Se la ripresa rallenta, istruzioni per l’uso prima che arrivi la tempesta

L’Europa e Trump – Se la ripresa rallenta, istruzioni per l’uso

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 05 febbraio 2018

La crescita economica dei paesi ricchi procede ancora bene e si prevede che duri anche per l’anno in corso, sia negli Stati Uniti che in Europa. Eppure molti motivi di inquietudine sono esplosi nelle ultime settimane. Soprattutto negli Stati Uniti, dove questa inquietudine parte da una banale ma importante osservazione per poi allargarsi a motivi di riflessione più puntuali.

La banale osservazione (ovviamente diffusa fra gli economisti) è che l’andamento positivo dell’economia non è quasi mai durato così a lungo e che quindi avrà presto termine. L’osservazione non è però così banale se si tiene conto che la crescita americana è stata, come sempre, trascinata dall’aumento dei consumi (quasi il 4% nell’ultimo trimestre dello scorso anno) ma che quest’aumento ha  prosciugato il risparmio delle famiglie, ora ridotto al 2,6% di fronte al 12% dell’Eurozona. In termine popolare si potrebbe dire che non vi è più trippa per i gatti.

Una trippa aggiuntiva potrà essere certo fornita dalla diminuzione delle imposte, che tuttavia eserciterà una spinta positiva per un periodo di tempo non molto lungo, date le prospettive di crescita del disavanzo federale in conseguenza della diminuzione delle imposte.

Fino alla fine dell’anno (e quindi almeno fino alle elezioni parziali di novembre) gli Usa continueranno quindi a crescere, ma già da ora si comincia a sussurrare che i tassi di interesse lieviteranno di un punto entro la fine del 2018 in conseguenza dell’aumento dei salari e dell’inflazione. Nel prossimo anno vi sarà quindi un lento ma progressivo raffreddamento dell’economia. Anche se è meglio non spingersi troppo avanti nelle previsioni, i mercati finanziari sembrano già cominciare a scontare le difficoltà future tanto che, nell’ultima settimana, gli indici della borsa di New York sono caduti in media del 4%: sono cioè evaporati 1000 miliardi di dollari.

Gli analisti tendono ad attribuire la ragione di questo crollo alla crisi dei Bitcoin ma il fatto vero è che gli aumenti del 20% nel 2017 e del 7,5% nelle prime settimane del 2018 avevano portato gli indici azionari a valori che non hanno alcuna relazione con gli  andamenti dei profitti delle imprese americane e con le prospettive di lungo periodo dell’economia.

Resta da vedere se, dato che nulla è cambiato nei meccanismi della finanza mondiale, i previsti aggiustamenti verso il basso della borsa americana trascineranno in giù anche i listini europei, che pure sono sottovalutati di almeno un 20% rispetto ai valori di oltreoceano.

In questo quadro di incertezza si inserisce il problema del rapporto di cambio fra il dollaro e l’euro. È indubbio che Trump abbia nominato al vertice della Riserva Federale un presidente, molto più propenso ad obbedire alle sue direttive rispetto a Janet Yellen, ma il fatto vero è che non si capisce quali siano queste direttive. A Davos il ministro del Tesoro Steven Mnuchin ha dichiarato che un dollaro debole avrebbe favorito gli interessi americani ma è stato prontamente rimbeccato da Trump, che si è esibito in un inno al dollaro forte. Analizzando i comportamenti concreti  penso che Trump abbia voluto semplicemente ribadire che gli Stati Uniti sono forti in tutto: ritengo perciò che il governo americano continuerà ad operare per una svalutazione del dollaro, nel tentativo di contribuire ad aggiustare il deficit della propria bilancia commerciale.

Fino ad ora questa strategia non ha danneggiato l’economia europea, dato che i paesi dell’Euro (Italia non ultimo tra questi ) hanno aumentato la loro quota nel commercio internazionale. Sappiamo però che tutto ciò non può andare oltre un certo limite e che la robustezza delle economie europee di fronte ad una rivalutazione dell’Euro è diversa da paese a paese.

Il mostruoso surplus della bilancia commerciale tedesca (283 miliardi di dollari nell’ultimo anno) può permettere alla Germania di venire incontro, senza perdita di competitività e a vantaggio di tutti, a una buona parte delle richieste salariali dei metalmeccanici dell’IG Metall, che chiedono aumenti del 6% e sono pronti allo sciopero per ottenerli. Un’ulteriore potenziale spinta alla crescita tedesca è inoltre fornita dalla doverosa riduzione dell’incredibile surplus di 45 miliardi di euro del settore pubblico.

Le possibilità di  crescita dell’Unione Europea sono oggi superiori a quelle americane non solo in Germania ma a livello globale, dato che la disoccupazione è ancora sopra all’8%, esattamente il doppio di quanto avviene negli Stati Uniti.

Non parliamo dell’Italia dove siamo ancora molto al di sopra della media europea. Il freno all’aumento della nostra crescita non è, almeno per ora, un euro troppo forte ma la mancanza di una politica economica europea, la rigidità burocratica e la scarsa specializzazione della mano d’opera. Dato che abbiamo davanti a noi ancora un periodo buono, diamoci perciò da fare (come ha ripetuto Christine Lagard) a mettere a posto il tetto della casa europea e della casa italiana finché c’è bel tempo. Almeno prima che arrivi un’altra tempesta.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
febbraio 5, 2018
Articoli, Italia