Francesco Guccini era molto preoccupato per la politica e il governo
Prodi: «L’ultimo incontro con Guccini 20 giorni fa, mi disse che era stanco di vivere. Era molto preoccupato per la politica e il governo»
Il rapporto di amicizia e l’incontro venti giorni fa tra Romano Prodi e Francesco Guccini: «Parlavamo di tutto, non mi sono mai chiesto se fosse comunista»
Intervista di Marco Madonia a Romano Prodi su Il Corriere di Bologna del 07 agosto 2026
«A Bologna si pascolano sempre gli stessi posti, quindi alla fine ti conosci. A noi è capitato casualmente, poi è nato un legame forte. Mi dispiace molto, è un pezzo della vita che se ne va», dice l’ex premier Romano Prodi parlando di Francesco Guccini. Il Professore e il Maestrone, un anno di differenza (Prodi classe 1939 e Guccini nato nel 1940), entrambi cresciuti in Appennino (Reggiano e Modenese), si vedevano spesso. «Andavo anche a trovarlo a Pavana, almeno una volta all’anno.
L’ultimo incontro?
Circa venti giorni fa, l’avevo visto molto affaticato. Mi aveva anche detto che era stanco di vivere. Di solito facevamo una bella chiacchierata e poi andavamo a cena. Lui per la prima volta non è venuto. La chiacchierata è stata molto bella lo stesso, un’ora e mezza tranquilla».
Parlavate di musica?
«Anche, ma intesa più come fenomeno culturale. Mi piacevano le sue canzoni, ma devo dire che di musica non me ne intendo molto».
Avete avuto un’infanzia simile.
«Un amarcord comune. Parlavamo dei ricordi dell’infanzia, l’ultima parte della Guerra, l’arrivo degli Alleati. Poi la montagna, a cui entrambi eravamo legatissimi, il declino dell’Appennino lo preoccupava molto. Era sempre molto bello stare lì con lui, in quella casa di una volta, con il pavimento in pietra, il tavolone e i tegami alle pareti. C’era una bellissima atmosfera famigliare, anche grazie a sua moglie».
Era diventato uno scrittore di successo.
«Nell’ultima conversazione mi ha aggiunto il suo programma letterario. Era stanco, ma aspettava l’uscita dell’ultimo libro in autunno. Stava lavorando a un testo dedicato ai gatti. Anche se il suo primo animale era stato un cane, mi ha detto che poi si era affezionato ai gatti».
Come è stata l’ultima chiacchierata?
«Era molto preoccupato per la politica. Li chiamavo “i crucci di Francesco”, le guerre e l’andamento della politica italiana. Il nostro ultimo colloquio non è stato improntato all’ottimismo».
Per la politica?
«La sua preoccupazione era legata all’attuale governo. Non per un provvedimento, ma proprio in termini di valori profondi».
L’antifascismo?
«Il suo cruccio era dimenticare le nostre radici».
Diceva di averlo visto molto affaticato.
«L’ultimo ricordo triste è il suo accenno alla vecchiaia, alla decadenza, al passare degli anni. Aveva anche fatto un passaggio sulla fine, ma poi aveva scherzato sul fatto che io avessi un anno in più».
Ma anche lei pensava che Guccini fosse stato comunista? Confessò al «Corriere» di non esserlo mai stato.
«Sa che non ci ho mai pensato…».
Fu anche ulivista
«Un sostenitore affettuoso, anche se la nostra amicizia si è cementata dopo. Per L’Ulivo esprimeva simpatia, poi noi non assoldavamo nessuno per fare il propagandista».
Da uomo di governo sarà stato interessante sentire un punto di vista diverso.
«Appunto. Guccini, poi, era un uomo di grande cultura. Io mica andavo a incontrare il cantante, del resto non ne sarei stato capace. C’era una comunanza di ricordi interiori».
Bologna lo ricorderà
«Giustissimo, Bologna è una città che ricorda le persone a cui vuole bene. A lui tutti hanno voluto bene e non perché è stato un grande cantante. Gli volevano bene perché non era uno di quelli gasati. Anzi, proprio il contrario».
Con lei come era?
«Mica erano confessioni, andavamo in 5-6 amici, anche con mia moglie. E poi tutti insieme andavamo a mangiare in un ristorante dove non c’era musica».
















