L’Italia per tornare competitiva deve investire nella ricerca, soprattutto nelle energie rinnovabili e nelle scienze della vita

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impianto sperimentale ad energia solareNei tempi di crisi pensare al dopo-crisi

di Romano Prodi su il Messaggero del 1 aprile 2009

Da ormai parecchi mesi  i dati sulla crisi economica mondiale peggiorano costantemente.
La caduta della produzione e del reddito non si limita  agli Stati Uniti e alle aree maggiormente sviluppate del globo, ma si estende a tutti i continenti, devastando anche i paesi più poveri che, per l’arretratezza delle proprie strutture bancarie, erano stati risparmiati dalle bancarotte finanziarie.
Le conseguenze del crollo dell’economia di carta hanno infettato le economie reali di tutti i paesi del mondo.

Per la prima volta dopo tanti anni avremo nel mondo un tasso di crescita negativo.
La politica non e stata  però inerte, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Cina che hanno preparato interventi che non hanno precedenti nella storia, mentre i paesi europei hanno posto l’accento anche sulla necessità del cambiamento delle regole che guidano la finanza mondiale.

Vedremo se a Londra nel G 20 queste due diverse accentuazioni (che non sono certamente incompatibili fra di loro) potranno comporsi in una strategia d’azione concordata a livello mondiale.
Un messaggio unitario in materia gioverebbe non poco a combattere la crisi. Comunque tra poche ore la nostra curiosità potrà essere soddisfatta.

Intanto nel grande ronzio dei mercati e dei media è cominciata la ricerca esasperata di tutti  segnali positivi della congiuntura economica internazionale.
Qualche debole segnale c’è ed è bene non trascurare del tutto il fatto che i prezzi di alcune materie prime come il rame o i rottami di ferro o di alcuni noli marittimi si sono svegliati così come non è certo negativo constatare che alcuni mercati borsistici hanno smesso di scendere.
Si tratta però di segnali deboli ancora non sufficienti per giustificare previsioni più ottimiste sui tempi di uscita dalla crisi.

Tuttavia sappiamo in che direzione lavorare: andiamo quindi avanti senza creare nè paure nè illusioni.
Se non siamo in grado di prevedere quando usciremo dalla crisi, abbiamo però la possibilità di influire sul come uscirne.
Senza aspettare che dal cielo scenda la manna degli accordi globali, è opportuno che anche un Paese come l’Italia rifletta attentamente sulle strategie che possono garantire in futuro un ruolo economico più forte.

Avendo in mente questi obiettivi mi limiterò in questa sede ad alcune osservazioni limitate all’industria, che sarà anche e sempre di più il pilastro della nostra economia.
Nell’ultima generazione l’industria europea è stata soggetta a cambiamenti radicali e si è soprattutto localizzata in una specie di “cilindro” che dalla Germania arriva fino all’Italia Centrale, mentre la Gran Bretagna ed in parte la Francia hanno indebolito la rete di diffusione dell’industria, pur conservando campioni nazionali estremamente forti e punte di innovazione ugualmente degne di attenzione.
Questo processo di diversificazione  si è spinto così avanti che, mentre il valore aggiunto dell’industria  in Francia e  in Gran Bretagna è attorno al 12%, in Germani è esattamente il doppio.
L’Italia è in situazione intermedia e, tenendo  conto della permanente tragica situazione del Mezzogiorno, i dati del Centro-Nord sono sostanzialmente simili a quelli tedeschi.

Non c’è che da essere soddisfatti, anche perché  è ancora l’industria che salva la nostra bilancia commerciale, ponendo riparo  anche al drammatico deficit energetico.
Le nostre imprese industriali combattono quindi bene, ma guardando più dentro alle cose, ci si accorge che esse operano soprattutto in settori a media tecnologia e sono totalmente assenti dalle grandi innovazioni in corso.

Se mettiamo sotto osservazione i  prodotti nuovi più importanti entrati sul mercato nell’ultima generazione (dai cellulari agli i-pod, dalle celle solari ai generatori eolici) non solo non ne abbiamo inventato nessuno in Italia, ma non ne abbiamo nemmeno uno prodotto in Italia in larga scala.
Dato che si può (e si deve) ricominciare a parlare  di politica industriale e lo si deve fare tenendo presenti i cambiamenti provocati dalla crisi, credo che si debba operare con tutti i mezzi a disposizione verso due direzioni che condizioneranno tutto il nostro futuro e cioè il campo delle energie rinnovabili e quello delle scienze della vita, intendendo con questo termine il campo vastissimo che va dalla farmaceutica, agli strumenti medicali alle biotecnologie.

Sono settori che   non sempre richiedono aziende di  grandi dimensioni o investimenti massicci. Sono campi in cui esistono nicchie che possono dare risultati alla portata della dimensione delle nostre imprese. La nuova sfida dell’Italia è quella di far crescere in questi due settori imprese e distretti con lo stesso dinamismo di quelli che ci hanno permesso di sopravvivere,  pur in una situazione di grande difficoltà politica e sociale del nostro paese. Anche se quindi non siamo in grado di prevedere quando finirà la crisi, abbiamo tuttavia l’obbligo di fare in modo di uscirne con idee e progetti adatti  ad affrontare con successo il futuro.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
aprile 1, 2009
Italia