Albertina Soliani: con la virtù della speranza

Prefazione di Romano Prodi al libro di Albertina Soliani “Tutto si muove, tutto si tiene. Vita e politica. Quasi un bilancio per la generazione che viene” (Diabasis editore, 19 euro)

Con la virtù della speranza

Gli ideali che Albertina ha perseguito e gli obiettivi che ha raggiunto sono il risultato di fatica, di semplicità e di assoluta coerenza rispetto ai propri principi. Una vita con un inizio difficile (figlia senza padre in un ambiente non certamente prospero) si è trasformata, con il passare degli anni, in una progressiva conquista non solo di un forte ruolo politico, ma di un ruolo di riferimento etico per una vasta comunità. È chiaro che questo può avvenire solo in presenza di spiccate doti naturali, di cui sono la prova rendimenti scolastici così positivi che la spingono verso un curriculum scolastico del tutto inusuale per le circostanze nelle quali si era trovata a vivere. Le sue doti naturali, unite a una volontà di ferro, sono tuttavia sufficienti per costruire una carriera ma non per diventare un punto di riferimento per gli altri.

Questo esige altre virtù che, pur rimanendo celate dal pudore del racconto, bene emergono dalla semplice lettura di queste pagine. La prima dote è quella di capire il prossimo nei suoi sentimenti e comportamenti più elementari di solidarietà e di amicizia, di volere bene a coloro che le sono stati vicini nei momenti più difficili e di avere un atteggiamento sempre positivo verso il prossimo. In tutta la sua attività di insegnante, di preside, di politica è come se Albertina avesse voluto restituire il senso di affetto e di solidarietà che le era stato dedicato dalla comunità in cui si era trovata a vivere nell’infanzia e nell’adolescenza. Da questi sentimenti emergono le sue riflessioni sul ruolo di aggregazione, di pacificazione e di solidarietà che la coalizione dell’Ulivo avrebbe potuto apportare al Paese se non si fosse costruito attorno ad essa un ambiente cosi largamente ostile.

Nelle pagine di questo libro appare perciò naturale lo sforzo di tradurre in disegno politico la spontanea solidarietà che aveva accompagnato la sua crescita materiale ed intellettuale. Un disegno che si era naturalmente costruito e irrobustito nei classici luoghi di formazione del mondo cattolico attento alla politica: da un lato la parrocchia e, dall’altro, la Democrazia Cristiana a cui si è aggiunto un campo di formazione speciale, cioè l’Università Cattolica di Milano. Il tutto nel particolare fermento del mondo cattolico che si era venuto costruendonegli anni del Concilio e che è poi progressivamente calato di intensità nel tempo. Agli studi universitari si sono quindi accompagnate le letture di una pubblicistica cattolica vivace ed esigente, a volte forse radicale ma comunque straordinariamente importante a formare coscienze coerenti e robuste. Coscienze preparate ad accompagnare un necessario rigore etico con un profondo contenuto di laicità della politica.

Parlo di riviste come «Il Gallo», «Il Regno» o «Testimonianze», intorno alle quali si dibattevano i problemi fondamentali della società in un clima di pluralismo, di libertà ma anche di quasi certezza che le cose sarebbero migliorate e che saremmo poi vissuti in una società di maggiori opportunità, non solo di carattere materiale ma anche soprattutto di carattere spirituale. A queste riviste, alle quali anch’io ho lungamente attinto e che forse possono dare l’impressione di un cattolicesimo un poco provinciale, si aggiungevano tuttavia i contributi di provenienza oltrealpina, tra i quali emergono i due giganti della riflessione religiosa germanica, cioè Bonhoeffer e Guardini.

Un pensatore protestante ed un pensatore cattolico che hanno forse più degli altri influito su coloro che in tutta Europa si sono dedicati alla politica, attenti nello stesso tempo alle tematiche di carattere religioso. Mi fa una certa impressione ricordare che questi maestri di pensiero erano gli stessi sui quali mi sono potuto intrattenere a conversare con il cancelliere Kohl quando avevamo l’opportunità di andare oltre gli assillanti problemi della politica quotidiana. Ricordo come si richiamasse soprattutto a Guardini, proprio in quanto questo grande pensatore fondava le sue riflessioni sulle virtù teologali e, tra queste, soprattutto sulla speranza. Di scommesse sulla speranza Albertina Soliani ne ha portate avanti molte, operando per il miglioramento della scuola dell’obbligo, del sistema carcerario e del sistema sanitario nazionale, sempre con quell’impegno etico che è il frutto diretto del suo processo formativo.

Alla luce di tutto questo si comprende come i suoi ultimi anni di impegno parlamentare siano stati per lei estremamente difficili fino ad essere definiti come veri e propri anni bui, nei quali sono stati messi sotto scacco perfino i valori fondamentali che sono alla base della nostra Costituzione. Questo profondo pessimismo si estende anche al giudizio sui risultati delle elezioni del 2013, riguardo ai quali il commento, del tutto esplicito, è che la cultura dell’individualismo è ancora prevalente e un’alternativa alla chiusura esistente ancora lontana da potere essere costruita.

Forse anche per questo motivo Albertina accentua in questi ultimi anni la sua attenzione verso l’estero, scegliendo naturalmente Paesi nei quali i diritti civili sono stati particolarmente calpestati. La preferenza si rivolge verso l’Armenia e verso la Birmania, nella persona di Aung San Suu Kyi, con la quale si è aperto un vero e proprio rapporto di amicizia. In fondo la dignità della politica può essere difesa tanto in patria quanto all’estero. E, dato che Albertina fonda ogni sua azione sulla virtù della speranza, penso che, nell’intimo del suo cuore, essa non disperi di potere utilmente ricominciare a lavorare per il bene dell’Italia.

 

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Dati dell'intervento

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novembre 19, 2013
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