Il mio Ulivo risvegliò un popolo. La sinistra non speri nei guai di Meloni

“L’Ulivo vinse risvegliando l’ondata popolare. Oggi non basta aspettare gli errori di Meloni”
L’ex premier ricorda la storico successo di 30 anni fa: “Davanti alla corazzata Berlusconi eravamo una barchetta
Ma costruimmo una idea di Paese con una grande partecipazione : è questo che serve anche adesso”

Intervista di Fabio Martini a Romano Prodi su La Stampa del 19 aprile 2026

Oramai anche anniversari minori finiscono per assurgere ad eventi mediatici, ma il 21 aprile del 1996, trenta anni fa, in effetti segnò un passaggio storico: per la prima volta in mezzo secolo di democrazia i progressisti vinsero le elezioni e Romano Prodi, che allora guidava le “truppe”, oggi scoraggia ogni parallelo forzato ma enuclea quel che a suo parere resta attuale di quella vicenda: “Questi 30 anni non sono passati, come si suol dire, in un attimo.

Mi sembra proprio che sia trascorso un secolo! Non bisogna fissarsi sul passato e neppure rimpiangerlo. La storia non si ripete mai e tuttavia oggi si ripropone la stessa urgenza: una coalizione capace, come fece l’Ulivo, di suscitare un’ondata popolare di partecipazione, una coalizione che sia in grado di offrire un’idea di Paese. Questo ancora non c’è”.

Perché pensa che gli ultimi 30 anni siano passati quasi invano?

“Perché i governi che si sono succeduti di anno in anno, si sono affannati per trovare una soluzione: coalizioni disomogenee e governi tecnici, l’unica via che hanno potuto scegliere è stata quella di fare il meno possibile. Di cambiare il meno possibile”.

Nel 2022 si è ripetuto lo scenario del 1994: i progressisti in ordine sparso hanno perso le elezioni. Allora i capi partito, D’Alema e Marini, presero una contromisura: si tirarono indietro e puntarono su di lei. Fu stato di necessità o intelligenza politica?

“Si partì da uno stato di necessità, ma l’intelligenza politica seppe fare di necessità virtù. Allora i due partiti si tirarono indietro perché non c’era la possibilità di andare avanti. All’inizio il mio nome era solo un’ipotesi. E infatti Berlusconi mi prese poco sul serio perché, come diceva lui, prima o poi lo mandano via. E invece sono rimasto perché il programma dell’Ulivo divenne il programma di tutti”.

D’Alema, capo dell’ultimo partito che era sopravvissuto in Italia, venne a casa sua a Bologna e le chiese di guidare le operazioni: quando andò via, lei diffidò, o pensò che la partita si poteva giocare?

“Pensai che le probabilità di farcela erano basse ma che valeva la pena provarci e pensai che non c’erano alternative concrete ad un governo che pensasse al futuro. Come non esistono oggi“.

Nella campagna elettorale’95-’96 c’era una sinistra oggi introvabile: nei discorsi c’era molta “Italia che vogliamo“, c’era l’orgoglio di bianchi e rossi uniti sotto le insegne unitarie dell’Ulivo, c’era poco e niente vilipendio del nemico. Proporre in positivo una idea d’Italia fu la scommessa vincente?

“Certo. Noi eravamo destinati a perdere. Davanti alla corazzata di Berlusconi, che allora era molto munita, noi avevamo una barchetta. Dalla corazzata ripetevano: vanno a suicidarsi…

Via via la barchetta invece è diventata una flotta di barchette, alla quale demmo una bussola e una rotta: una idea di Paese e un programma di riforme, alla cui stesura concorsero popolo ed esperti. Quasi tutto avvenne in modo inaspettato perché nessuno poteva pensare che i Comitati si moltiplicassero a migliaia, entrassero in tutti gli ambiti sociali. Una grande parte del Paese voleva partecipare al cambiamento! Ci fu una consultazione popolare che non era mai stata fatta prima”.

Quel passaggio non ha finito per essere mitizzato?

