Europa e Cina: riequilibrio necessario

Europa e Cina, riequilibrio necessario

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 03 luglio 2026

Il commercio fra Cina ed Europa vede ogni giorno una crescita dell’enorme surplus cinese e, parallelamente, un deficit sempre più rilevante da parte europea. L’allarme per questa situazione era suonato già da tempo, ma veniva attenuato dall’esistenza di un surplus tedesco e dal fatto che le esportazioni cinesi erano soprattutto concentrate nei prodotti meno raffinati e, in buona parte, consistevano di produzioni originate da multinazionali americane ed europee localizzate in Cina.

In un brevissimo spazio di tempo lo squilibrio è diventato talmente grande da esigere una soluzione politica.

Partiamo da un semplice dato: oggi il deficit europeo verso la Cina ha raggiunto l’incredibile cifra di un miliardo di dollari al giorno.

In secondo luogo le nuove esportazioni cinesi non riguardano solo prodotti a basso valore aggiunto come in passato, ma l’intera gamma della produzione industriale. La superiorità dell’impero celeste spazia dalle T.Shirt fino ai componenti per satelliti, passando non solo per le automobili e le batterie, ma per i nuovi farmaci, i componenti chimici di ogni ogni tipo, le apparecchiature per le nuove energie e, ormai, anche la meccanica strumentale che costituisce l’orgoglio delle esportazioni tedesche e italiane. I dati dimostrano che il rullo cinese sta schiacciando l’industria europea. Un dominio generalizzato che, fatta qualche limitata eccezione non destinata a durare a lungo, si estende dal basso di gamma fino al livello più raffinato della produzione.

In terzo luogo colpisce la velocità del fenomeno. In cinque anni le esportazioni cinesi sono aumentate del 50% e le importazioni sono rimaste sostanzialmente stabili. Solo nell’ultimo anno, il surplus è aumentato del 15% nei confronti dell’intera Europa e sta creando ovunque paure e ripensamenti. Non si tratta solo di un aumento dell’export, ma di un dominio in tutti i mercati, con un vantaggio comparato in tutti i settori.

Le cause sono ben note. Prima di tutto la straordinaria capacità innovativa cinese che si è espressa non solo nel progetto “Made in China 2025” ma anche nel meno noto “10.000 piccoli giganti“, rivolto in particolare a fronteggiare le efficienti medie imprese non solo tedesche ma anche italiane.

A questo si deve aggiungere una politica di sussidi che ha creato un’enorme sovracapacità produttiva e una permanente compressione dei consumi interni. A causa della scarsa incidenza della politica di welfare (dalla sanità alle pensioni ai sussidi di disoccupazione) i cinesi non aumentano i consumi e continuano a risparmiare e investire. Non ultima causa è la politica monetaria con la sottovalutazione del renminbi (RMB) che, nonostante la recente piccola rivalutazione, viene valutata tra il 15 e il 25%.

La Cina sembra però impossibilitata, almeno in un tempo prevedibile, a cambiare rotta. Il credito alle imprese continua ad alimentare la sovracapacità produttiva e le aziende a operare con margini più ristretti.

Da parte europea manca una risposta corale e si risponde con rimedi parziali, che vanno dalle imposte sui piccoli pacchi fino ai dazi sull’alluminio e sull’acciaio, ma non sui prodotti che li contengono. Una soluzione diplomatica non sembra possibile se non con la minaccia della prova di forza di una chiusura dell’import. Eppure in passato, nonostante condizioni non così drammatiche, si era saggiamente intrapresa la via del compromesso. Nel 2020, per l’impulso di Angela Merkel e dopo sette anni di trattative, era stato firmato fra la Commissione Europea e il Governo Cinese il Comprehensive Agreement on Investment (CAI). Non era un vero trattato commerciale, ma un’intesa molto dettagliata rivolta a regolare l’accesso al mercato, migliorare la trasparenza dei sussidi pubblici, garantire la parità di condizioni fra le imprese cinesi ed europee, promuovere il rispetto dei brevetti e dei trasferimenti di tecnologie e iniziare un avvicinamento delle norme sul lavoro.

Tutto è finito nel nulla, tanto per la dura opposizione del Presidente Americano quanto per le tensioni insorte tra parlamentari europei e autorità cinesi a causa delle controversie sul rispetto dei diritti umani nello Xinjiang.

Ripetere lo stesso compromesso non è facile: le tensioni politiche e gli squilibri sono oggi più grandi di allora. Anche la necessità di un accordo è tuttavia maggiore. Soprattutto dopo le decisioni erratiche di Trump, il mercato europeo è indispensabile per l’export cinese e una regolamentazione degli scambi indispensabile per l’industria europea, riguardo alla quale si calcola che un terzo delle imprese si trovi schiacciato da una concorrenza di fronte alla quale non vi è possibilità di resistenza.

Squilibri così grandi e talmente crescenti non possono durare a lungo e finiscono, fatalmente, con il provocare la totale rottura del commercio.

Tutti i dati in nostro possesso ci dicono che siamo arrivati al punto in cui il proseguimento dell’attuale tendenza può solo affrettare l’arrivo del punto di rottura.

E’ meglio prenderne atto e cercare di porvi rimedio prima che sia troppo tardi, per l’interesse di tutti.

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Be Sociable, Share!

Dati dell'intervento

Data
Categoria
luglio 3, 2026
Strillo