L’Italia spinga il G8 a investire nella speranza dei più poveri

La sfida per i Grandi del mondo
Investire nella speranza dei più poveri

di Romano Prodi su Il Messaggero del 04 Giugno 2009
  
Nei nostri quotidiani dibattiti siamo naturalmente portati a considerare l’emigrazione come un problema italiano, un problema che deve quindi trovare la sua soluzione soprattutto in Italia, attraverso regole più rigide o attraverso più efficaci strumenti di accoglienza.

È naturale che i fatti che incidono così profondamente nella nostra vita quotidiana siano dibattuti con passione in casa nostra, ma ogni tanto è opportuno spingere lo sguardo oltre i nostri confini per capire meglio che cosa può capitare a noi domani.
Cerchiamo quindi di vedere cosa succede oggi nel mondo.

Gli abitanti del pianeta sono, secondo i censimenti ufficiali, poco meno di sette miliardi. Di questi meno di un miliardo e mezzo vivono decentemente. Circa un miliardo vive in condizioni così miserevoli da rischiare ogni giorno di morire di fame. I residui quattro miliardi e mezzo sopravvivono con livelli di vita e consumi appena sufficienti per campare.

Tutto questo avviene in un mondo in cui le informazioni corrono invece lungo tutto il pianeta raggiungendo quasi allo stesso modo i ricchi e i poveri. Tutti possono cioè vedere come siano diverse le condizioni di vita nelle diverse parti del globo. La conseguenza diretta ed immediata è che miliardi di persone sono pronte ad emigrare verso Paesi che possono garantire condizioni di vita più confacenti ad un essere umano. Quando parlo di miliardi non intendo qualcosa di vago o di indefinito: parlo di migrazioni bibliche ulteriormente alimentate da guerre, inondazioni , siccità, carestie e collassi economici che regolarmente si ripetono nei diversi angoli della terra.

Già oggi gli emigrati in altre nazioni (escludendo quindi quelli all’interno dello stesso Paese) sono oltre duecento milioni, di cui centoquaranta hanno raggiunto le aree a più elevato livello di sviluppo. Basta pensare che un quarto della forza lavoro di un Paese così popoloso come le Filippine opera in Paesi stranieri e che oltre un decimo del prodotto nazionale di molti Paesi africani è costituito dai soldi che gli emigranti mandano a casa.

Il caso italiano deve quindi essere affrontato all’interno di un quadro più ampio, che deve vedere il coinvolgimento e la cooperazione di tutti i Paesi, della autorità regionali ( a partire dall’Unione Europea) e delle Nazioni Unite. Una collaborazione volta non solo ad introdurre regole, ma anche e soprattutto a promuovere lo sviluppo.

La pressione che sale dalla parte più debole del mondo è infatti così grande e crescente da travolgere qualsiasi sforzo di ogni singolo Paese. Le differenze di livello di vita sono talmente grandi e talmente sotto l’occhio di tutti che i fenomeni migratori non sono nemmeno arrestati dalla crisi economica. Anche chi perde il lavoro si rifiuta di tornare in patria per paura di non potere mai più compiere il cammino inverso.

L’emigrazione si attenua (per poi arrestarsi) solo quando in un Paese si accende la speranza di progresso e di cambiamento. Anche gli italiani, in questo secondo dopo guerra, hanno cessato di emigrare non quando sono diventati più ricchi, ma quando hanno cominciato ad avere la prospettiva di diventarlo. Nello stesso tempo è chiaro che si può uscire dalla crisi economica non certo spingendo ulteriormente il consumo di coloro che già consumano ma allargando la platea dei consumatori che sono ora una parte minoritaria dell’umanità. Questo è il motivo per cui tutti guardano con grande interesse alla Cina e all’India come motori della futura ripresa, anche se, pur con oltre un terzo della popolazione, raggiungono insieme appena un decimo della ricchezza mondiale.

Dalle crisi passate si è usciti o con grandi investimenti all’interno dei Paesi più avanzati o con un mostruoso aumento delle spese militari. Per fortuna nessun grande Paese si trova ora nelle condizioni o nella necessità di espandere le spese per la difesa. Restano le altre due strade, e cioè l’aumento degli investimenti (oggi prevalentemente rivolti alla ricerca e all’innovazione) e l’aumento della capacità di acquisto dei Paesi in via di sviluppo.

Queste riflessioni ci fanno ritornare di nuovo al grande drammatico problema delle migrazioni perché esse potranno essere temperate e regolate solo se gli squilibri saranno progressivamente diminuiti. Non vi sono purtroppo elementi per essere ottimisti in materia dato che la maggioranza degli impegni presi negli anni dai vari G8 sono stati nella maggior parte disattesi.

Fra un mese noi italiani avremo la responsabilità di dettare l’agenda di questo incontro. Non solo abbiamo il dovere di rinnovare e aumentare gli impegni presi in passato, ma dobbiamo garantirne il rispetto e l’applicazione, a cominciare dall’Italia.

Solo percorrendo con decisione questa strada potremo evitare che la marea dei disperati del mondo giustamente travolga tutti noi.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
giugno 4, 2009
Italia

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