Dobbiamo continuare a costruire l’Europa, una Unione forte e solidale

Romano Prodi: Dobbiamo continuare a costruire l’Europa, una Unione forte e solidale

Intervista di Giovanna Casadio a Romano Prodi su Pagina 21 del 26 luglio 2020

«Possiamo guardare verso il futuro europeo con un ottimismo maggiore e provare a superare la delusione per l’immobilismo europeo di questi ultimi 10-15 anni». Romano Prodi, l’ex presidente della Commissione Ue, leader europeista, due volte premier, fondatore del Pd, analizza la «svolta storica» che il via libera al Recovery Fund rappresenta. Avverte altresì, della direzione da prendere nella Ue e delle tante incognite ancora da superare. Ricorda Helmut Kohl e le tappe che ci hanno portato fin qui.

Professor Romano Prodi, l’Europa è andata nella direzione giusta, abbiamo superato il bivio e possiamo guardare al futuro europeo con più ottimismo?

Sì, l’Europa ha finalmente battuto un colpo e lo ha fatto nel momento di massimo bisogno: tutte le nazioni europee, seppure con intensità diverse, sono state colpite dalla pandemia da Covid-19, ma tutte senza colpa. E in gioco c’era la stessa esistenza dell’Europa, quella pensata e voluta dai padri fondatori. Quindi sì, possiamo guardare verso il futuro europeo con un ottimismo maggiore e provare a superare la delusione per l’immobilismo europeo di questi ultimi 10-15 anni. Dopo l’allargamento e la costituzione dell’euro, fino ad oggi, l’Europa non ha più fatto politiche unitarie capaci di coinvolgere le persone e sostenerne lo spirito europeista. Ora questa ci appare come una nuova Europa. Attenzione però: bisogna proseguire su questa strada e riprendere il grande progetto europeo nella sua interezza. La Commissione, che in questa occasione ha ripreso in mano le redini dell’Europa, ora deve tornare a svolgere il suo ruolo di organo sovranazionale. Per anni abbiamo assistito alla sua graduale perdita di potere, mentre il Consiglio, dove ogni nazione tenta di prevalere sull’altra affermando i propri interessi, è diventato il vero protagonista delle politiche europee. Bisogna invertire la rotta, altrimenti sarà sempre la nazione più forte ad avere la meglio sulle altre.

Un’occasione storica, quindi?

L’occasione è storica anche per un altro motivo: la prima fase di costruzione istituzionale dell’Europa si è conclusa con la moneta unica, ora si è aperta una seconda fase, la più faticosa: con il Recovery Fund si fa finalmente una politica economica che accompagna la moneta comune e si mette intorno all’euro una struttura di difesa. È davvero una svolta.

La UE davanti all’emergenza sanitaria e alle sue drammatiche conseguenze sociali ed economiche, ha battuto un colpo dopo veti e scontri, approvando il Recovery Fund di 750 miliardi. Possiamo dirci soddisfatti?

Direi proprio di sì e non è solo una questione di denaro, che certo in questo momento è importantissimo. Ricordiamo tutti quali sono state le primissime reazioni della Cancelliera tedesca all’insorgere della pandemia in Europa, proprio mentre l’Italia affrontava per prima il dramma della diffusione del virus. Poi qualcosa è cambiato, anche grazie a Francia, Italia e Spagna per la prima volta unite da uno stesso obiettivo: la Germania ha compreso che non giova a nessuno essere circondati da paesi in eterna stagnazione. Ma c’è di più, la Germania ha finalmente preso atto che solo uniti e forti i paesi europei potranno affrontare la sfida di Cina e Stati Uniti, ogni giorno impegnati in una battaglia tra loro per la primazia del mondo. Neppure la forte Germania da sola potrebbe farcela. E questa è la prima cosa della quale possiamo sentirci soddisfatti perché, se si prosegue su questa strada, il futuro europeo potrà essere davvero diverso. L’ammontare dell’intervento economico dimostra che questo cambiamento in favore della solidarietà è tangibile, non si tratta solo di parole o buone intenzioni come in passato è accaduto: dalle prime proposte, del tutto inadeguate, che circolavano a primavera, siamo arrivati ai 750 miliardi tra aiuti a fondo perduto e prestiti. Un traguardo che sembrava impossibile. Mai prima d’ora l’Europa aveva messo a disposizione una tale somma di denaro. E tutto sommato per il nostro Paese è andata bene: abbiamo ottenuto 81 miliardi di aiuti senza restituzione, una cifra che corrisponde più o meno a quattro finanziarie, e circa 120 miliardi di euro di prestiti da restituire entro il 2058. Ora però serve un piano di azioni per far ripartire il Paese e che si rendono possibili proprio grazie all’aiuto europeo. Dobbiamo subito mettere in campo un piano di azione: una task force interna al governo, guidata dal Presidente del Consiglio e affiancato dai due ministri che hanno la responsabilità di gestire l’economia, capace di assegnare compiti e obiettivi precisi. Dopo sarà possibile utilizzare anche strutture esterne, ma le decisioni devono restare in capo alla Presidenza del Consiglio.

