Slacciate le scarpe, ma fate la pace

un body scanner in azione

un body scanner in azione

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 13 gennaio 2010.

Viaggio molto in aereo e non posso non constatare come viaggiare sia diventato sempre più complicato. Le misure di sicurezza sono di giorno in giorno più severe: si è cominciato con il proibire le forbicine per le unghie, poi le normali confezioni di schiuma da barba, quindi i boccettini di profumo che eccedono la minima dimensione e infine, dopo lo sciagurato tentativo di strage del giovane nigeriano nel volo tra Amsterdam e Detroit, ci si deve adattare non solo a toglierci le scarpe, ma perfino a sottoporci a una sorta di non immaginata radiografia.

Dieci anni fa tutto ciò sarebbe stato impensabile ma poi ci si abitua a tutto. Anzi debbo ammettere che i passeggeri si comportano con una lodevole pazienza, giustamente consapevoli che queste misure sono prese per la loro sicurezza, di fronte alla quale non bisogna avere incertezza di sorta.

Tuttavia, quando mi trovo in aeroporto in attesa del controllo, non posso non pensare che questo pur necessario rito costituisca un passo indietro nella nostra condizione di vita e, soprattutto, comunichi un senso di sconfitta di fronte alla speranza di vivere in un mondo sempre più pacificato e sicuro. E che nessun inasprimento delle misure di sicurezza potrà mai garantirci di fronte ad un mondo in cui il terrorismo e l’odio politico assumono una dimensione sempre più crudele e violenta. E che nemmeno il più perfetto coordinamento degli organi di sicurezza fra i diversi paesi e all’interno degli Stati Uniti potrà proteggere le nostre vite in un mondo in cui i popoli e le etnie sono così profondamente mescolati e in cui bisognerebbe controllare i movimenti di centinaia di milioni di persone che vivono in mezzo a noi e con noi condividono la nostra vita quotidiana.

Questa semplice ed elementare riflessione mi nasce spontanea ogni volta in cui mi slaccio le scarpe per sottopormi al dovuto controllo mentre mi imbarco all’aeroporto di Parigi o di New York.

E’ però evidente che le nostre riflessioni non possono fermarsi qui e che tutti noi dobbiamo pensare a quale può essere la via d’uscita da questa tragedia a cui sembriamo essere per sempre condannati. Per questo motivo quando mi trovo di fronte ai controlli di sicurezza di un qualsiasi aeroporto sono spinto a pensare che la vera sicurezza può essere solo il frutto del raggiungimento della pace. Di questo discutevamo poche settimane fa con alcuni intellettuali a Singapore quando uno di essi ha esposto una tesi che, pur partendo da un punto di osservazione asiatico, deve obbligare tutti noi a riflettere. E che cioè questa situazione di permanente altissima tensione fra il mondo islamico e gli Stati Uniti non può che condurre ad una completa rivoluzione dei rapporti di forza nella politica mondiale.

Gli Stati Uniti infatti saranno sempre più gravati dal peso economico,politico e psicologico di doversi difendere da un miliardo di potenziali nemici, mentre i nuovi protagonisti della politica internazionale, a partire dalla Cina, ma comprendendo, seppure in grado minore, anche Russia, India e Brasile, potranno correre liberamente nelle praterie della politica mondiale, rovesciando nel tempo i rapporti di forza oggi esistenti. Di conseguenza gli Stati Uniti dovrebbero essere consapevoli che, nel lungo periodo, ogni misura di sicurezza è vana se non si pone rimedio in radice ai problemi che hanno generato le condizioni di odio e di paura in cui ci troviamo. E che la sicurezza dei cittadini americani ( e di conseguenza anche la nostra sicurezza) è affidata solo provvisoriamente all’inasprimento delle misure di controllo ma può essere garantita solo dalla fine del conflitto fra Israele e la Palestina. E che quindi il problema della pace in Medio Oriente deve essere affrontato nel tempo più rapido possibile, prima che gli Stati Uniti, come hanno sottolineato i miei interlocutori di Singapore, abbiano perso la capacità e la forza di risolverlo. Nessuno infatti può resistere a lungo ad uno sforzo così intenso e prolungato come quello a cui sono oggi sottoposti il governo ed il popolo americano.

Come è già accaduto negli ultimi decenni ancora la nostra sicurezza è ancora una volta sulle spalle del presidente degli Stati Uniti e sulla sua capacità di imporre una soluzione riguardo all’eterno conflitto fra israeliani e palestinesi. La differenza rispetto al passato è che il tempo gioca contro la capacità americana di essere in grado di costruire questa soluzione. Dall’osservatorio asiatico ( ma io credo anche dal nostro osservatorio) il presidente Obama non ha più di fronte a sé molti anni di tempo ma solo alcuni mesi. Dopo non avrà più la possibilità di farlo.

Romano Prodi

PS. In queste riflessioni non ho menzionato l’Europa perché, date le sue divisioni, non è ritenuta un possibile protagonista di questa grande vicenda mondiale.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
gennaio 13, 2010
Italia