Contro Trump serve un’Europa a più velocità. Chi decide va avanti
Prodi: “Contro Trump serve un’Europa a più velocità. Chi decide va avanti”
L’ex premier: «Meloni? Ormai è sempre più difficile servire due padroni. L’Ice ai Giochi olimpici invernali di Milano Cortina è una provocazione»
Intervista di Fabio Martini a Romano Prodi su La Stampa del 29 gennaio 2026
Il tornado Trump oramai è arrivato alle nostre latitudini. Da qualche giorno le classi dirigenti europee è come se avessero preso atto all’unisono che l’ordine realizzato nel 1945 è finito, ma faticano a prendere contromisure. Per Romano Prodi invece è arrivato il tempo delle scelte epocali: “Finalmente abbiamo ascoltato il discorso che ci voleva sul destino dell’Europa.
Lo ha fatto un canadese! Ha detto le cose giuste, con un grande coinvolgimento emotivo, rivolgendosi ai paesi democratici che avvertono il profondo cambiamento di un’intera epoca. Quel discorso però non lo ha fatto un europeo e questo produce una certa impressione.” “La strada per l’Unione europea è segnata: bisogna procedere in tempi brevissimi ad un’Europa a più velocità. Detto altrimenti: chi decide va avanti e gli altri si arrangino”. E sul ruolo dell’Italia Prodi è altrettanto tranchant: “Dopo la drastica svolta di Trump, è diventato più difficile “servire due padroni”. Con un guaio ulteriore: a questo punto l’ambiguità rende l’Italia sempre meno influente in Europa”.
Nelle ultime settimane l’Europa ha assunto decisioni dirimenti a maggioranza: sul debito comune a sostegno della resistenza ucraina, sul Mercosur, sui micro-contingenti in Groenlandia si è mossa un’avanguardia: la strada è quella di stabilizzare la doppia velocità?
“Sì, la strada è questa. E’ tanto tempo che lo ripeto, ma oramai è chiaro a tutti: urge un’Europa a più velocità, o a cerchi concentrici, la si chiami come si vuole. Abbiamo alle spalle un successo grandioso, l’Euro: eravamo in 12, ora siamo in 20. Una prova più prova di questa non esiste. Ma l’euro lo abbiamo fatto 24 anni fa, è stata l’ultima grande impresa comune e questo dimostra che la lentezza non è compatibile con la storia”.
Non servono nuovi Trattati?
“Si può procedere a “tambur battente” con le cooperazioni rafforzate, sapendo che il cammino sarà faticoso, come dimostra la lunga vicenda dei difficili trattati con il Mercosur e con l’India. Ma se un domani l’Europa si dimostra stabilmente attiva, forte e il suo ruolo nel mondo cambia, il Trattato verrà modificato senza patemi”.
Lei ha interloquito con diversi presidenti degli Stati Uniti e in questi giorni tornano le interpretazioni psicologiche sul personaggio Trump come caso esemplare di egolatria, ma si può immaginare questa rivoluzione senza l’appoggio preventivo, programmato e duraturo di potenti forze economiche, militari, nel deep state?
“C’è un aspetto particolare che riguarda la psicologia del Presidente Trump e proprio in questi giorni siamo arrivati a manifestazioni estreme che urtano la sensibilità e il buon senso di tanti. Ma Trump è anche il punto di arrivo di un’evoluzione della società americana. Il “trumpismo” è un balzo in avanti che però è parte di un cammino già iniziato da tempo. In particolare rispetto al distacco degli USA dall’Europa.
Personalmente non ero certo in sintonia politica con i Bush, padre e figlio, ma entrambi appartenevano ad una famiglia di stampo europeo. Clinton divenne europeo per intelligenza politica. Poi è arrivato Obama: per lui Singapore e Copenaghen erano la stessa cosa.
Il primo Trump ha iniziato l’ostilità con l’Unione, Biden l’ha temperata sul piano politico, ma non su quello economico. Il secondo Trump ha ripreso la sua azione, esasperandola e ora l’Europa è una nemica dichiarata. Il fatto nuovo è la violazione delle regole democratiche e in questo il concetto di America first interpreta un sentimento profondo dell’animo americano”.
