Da questa crisi uscirà un settore manifatturiero con produttività minore ma qualità del prodotto ancora più elevata.

Lettera al direttore di La Repubblica – 15 gennaio 2009

Caro Direttore,

abbiamo letto con molto interesse l’articolo di Edmondo Berselli sulla messa in liquidazione delle ceramiche Iris, una chiusura di una impresa importante che viene letta come la crisi di un intero settore e addirittura di un intero modello produttivo. Dato che complessivamente, abbiamo studiato questo settore per quasi due generazioni, ci permettiamo di portare avanti qualche osservazione.

Il settore ceramico italiano ha affrontato in passato altri pesanti momenti di crisi e si è trovato di fronte a sempre nuovi concorrenti, prima la Spagna, poi la Turchia e il Brasile, infine la Cina. La crisi di oggi è forse la più grave da quando il distretto ceramico esiste. Tuttavia se ci voltiamo indietro a guardare il passato ci accorgiamo che le nostre imprese hanno sempre trovato la forza e le idee per reagire cambiando i prodotti, il modo di produrre e la struttura stessa delle imprese.

È sicuramente vero che il settore ceramico sta affrontando un periodo particolarmente difficile anche perché esso si trova non solo ad operare in una crisi di portata generale ma anche perche, essendo il settore ceramico profondamente legato all’andamento dell’edilizia, si trova vicino al punto di maggior sofferenza dell’intero sistema economico.

Tuttavia, pur in questo quadro a tinte fosche, la lettura dei dati più recenti indica che la ceramica italiana, anche se con una produzione in forte calo, sta reggendo meglio alla crisi dei suoi principali concorrenti mondiali, primi fra tutti gli spagnoli. Il distretto di Sassuolo regge proprio perché negli anni passati è stato capace di investire sia in tecnologie sia nel presidio dei mercati. Sostanzialmente Italia e Spagna producono quantità comparabili di piastrelle. L’Italia ne esporta quasi il 70%, mentre la Spagna solo 1/3.

Ovviamente vendere su mercati lontani è più difficile e costoso che vendere sul mercato domestico ma  i nostri produttori hanno affrontato da tempo questa sfida. Il distretto ceramico italiano, inoltre, si è in questi anni silenziosamente internazionalizzato, tanto che oggi circa il 20% della produzione delle imprese italiane avviene in paesi stranieri come Francia, Portogallo, Russia, Stati Uniti.

In questi anni le imprese italiane hanno inoltre investito in nuove tecnologie, spingendo l’automazione, presentando nuovi prodotti sempre diversi per design, spessori, etc. Tutto questo fa si che oggi esse riescono a spuntare sui mercati mondiali prezzi sensibilmente più alti rispetto ai concorrenti, circa il 30% in più rispetto alla Spagna e il doppio rispetto a Messico e Cina. Pur in un momento difficilissimo, le vendite italiane negli Stati Uniti sono calate sensibilmente di meno rispetto a quelle spagnole.
Infine, e questo è un aspetto di fondamentale importanza, il distretto di Sassuolo non   produce solo piastrelle ma è leader mondiale nelle tecnologie per la produzione delle piastrelle. Certo si può dire che così Sassuolo ha creato concorrenza a se stessa ma, se non lo avessero fatto le nostre imprese, altri avrebbero sviluppato queste tecnologie e oggi saremmo in una posizione molto più debole.

Fatte queste osservazioni sul passato e sul presente, pensiamo al futuro. Le nostre riflessioni ci spingono a pensare che sia assai probabile che, da questa crisi, esca un settore con livelli produttivi un poco più bassi di quelli attuali, con un numero inferiore d’imprese ma probabilmente con una qualità del prodotto ancora più elevata. Ci potranno essere altri fallimenti specialmente di imprese che meno hanno investito in questi anni ma, ad oggi, non ci sono segnali di un collasso del distretto.  Anzi, è bene sottolineare che nel prodotto di alta qualità potremo e dovremo uscire relativamente più forti da questa crisi.

Per raggiungere questi obbiettivi non basta l’agire delle imprese: occorre un’azione forte e coordinata delle istituzioni pubbliche, delle banche e delle forze sociali.

È poi necessario che il sistema bancario continui a credere in questo settore e nella manifattura in generale restituendo almeno un po’ della fiducia che i governi hanno dato alle banche stesse in questi momenti di difficoltà.

È necessario in generale continuare a credere ed investire in un modello di sviluppo che necessariamente parte da quello esistente e quindi dalle Piccole e Medie Imprese e soprattutto dalle reti di Pmi che devono essere messe sempre più in grado di integrarsi nella economia globale.

È necessario credere nella manifattura, soprattutto oggi che viene e riscoperta anche dai paesi che, come gli Stati Uniti, l’avevano negli ultimi anni abbandonata, abbagliati dai profitti finanziari.

Nessuno può dire che cosa potrebbe accadere se la crisi dovesse trasformarsi in una grande depressione, ma questo vale per tutte le industrie, dall’automotive alle banche dalla farmaceutica all’informatica e per tutti i paesi.

Oggi vi è l’angoscia di chi ha perso lavoro in modo inaspettato ma vi sono anche le condizioni perché l’industria possa continuare a produrre ricchezza per il nostro paese.

Giorgio e Romano Prodi
Bologna, 13 gennaio 2009

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
gennaio 15, 2009
Italia