Limitare, una volta per tutte, il potere delle agenzie di rating

Proteste sotto la sede parigina di S.&P.

Proteste sotto la sede parigina di S.&P.

Le agenzie di rating
Quei giudizi inaccettabili sull’Italia

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 15 gennaio 2012

Anche per me, come ha ben scritto Oscar Giannino su queste stesse colonne, la prima reazione al declassamento dei titoli europei è stata di profonda irritazione. La seconda, più meditata, è stata di un’irritazione ancora maggiore.

Credo infatti che sia ora di limitare, una volta per tutte, il potere delle agenzie di rating che ormai sopravanza quello degli stati e delle istituzioni internazionali. E’ vero, come dicono molti esperti e come ha ripetuto ieri il ministro tedesco dell’Economia, che il loro ruolo non va sopravvalutato ma questo è solo un pio desiderio.

Quando il giudizio di queste agenzie manda alle stelle il tasso di interesse dei buoni del Tesoro, taglia le gambe alla capacità di credito delle banche e fa strage delle quotazione delle borse, diventa difficile farci credere che il loro potere sia sopravvalutato.

Il loro giudizio mette infatti a rischio il lavoro dei governi e i sacrifici di decine o centinaia di milioni di persone.
Negli ultimi mesi le agenzie di rating hanno spesso avuto un ruolo più importante di quello giocato da parlamenti e governi e, ancora più spesso, hanno vanificato i risultati delle decisioni prese dagli stessi parlamenti e governi.

Non voglio arrivare al punto di affermare che le scelte dei tempi e dei modi degli interventi siano finalizzati a esaltare la loro imparzialità di giudizio e fare con questo dimenticare il dieci e lode che esse hanno attribuito a Enron, Lehman Brothers o Parmalat alla vigilia del loro fallimento.

Tuttavia non possiamo permettere che il nostro futuro ed il futuro delle nostre istituzioni democratiche sia progressivamente delegato a strutture che non solo sono fallibili per definizione ma che, pur correttamente, perseguono interessi che sono quelli dei loro azionisti, dei loro dirigenti e dei gruppi finanziari ad esse pur legittimamente collegati. Interessi che, anche se mediati da severe regole e procedure, difficilmente possono essere considerati interessi generali.

Come ha detto Mario Draghi, bisogna quindi ridurre il peso di queste agenzie e definire un robusto quadro normativo che ne disciplini l’operato.

Il primo strumento è naturalmente quello di rompere il potere esclusivo delle tre imprese che dominano il mercato aggiungendo ad esse nuovi protagonisti, siano essi europei, cinesi o di qualsiasi altra provenienza.

Questo passo non è tuttavia sufficiente perché, se la capacità di giudizio sull’andamento delle aziende può essere delegata al potere esclusivo di imprese commerciali, questo non può avvenire quando si tratta di giudicare e quindi determinare il futuro di interi paesi o dell’intero pianeta. E’perciò necessario disporre di un’autorità soprannazionale che sia almeno in grado di affiancare il proprio giudizio a quello delle società di rating. Bisogna cioè che, a livello mondiale, il Fondo Monetario Internazionale assuma competenze e potere non solo per valutare  le politiche economiche dei diversi paesi ma anche, di conseguenza, per esprimere un vero e proprio voto sull’affidabilità del loro debito. Questo giudizio è diventato un problema di sovranità e le istituzioni internazionali debbono fare in modo che questo potere sia almeno usato in maniera bilanciata.

E’ infatti inammissibile sentire affermare che il governo italiano ha fatto cose egregie ma che la sua futura forza politica è opinabile e che quindi ( di conseguenza) è bene che gli investitori  stiano lontani dai titoli pubblici italiani. E desta stupore che, dopo avere espresso critiche all’operato di queste società, il presidente dell’Eurogruppo si auguri che il Fondo Salvastati riesca a mantenere la sua tripla A.

Le follie a cui negli scorsi mesi abbiamo assistito hanno avuto tuttavia almeno due conseguenze potenzialmente positive, anche se non certamente volute.

La prima è che l’Euro ha finalmente ceduto un po’ di valore di fronte al dollaro, favorendo con questo le nostre esportazioni al di fuori dell’Europa, esportazioni sulle quali dobbiamo soprattutto contare in attesa di qualche futuro risveglio della domanda interna italiana ed europea.

La seconda è che anche la Francia è ora costretta ad ammettere che l’attacco ai paesi deboli dell’Euro è rivolto anche a Lei. Non penso nemmeno lontanamente che mal comune sia mezzo gaudio ma spero che la Francia comprenda finalmente che il suo ruolo non è quello di costruire un debole e insufficiente contrappeso alla Germania, ma di rendersi protagonista di un nuovo e più forte legame fra i paesi europei e di fare capire alla Germania che la fine dell’Euro causerebbe anche il declino della grande prosperità tedesca

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
gennaio 15, 2012
Italia