“No, no. Perché quella non fu una passeggiata: tantissimi intervennero anche contestando alcune proposte ma la cosa più rilevante è che in corso d’opera furono coinvolte centinaia di migliaia di persone, che dissero la loro in tutta Italia. Impiegati e operai, sindacalisti e dirigenti di impresa, studenti e professori, movimenti cattolici e delle religioni non cattoliche, avvocati e magistrati.

Se la democrazia è malata, e oggi l’astensionismo ci dice che il malessere è cresciuto, dobbiamo curarla con la medicina migliore: una vasta e capillare partecipazione di popolo. Questa è la democrazia: alimentarsi da una fonte popolare. È l’opposto della demagogia”.

Nel governo dell’Ulivo il presidente del Consiglio aveva guidato la più grande holding industriale in Occidente, tra i ministri due ex premier, un ex Governatore della Banca d’Italia, due futuri Capi dello Stato: 30 anni dopo non esiste un plateale problema di classe dirigente per destra e per sinistra?

“Formammo un governo per la maggior parte estraneo alla tradizionale gerarchia dei partiti, ma con le espressioni più forti dei partiti e al di fuori dei partiti. Personalità che appartenevano a schieramenti politici, ma con una rappresentazione propria della società civile.

Ci ponemmo il problema di ricostituire la connessione tra società civile e partiti. Questo deve essere l’impegno che chiama le attuali opposizioni: è indispensabile perché il Paese possa cambiare”.

Il Campo largo non è attraversato da tatticismi, diffidenze e personalismi oltre la norma?

“Si deve partire dalle cose che è necessario fare. Impegnandosi a non seguire il cattivo esempio del centrodestra. In questi 4 anni, ogni volta che è emersa una proposta nella coalizione di governo, una parte delle forze politiche del governo stesso si è opposta e non se ne è fatto più nulla. Tutte le necessarie proposte di riforma sono rimaste lettera morta, belle o brutte che fossero.

Dalla riforma della burocrazia a quella del catasto, dai taxi ai balneari, dalla evasione fiscale fino ai condoni. Una coalizione guidata dai partiti con obiettivi diversi, e non da un programma, è una coalizione debole”.

Oggi le opposizioni vivono quasi unicamente aspettando l’errore di Meloni…

“Quando non si ha un programma, si aspetta l’errore. E la maggioranza di errori ne ha fatti tanti. Ciò detto, davanti all’ultimo assalto di Trump, ha fatto bene Schlein ad esprimere un sentimento di orgoglio di unità nazionale. Senza riserve”.

Nel tono delle opposizioni non le pare ci sia tanta indignazione, anche argomentata, ma poco altro?

“Anche oggi servirebbe un’ondata popolare. La democrazia è richiamo al popolo. Un richiamo razionale che prepari obiettivi condivisi e poi li persegua. Questo è far riprendere vigore alla democrazia. Oggi il nostro obiettivo deve essere la costruzione del futuro”.

Lei è stato designato coalizione due volte e in due modi diversi: nel 1995 come “papa straniero”, nel 2005 come vincitore delle Primarie: secondo lei stavolta cosa serve?

“Si tracci un programma riformista e poi su quello si valuti chi sia il più adatto ad attuarlo. Con questo metodo le Primarie si dimostreranno una cosa seria”.

Per due volte lei guida alla vittoria e per due volte è costretto a lasciare sotto il fuoco amico: quale lezione per il Campo largo?

“Sa qual è il dramma delle coalizioni? Se, secondo le analisi demoscopiche, un partito della coalizione perde voti, scatta il disimpegno e la coalizione si sfascia. Quando Bertinotti prese atto che il governo andava bene, ma il suo partito perdeva consensi, mise in crisi il governo.

E lo fece per il successo del governo, non per l’insuccesso. Ecco perché l’idea di un programma per il futuro dell’Italia deve avere la precedenza! Altrimenti ogni partito vorrà sempre la sua remunerazione, a costo di mettere in crisi il governo”.

 

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Dati dell'intervento

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Categoria
aprile 19, 2026
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