Il difficile rapporto tra Trump e religione
Il difficile rapporto tra Trump e religione
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 25 aprile 2026
Con sforzo forse eccessivo, ho diligentemente cercato più volte di capire se all’origine delle molte bizzarie e delle inaspettate prese di posizione di Donald Trump vi fossero vantaggi materiali o politici. Talvolta è apparso chiaro l’obiettivo di incassare soldi, in altri casi si è trattato invece di acquisire consenso politico e, in altri ancora, di guadagnare prestigio o sostegno da parte di qualche paese. Solo nei ripetuti attacchi a Papa Leone non sono riuscito a trovare alcuna convenienza che potesse giustificare i pesanti insulti e le ironie senza senso nei confronti del Santo Padre.
Il tutto in una fase storica nella quale il voto cattolico americano, tradizionalmente in favore dei democratici, aveva cambiato direzione. Nel 2024, infatti, oltre il 55%dei cattolici ha votato per Trump. In primo luogo a causa delle tensioni provocate dalle scelte politiche legate ai problemi etici, in particolare riguardo all’aborto. In secondo luogo per l’avvicinamento ai repubblicani come conseguenza dell’ascesa economica e sociale dell’elettorato cattolico, sempre più attratto da una politica volta a premiare il libero mercato, a ridurre la presenza pubblica e a dedicare una sempre minore attenzione nei confronti delle disparità sociali.
Nonostante un clima tendenzialmente favorevole da parte dell’elettorato cattolico nei confronti di Trump, gli attacchi diretti contro Papa Leone hanno allontanato dal presidente americano una notevole parte del voto cattolico, creando perfino imbarazzo nei suoi stretti collaboratori.
Un voto che non rappresenta una piccola minoranza, ma comprende oltre il 20% dell’intero elettorato americano. L’avversione per il comportamento di Trump nei confronti del Pontefice è confermata da un’indagine portata avanti dall’NBC nello scorso marzo. Il livello di gradimento nei confronti di Papa Leone è risultato del 34% superiore a quello riservato al Presidente americano.
Il modo con cui Donald Trump si è espresso nei confronti di Leone XIV non risponde quindi ad alcun criterio di convenienza, ma riflette qualcosa di più profondo: la convinzione che la religione debba essere un semplice sostegno del potere temporale. Ancor più nei confronti di un Papa americano che, secondo l’incredibile affermazione di Trump, non sarebbe mai stato eletto senza una sua azione diretta.
Non solo quindi un’invasione di campo che richiama le interferenze dei grandi imperi del passato, ma soprattutto il disprezzo del ruolo della religione da parte del presidente di un paese in cui la religione ha sempre dato un contributo fondamentale nel garantire la democrazia e la parità dei diritti dei cittadini.
La stessa sottovalutazione del ruolo della religione ha spinto Donald Trump a credere che l’uccisione della Guida Suprema avrebbe provocato un’immediata frattura all’interno del popolo iraniano, mentre proprio il martirio del leader religioso non solo non ha contribuito alla divisione, ma ha rafforzato l’unità della Repubblica islamica.
Nell’avversione nei confronti di Papa Leone viene soprattutto alla luce un’insanabile frattura fra l’universalismo proprio della dottrina cattolica e la concezione di Trump secondo la quale MAGA (Make America Great Again) è il simbolo di una forza che, volendo dominare il mondo, si pone contro ogni forma di universalismo: politico, economico o religioso.
La Chiesa di Leone si propone come istituzione universale, nell’ambito della quale la difesa dei diritti di tutti diviene la pietra d’angolo di un edificio fondato sulle parole del Vangelo. Trump si aspettava un Pontefice diverso, che si allontanasse dall’universalismo di Francesco e si è sbagliato. Non si aspettava certo che Leone facesse questo lungo viaggio nei paesi africani più diseredati a sostegno dell’uguaglianza dei diritti di tutti gli uomini, diritti che Trump ritiene sottoposti alla volontà di un paese egemone.
Leone XIV non ha risposto controbattendo direttamente gli attacchi del presidente, ma ha voluto incontrare i popoli dell’Algeria, del Camerun, dell’Angola e della Guinea Equatoriale parlando dei loro diritti e delle loro legittime aspirazioni, in un mondo sempre più esposto al rischio che la guerra mondiale a pezzi si trasformi in una vera e propria guerra mondiale.
Un viaggio in cui Papa Leone ha dovuto prendere atto di persona di come i problemi di quei paesi si siano aggravati anche per effetto del taglio totale e improvviso degli aiuti americani. Nessuna polemica con Trump, ma un colloquio diretto con i popoli nei confronti dei quali gli Stati Uniti hanno decretato la fine di ogni obbligo di solidarietà. Una missione di fratellanza universale della Chiesa cattolica, particolarmente preziosa in un momento in cui quest’obiettivo viene dimenticato e tutti gli organismi internazionali proposti a difendere i diritti universali sono stati terribilmente indeboliti, a partire dalle stesse Nazioni Unite.
Nello stesso spirito dobbiamo leggere la decisione di Papa Leone di recarsi il prossimo 4 luglio, giorno della festa nazionale degli Stati Uniti, nell’isola di Lampedusa.
Anche in questo caso non vedo alcun gesto polemico. Leone è profondamente legato alla propria patria.
Con questo gesto vuole semplicemente ricordare che, nel momento di una celebrazione così sentita, l’unità di un paese non può essere separata dal necessario legame di fratellanza con gli uomini e le donne di tutto il mondo.
