Robert Kagan, storico di cultura conservatrice, sostiene che l’operazione in Venezuela allude ad una militarizzazione della vita interna degli Stati Uniti che può portare persino ad una sospensione dei diritti elettorali. A forza di cattivi esempi non c’è il rischio di un contagio in Europa, in Italia? Se lo fa Trump…
“Difficile capire se e quanto sia vero, ma se lo fosse, la proposta di ritiro dell’Ice dal Minnesota in cambio della consegna delle liste elettorali sarebbe sconcertante e incredibile per un sistema democratico. Quanto al contagio alle nostre latitudini è già in corso. Da una parte si sostiene di dover seguire Trump perché ci difende dai nostri nemici, dall’altra invece contro l’America si diffonde un un sentimento di distacco, molto più forte che in passato”.
Gli Stati Uniti contribuiscono ai Giochi invernali cercando una legittimazione internazionale per l’Ice? Italia passiva?
“Con tante istituzioni dedicate alla sicurezza che gli USA hanno a disposizione, inviare ai Giochi olimpici l’Ice che ha funzioni dedicate al controllo delle immigrazioni, appare, dopo i fatti del Minnesota, una inutile prova di forza. Quasi una provocazione“.
L’Italia, su diverse questioni, è rimasta attaccata al convoglio europeo e dei volenterosi, ma occupando stabilmente i vagoni di coda: un anno fa eravamo a Washington, ci stiamo avvicinando a Bruxelles?
“Il governo italiano persevera nella sua ambiguità. Da un lato la Presidente del Consiglio è obbediente a Trump, tenendo però i piedi in Europa. Fino a quando Stati Uniti ed Europa non erano incompatibili sui grandi temi, il governo italiano poteva mantenere questa doppia appartenenza. Il dramma per l’Italia e per il suo governo è che Trump ha chiuso lui la stagione dell’ambiguità. Oramai c’è un distacco profondo tra l’etica della democrazia europea e l’etica di Trump che esprime e manifesta concretamente una definitiva scelta di prevalenza della forza sul diritto. Il governo italiano non può fare la stessa scelta”.
In questi giorni non sono mancati i distinguo e i dissensi rispetto ad alcune scelte di Trump…
“Esemplare è la vicenda della Groenlandia, apparentemente minore ma assai rilevante. Subito dopo il proclama di annessione di Trump, mi ero permesso di dire che sarebbe stato opportuno inviare nell’isola un po’ di militari, almeno per una esercitazione. Trump sarebbe stato costretto a pensarci bene prima di passare all’azione. Infatti sono bastati alcuni soldati svedesi, poco più tra tedeschi e francesi per costringere Trump alla retromarcia. Con l’invio di venti carabinieri italiani si sarebbe dimostrato che l’Italia ha ancora a cuore il diritto e avremmo contribuito alla svolta. Invece il governo ha vissuto questa occasione come un possibile dispetto a Trump”.
Ripercussioni del ciclone Trump sulla tenuta del governo italiano?
“Di certo si è aperto un periodo di conflittualità. Difficile oggi prevedere se la Presidente del Consiglio sarà in grado di comporre le diverse posizioni della sua maggioranza che oggi appaiono incompatibili”.
Anche sul fronte internazionale le opposizioni italiane procedono con un riflesso pavloviano, ripetono ogni ora che il governo ha sempre torto e anche sul referendum si preferisce trasformarlo in un plebiscito su Meloni. E’ una politica?
“Oramai il referendum è stato trasformato in un plebiscito, prima di tutto dal governo e poi dall’opposizione. Amen. E tuttavia manca poco più di un anno alle elezioni, ma io ancora non vedo concretizzarsi quel che è una necessità assoluta: un programma dell’opposizione per l’Italia futura. Un programma frutto della riflessione degli esperti e di un pieno coinvolgimento delle forze popolari”.
Lei ha avuto occasione di parlare a tu per tu con i maggiori leader europei della sua stagione – Kohl e Merkel, Chirac e Delors: ha mai colto in qualcuno di loro l’idea di uno scatto, una urgenza verso una vera Unione europea?
“L’ho ricordata tante volte, ma la risposta che mi diede Kohl, poco prima della decisione sull’euro, quando alcuni esponenti della Confindustria tedesca facevano dichiarazioni molto ostili alla moneta unica, racchiude il senso di una stagione europea in cui si voleva costruire. Lo chiamai e gli chiesi: “Helmut dove trovi la forza di opporti ai tuoi grandi elettori che non vogliono l’Euro?”. E lui mi rispose: “Voglio l’Euro perché mio fratello è morto in guerra”. Ecco, l’Europa è un grande disegno, ma ha bisogno di un forte carica emotiva. E il momento è arrivato”.
















