USA più deboli senza alleati

America più debole senza alleati

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 24 gennaio 2026

Al termine del primo anno della presidenza Trump si deve prendere atto di un cambiamento radicale, sotto molti aspetti irreversibile, della democrazia americana. Ogni giorno essa cammina verso un disordinato e confuso autoritarismo che si esprime in una progressiva umiliazione di tutte le istituzioni di fronte all’aumento del potere presidenziale. Il Senato e la Camera dei Rappresentanti, così come la Corte suprema, la Banca Centrale e tutte le altre istituzioni proprie di uno stato democratico vengono considerate semplici filiali al comando del governo.

Ancora più radicale è la trasformazione della politica estera, secondo la quale non esiste alcun rispetto delle sovranità nazionali, viene tolto ogni ruolo alla diplomazia e il diritto viene sottoposto in modo totale ed esplicito al prevalere della forza.

È tuttavia doveroso cercare di capire quali risultati abbia raggiunto in politica estera questa strategia che ha cercato di interpretare alla lettera il Make America Great Again che aveva guidato Trump alla vittoria elettorale.

La prima considerazione è che, almeno oggi, il controllo degli Stati Uniti sul continente americano si è fortemente esteso e rafforzato. Il Venezuela è stato colonizzato con un’azione che ha goduto della sostanziale approvazione dell’opinione pubblica americana.

Colombia e Cuba, paesi maggiormente danneggiati da questa operazione, non sono stati in grado di reagire e, nonostante gli intensi rapporti economici con la Cina, i governi dell’America centro-meridionale che si allineano a Trump continuano ad aumentare di numero.

I paesi che, come il Brasile, cercano di percorrere cammini divergenti, vedono ogni giorno crescere i loro problemi. L’applicazione della politica di Monroe procede quindi con una velocità e un’ampiezza superiore a ogni previsione, senza una sostanziale reazione da parte di Cina e Russia, pure seriamente danneggiate nei loro interessi commerciali.

Le cose si stanno invece evolvendo in modo diverso sul fronte iraniano che pure Donald Trump aveva aperto con grande clamore. L’Iran si trova infatti un una collocazione geografica e strategica ben diversa: non solo più vicino alle due grandi potenze avversarie, ma in un’area in cui nemmeno i paesi amici, compresa Arabia Saudita, Israele e Turchia, vedono troppo di buon occhio il potere esorbitante degli Stati Uniti.

Scontata l’avversità di Cina e Russia, la vicenda iraniana dimostra che anche una crescente parte del grande blocco mediorientale e asiatico, pur nelle sue diversità e in molti casi conservando un rapporto di cooperazione con gli Stati Uniti, ha acceso una specie di semaforo rosso di fronte all’ulteriore espansione del potere americano.

Non si tratta di aperta ostilità, ma di una prudente presa di distanza che non mancherà di influenzare i futuri equilibri mondiali, soprattutto tenuto conto di quanto sia importante e crescente la presenza di Cina, Russia, dei paesi del Golfo e della Turchia in tutto il continente africano.

Totalmente allineato alle posizioni degli Stati Uniti rimane invece il Giappone sotto la guida del Primo ministro signora Sanae Takaichi che, se vincerà le elezioni del prossimo 8 febbraio, rimarrà il più importante alleato della politica americana. Una politica che non ha certo guadagnato consensi in Asia e ha sensibilmente diminuito la propria influenza in tutti i paesi in via di sviluppo, anche per la totale cancellazione degli aiuti dell’American Aid e il ritiro dalla quasi totalità degli organismi di cooperazione internazionale.

L’arroganza con cui sono stati impostati i rapporti economici e commerciali sta infatti spingendo un numero crescente di paesi amici degli Stati Uniti, a partire dalla Gran Bretagna e dal Canada, a intensificare i rapporti con la Cina, in modo da diminuire la loro dipendenza da un partner divenuto sempre più imprevedibile e inaffidabile.

Un vero e proprio crollo dell’influenza americana sta avvenendo nella parte nord dell’emisfero occidentale e nei confronti dell’Europa. Non si può infatti passare sotto silenzio che a Davos l’opposizione più forte, più motivata e più emotivamente convincente alla politica americana sia stata portata avanti dal primo ministro del Canada, paese fino ad ora indissolubilmente legato alla politica e all’economia degli Stati Uniti.

In parallelo il rapporto con l’Europa è sempre accompagnato da minacce pesanti e motivazioni insultanti nei confronti delle nostre radici politiche e culturali, oltre che dei nostri interessi economici. Il risultato è l’apertura di una crisi fra i due più grandi sistemi democratici del mondo che allo stato attuale sembra irreversibile.

Il modo con cui è stato portato avanti il caso della Groenlandia è incomprensibile e ingiustificabile. Alla fine sembra che si possa arrivare al naturale e scontato risultato di rafforzare semplicemente la presenza militare americana già da tanto tempo esistente sull’isola. L’insensata politica di Trump nei confronti della Groenlandia ha tuttavia iniettato una tale sfiducia negli alleati della Nato da mettere ormai in dubbio l’esistenza stessa di questa alleanza.

Dopo un anno di Trump il mondo rimane quindi diviso, come prima, fra America e Cina, ma gli Stati Uniti, che pure rimangono di gran lunga la maggiore potenza militare del pianeta, sono molto più soli di un anno fa e si apprestano da soli ad affrontare il ritorno a una divisione del mondo che ripeterà le tensioni e i rischi che abbiamo già vissuto in passato. La forza militare ed economica degli Stati Uniti rimane fino ad ora immutata, ma il cerchio delle alleanze che contribuivano a questa forza, in quanto ne condividevano obiettivi e valori, si è indebolito in modo irreversibile. Non mi sembra il migliore risultato di una politica che voleva rendere più grande l’America.

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Be Sociable, Share!

Dati dell'intervento

Data
Categoria
gennaio 24, 2026
Strillo