Come spiegare ai giovani la posizione e le ragioni dei paesi frugali?

Va prima di tutto detto che finché esiste l’unanimità anche un nano si sente un gigante! E una struttura democratica non può finire nella trappola del veto: poche centinaia di migliaia di abitanti non possono bloccare un’istituzione che rappresenta centinaia di milioni di abitanti. Di questo i cosiddetti paesi frugali hanno cercato di approfittare ed è proprio questo il meccanismo che va cambiato se vogliamo proseguire nella costruzione della nuova Europa. Le ragioni dei paesi frugali non sono diverse dalle ragioni di altri perché, come è logico, ognuno cerca di difendere i propri interessi (ed è per questo che sostengo che la Commissione deve riprendere a svolgere il suo ruolo sovranazionale). È l’obiettivo che cambia: mentre l’europeismo francese, italiano e, storicamente, anche tedesco si è sempre distinto per la volontà di costruire l’Europa politica e economica, capace di difendere e sostenere il nostro modello di welfare, ad esempio, i paesi nordici hanno un’idea del tutto diversa e mirano alla semplice Unione dei mercati. Sia chiaro però che alcuni rimproveri di altri paesi verso l’Italia sono giusti. Il nostro Paese cresce meno di tutti gli altri, non abbiamo proseguito con le riforme, la nostra giustizia è terribilmente lenta e la nostra evasione fiscale è enorme, intollerabile. Questa deve essere l’occasione per rilanciare il paese e per dimostrare, soprattutto a noi stessi e poi all’Europa, che siamo un paese all’altezza delle sfide che ci attendono.

Recovery e Mes ci vogliono entrambi?

Io penso proprio di sì. È un prestito di 37 miliardi, a tasso risibile, e tutte le condizionalità sono state disinnescate. Non serviranno? Li restituiremo. Ma io credo che invece saranno molti utili per risanare tutto il settore della Sanità, così provato dalla pandemia e che in alcune zone del nostro paese ha mostrato una fragilità inaspettata.

Gli aiuti europei sono debito che lasceremo da pagare ai nostri figli?

Tutti i debiti vanno restituiti, ma il tasso di interesse così basso rende anche la restituzione meno difficile. Se poi saranno i nostri figli a doverli restituire dipenderà da quanto saremo stati bravi noi. In fondo però questi prestiti servono anche per il futuro del paese e dunque è interesse anche dei nostri figli che si sia arrivati a questa soluzione.

Lei, leader e statista europeista, si è mai scoraggiato? E prevede che alla fine ci sarà una Europa come Federation light?

Scoraggiarsi non serve. Qualche volta ho provato delusione dinnanzi all’immobilismo europeo e preoccupazione per il crescente sovranismo, anche se non ho mai pensato che potesse essere vincente, così come anche le ultime elezioni europee hanno dimostrato. Certo mi colpisce che si possa pensare di riportare indietro le lancette di un orologio che non si può far arretrare. Dal progetto europeo non si torna indietro, perché nessuna nazione da sola potrebbe affrontare la complessità del mondo attuale. Potrebbe esserci una fase con un’Europa a due velocità, ma che tenga le porte sempre aperte e sia sempre possibile per ogni paese rientrare nel gruppo di testa. Ma l’Europa che abbiamo voluto è unione politica ed economica e dobbiamo continuare a costruirla, senza rinunciare al progetto iniziale. Quando finalmente ottenemmo la moneta unica io insistevo con Kohl perché si costruissero anche le misure di protezione dell’euro. L’allora Cancelliere tedesco mi rispose: “Romano, tu sei italiano e quindi sai che Roma che non è stata fatta in un giorno.”

Ciò non significa che sia sufficiente aspettare che le cose accadano, anzi al contrario: dobbiamo continuare a costruire l’Europa. Pensiamo solo a ciò che rappresenta nel mondo, non solo sul piano economico, la nostra Unione. Di fronte al dilagare dell’autoritarismo, dall’Asia alla Russia al Medio Oriente, dagli Stati Uniti all’America del Sud, l’Europa rappresenta la linea di resistenza. Anche la pandemia ce lo ha dimostrato: pur con iniziali incertezze l’Europa ha fatto meglio degli altri paesi raggiungendo un accettabile compromesso tra le libertà individuali e l’interesse comune, ossia la tutela della salute pubblica. E quindi no, scoraggiarsi non serve, piuttosto appassionarsi e interessarsi alla nostra storia e al nostro futuro che, per essere davvero tale, dovrà essere un futuro da europei in una Unione forte e solidale.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
luglio 26, 2020
Interviste