Incoraggiare investimenti e consumi per uscire dalla recessione

La crescita del Pil – Più coraggio per spingere investimenti e consumi

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 15 maggio 2016

I dati statistici sull’economia italiana ci arrivano ormai a ritmo quotidiano. Quasi più frequenti delle previsioni del tempo. Nonostante questo ci sembra utile esaminare questi dati e metterli a confronto tra di loro anche quando non offrono novità sensazionali come quelli che ci sono arrivati in questi giorni dall’Italia e dall’Europa. Si tratta di notizie così poco sensazionali che, alla loro interpretazione, si applica perfettamente la teoria del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, a seconda della prospettiva dalla quale li si osserva.

Una diversità di interpretazione che viene fatta propria perfino dalle due più autorevoli fonti di notizie economiche, cioè il Financial Times e l’Economist. Il  protagonista numero uno dei quotidiani economici europei (cioè il Financial Times) scrive infatti che gli ultimi dati italiani dimostrano che la ripresa è in atto, anche se a livello modesto. L’altrettanto autorevole settimanale (l’Economist) insiste invece  sul fatto che l’Italia ha risultati economici inferiori agli altri paesi europei e che, nonostante il progresso rispetto agli anni di recessione che ci stanno alle spalle, le previsioni di crescita del PIL per l’anno in corso sono state abbassate dall’1,4 all’1,1%, mentre il debito pubblico rimane un peso insopportabile.

Questa differenza di interpretazione riflette le incertezze nelle quali ci troviamo. Nell’ultimo trimestre la crescita dell’Italia è stata dello 0,3%, mentre l’Eurozona si è sviluppata allo 0,5%, (come la Francia)  ma la Germania ha progredito allo 0,7% e la Spagna, nonostante i suoi grandi problemi politici, ha mantenuto un tasso di sviluppo trimestrale dello 0,8%. Noi cresciamo un po’ di più rispetto alla scorso anno ma rimaniamo quindi tra il gruppo di coda di un’Europa che non è ancora completamente uscita dalla recessione. Mantenendo questo ritmo di sviluppo noi raggiungeremo il livello di reddito che avevamo nell’anno prima della grande crisi (2008) solo dopo il 2025.

Secondo questi dati l’occupazione non potrà migliorare nemmeno ai modesti ritmi degli ultimi mesi, anche perché dovremo per forza aumentare la nostra produttività, che è rimasta stagnante nell’ultimo quinquennio, mentre si è accresciuta di oltre il 4% in Germania e del 6% in Spagna.

A complicare le prospettive abbiamo un’economia americana in minore sviluppo e, in genere, una diminuzione della crescita mondiale, che passerà dal 3% dello scorso anno al 2,7% dell’anno in corso, anche se non ci sono segnali di ulteriore caduta della Cina, come molti prevedevano fino a poche settimane fa. Data anche la continuazione della crisi russa, le economie europee non saranno quindi sostenute dalle esportazioni ma dovranno sempre più fare conto sull’aumento dei consumi interni.

Sotto quest’aspetto, dopo anni di politica volta solo a crescere l’attivo della bilancia commerciale, i tedeschi sembrano finalmente cambiare, almeno parzialmente, direzione. Il nuovo contratto dei metalmeccanici del Nordrhein-Westfalen ( il più importante della Germania) prevede infatti un aumento dei salari del 4,5% in due anni. Non è una rivoluzione ma almeno un messaggio di incoraggiamento ai consumi che dovrebbe aiutare un poco la crescita di tutta l’Eurozona.

Nonostante tutto ciò e nonostante i ripetuti interventi della Banca Centrale Europea il tasso di inflazione continua tuttavia ad essere negativo, inviando un ulteriore messaggio di preoccupazione per le prospettive di alleggerimento del nostro debito e alimentando con questo la diffidenza dei nostri partner europei e dei mercati internazionali nei nostri confronti.

In questo quadro è chiaro che, a parte una possibile lievitazione delle nostre esportazioni verso la Germania, nei prossimi mesi dobbiamo soprattutto fondarci su un aumento della nostra domanda interna, sia dal lato dei consumi che da quello degli investimenti.

Per effetto dei recenti incentivi sembra essere finalmente iniziata una risalita nel flusso degli investimenti che, negli ultimi anni, avevano costituito uno degli elementi più negativi dell’economia italiana. Dobbiamo tuttavia tenere presente che la parte più consistente di quest’aumento è dovuta al settore dei mezzi di trasporto ( cioè al settore automobilistico) che, da parecchi trimestri, è anche l’elemento determinante della pur non vorticosa crescita dei nostri consumi.

Come si vede le luci e le ombre sono tante e giustificano sia le interpretazioni del bicchiere mezzo pieno che di quello mezzo vuoto. Occorre quindi un lungo lavoro di cacciavite, continuando ed approfondendo l’incoraggiamento agli investimenti ed ai consumi, nella consapevolezza che conversioni miracolose non sono possibili e che, nelle attuali circostanze, i mercati premiano soprattutto la coerenza e la continuità. Proprio le doti che, di solito, non sono riconosciute all’Italia.

 

 

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
maggio 15, 2016
Articoli, Italia