L’Europa si occupi dell’Africa nelle mani dei terroristi

L’Europa si occupi dell’Africa

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 10 maggio 2026

Anche se è comprensibile che le guerre di Ucraina, Gaza e Iran abbiano cancellato dai media le tragedie africane, è opportuno riflettere su quanto avviene non solo a Est, ma anche a sud della nostra Europa. La prima riflessione in questa direzione dovrebbe essere dedicata al tragico conflitto che sta da anni insanguinando il Sudan, dove la guerriglia interna viene continuamente foraggiata ed incoraggiata da potentati esterni interessati ad impadronirsi delle risorse di questo grande paese.

Vi sono più morti e più atti di crudeltà in Sudan di quanti non ve ne siano nei conflitti che, giustamente, tanto ci turbano. Su questo capitolo, riguardo al quale non appare oggi alcuna prospettiva di soluzione, dovremo in futuro prestare maggiore attenzione, anche se, in questa orrenda guerra civile, la capacità di soluzione è più nelle mani dei paesi del Golfo che delle tradizionali potenze mondiali.

Proprio negli ultimi giorni, grandi cambiamenti stanno invece avvenendo nell’immensa fascia dei paesi del Sahel. Paesi che tanto hanno influenzato la storia europea e che sono determinanti nel controllare i flussi migratori che dal lontano sud risalgono verso l’Europa.

Si tratta di un immenso territorio in cui la Francia coloniale è stata per lungo tempo punto di riferimento per la loro politica, la loro economia e la loro cultura. Una fascia che si estende dal Senegal e dalla Costa d’Avorio fino al Ciad.

In questi territori il Mali ha sempre avuto un’importanza particolare per la sua collocazione geografica, per la sua estensione pari a cinque volte l’Italia e per la forte presenza di estremisti islamici e di minoranze Tuareg. Gli avvenimenti politici del Mali hanno assunto per tutti una rilevanza particolare da quando, nel 2012, i gruppi terroristici, rinforzati dalle armi uscite dall’arsenale di Gheddafi, hanno occupato il nord del Paese, imposto in modo durissimo la legge islamica e minacciato di invadere la stessa capitale Bamako.

Per contrastare quest’attacco, l’esercito francese, nel gennaio del 2013, è corso in aiuto del governo maliano con l’operazione Serval.

Nell’anno dopo, con l’operazione Barkhane e l’aiuto dell’ONU, l’intervento francese si è intensificato ed esteso per arginare il terrorismo che stava facendo proseliti in tutti i paesi circostanti, dal Niger al Ciad, dalla Repubblica Centroafricana al Burkina Faso. L’operazione militare non si è tuttavia dimostrata all’altezza del compito e, soprattutto, non è stata accompagnata dai necessari interventi dedicati a migliorare le condizioni dei cittadini, sempre più oppressi da governi incapaci e corrotti. Mentre crescevano violenza e insicurezza, non venivano messi in atto nemmeno i più elementari interventi dedicati ad alleviare le miserevoli condizioni di vita della maggioranza dei cittadini del Sahel.

La tensione antifrancese e antigovernativa si è quindi accresciuta, facendo soprattutto proseliti nelle giovani generazioni, fino a provocare il ritiro delle truppe francesi di fronte ai mercenari russi del gruppo Wagner, accolti come liberatori a Bamako e nelle altre città del Sahel. Ogni legame con la Francia e con l’occidente venne quindi reciso dalle nuove truppe di occupazione. Poche migliaia di militari russi, nel frattempo passati alla diretta dipendenza del governo di Mosca, col nome di Africa Corps, divennero padroni del Sahel. Un dominio reso tuttavia sempre più fragile dall’arroganza dei nuovi protettori e dall’incapacità e corruzione dei governi a loro legati. Un terreno ideale per favorire il ritorno del terrorismo che, proprio nelle scorse settimane, si è materializzato in una nuova offensiva.

I diversi rami del terrorismo, affiliati ad Al Queda e all’Isis, accordati fra di loro e con i ribelli Tuareg, hanno ricominciato a prendere possesso del territorio. Durante la scorsa settimana hanno cacciato i russi dal nord del Mali e stanno progressivamente tagliando i rifornimenti di cibo e carburante destinati alla capitale. Si tratta di un’offensiva massiccia e senza precedenti che va estendendo il potere dei terroristi in tutti i paesi circostanti. Lo stesso ministro della difesa del Mali è stato ucciso negli scontri, mentre i militari russi sono stati accusati di cedere, per disegno o per debolezza, all’ondata del terrorismo. Il contingente inviato da Mosca appare sempre meno in grado di resistere di fronte agli jihadisti che si sono permessi persino di fare in modo che quattrocento militari russi si siano ritirati verso sud pacificamente e senza perdite, purché rinunciassero a combattere.

Tutto questo sta naturalmente creando crescenti risentimenti e tensioni contro il governo russo, sospettato di comportarsi, nei confronti dei terroristi, come gli americani fuggiti dall’Afghanistan nel 2021.

Il risultato è che, in qualsiasi modo si evolva la situazione e nel totale disinteresse del mondo intero, il Sahel è diventato l’epicentro del terrorismo globale. Più di metà delle vittime del terrorismo vengono oggi da quest’area. La legge islamica viene imposta con sempre maggiore durezza e il senso di insicurezza si estende anche a paesi che non ne sono ancora colpiti, come il Senegal, la Costa d’Avorio e il Ghana.

Tutto questo avrà una pesante influenza sugli equilibri della politica africana ma, soprattutto, nei nostri confronti. E’ opportuno infatti ricordare che la prima offensiva terroristica nel Sahel era stata alimentata dal disfacimento dello Stato libico provocato dalla sciagurata guerra del 2011.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni stanno riproponendo, e moltiplicando, l’instabilità che allora si era creata. Pensare che il più importante flusso di emigrazione verso l’Europa possa cadere nelle mani dei terroristi, deve preoccuparci enormemente e deve spingerci a trarne le conseguenze, preparando una strategia comune con tutti i paesi europei.

 

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Dati dell'intervento

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Categoria
maggio 10, 2026
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