacia i centri vitali del paese, ma lo aveva decapitato dei suoi massimi responsabili politici e religiosi.

Solo la disperazione, o addirittura il desiderio del martirio, può spingere a decisioni che fanno riferimento a un’esasperata fede religiosa e non ad una razionale politica dedicata a mettere in sicurezza il proprio paese.

Negli Stati Uniti, all’inizio della guerra, era stato lanciato il messaggio che l’offensiva americana aveva come obiettivo il cambiamento di un regime sanguinario.

Quindi la priorità è stata trasferita alla necessità di impedire all’Iran di portare a termine il suo programma nucleare, anche se fino a due giorni prima le trattative erano sembrate andare a buon fine e gli israeliani e gli americani avevano dichiarato che le precedenti incursioni rinviavano di molti anni il programma nucleare iraniano. Nonostante queste premesse, la decisione finale nell’aprire il conflitto è stata motivata dalla necessità di proteggersi di fronte a una possibile aggressione da parte iraniana.

La cosa più incredibile è che, come ultima risorsa, anche gli Stati Uniti abbiano fatto ricorso alla religione per legittimare la propria politica.

Nella giornata di ieri si è infatti imperiosamente invocata la legittimazione religiosa alla guerra.

Durante una solenne cerimonia una folta rappresentanza di pastori protestanti ha investito il presidente Trump di una esplicita missione religiosa. Un concetto che già era contenuto nel recente messaggio all’Unione, ma che si è voluto riaffermare in un’evocativa cerimonia in cui i pastori evangelici hanno invocato sulle spalle di Trump la protezione divina. Una protezione che incorona il presidente di un paese che si ritiene debba essere investito non solo di un ruolo politico ed economico, ma di un vero e proprio mandato divino.

Mi si può obiettare che questo solenne appello alla religione derivi dal fatto che l’azione militare contro l’Iran è sempre più impopolare presso gli elettori americani e che, quindi, il richiamo religioso serva a fare dimenticare gli insuccessi delle precedenti missioni in Iraq e in Afghanistan.

Si può anche osservare che tra le tante religioni praticate negli Stati Uniti, vi erano attorno al Presidente solo i pastori evangelici e che, in particolare, erano visibilmente assenti i ministri cattolici.

Resta il fatto che una strumentalizzazione così esplicita della religione a sostegno della politica è un oggettivo ritorno ad un passato che il progresso della democrazia sembrava essersi lasciato alle spalle per sempre. Ricordiamo quali tragedie abbiano portato all’Europa le guerre di religione nei secoli scorsi e ricordiamo ancora una volta che queste guerre, per la loro stessa natura, respingono ogni ruolo della diplomazia e dei negoziati, che restano invece il fondamento di ogni possibile convivenza.

Tutto questo rende più difficile la soluzione di un conflitto che io stesso, data la diversità delle forze in campo, pensavo si sarebbe concluso in un breve spazio di tempo e che, invece, si è inasprito di giorno in giorno, causando non solo le tragedie proprie di una guerra, ma mettendo a rischio la sicurezza e l’economia di paesi che le risorse petrolifere stavano trasformando in un’area di incredibile sviluppo e di possibile convergenza di interessi fra l’Occidente e l’Oriente.

Nel rinviare ad un prossimo futuro l’analisi delle specifiche conseguenze di carattere economico, che da tutto il Medio Oriente si stanno estendendo nel resto del pianeta, mi limito a ricordare i danni provocati dall’aumento del prezzo del petrolio e del gas, dalla rottura del sistema dei trasporti, dalle distruzioni delle infrastrutture e dall’annullamento dei flussi turistici.

In questa fase di inasprimento del conflitto, voglio sottolineare che, alla fine del mese di marzo, è programmato l’importantissimo e tanto atteso vertice fra Trump e Xi Jinping, un incontro a cui abbiamo dedicato tanta attesa e tante speranze. Questa guerra non solo ha prodotto i danni e i conflitti che abbiamo descritto, ma l’intervento americano è stato messo in atto nell’unico grande paese del Medio Oriente che mantiene un rapporto privilegiato con la Cina. Un passo simile era già stato compiuto in Venezuela. Tuttavia l’Iran ha da molti anni un legame politico ed economico con la Cina infinitamente più importante e, inoltre, non localizzato nel continente americano, ma in un’area in cui gli interessi americani e cinesi si intrecciano e confliggono. La guerra in corso non è certo una buona premessa per gli accordi, o almeno i compromessi, dei quali abbiamo tanto bisogno.

 

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marzo 7, 2026
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