Se ora è Trump ad avere bisogno di Xi

Se ora è Donald ad avere bisogno di Pechino

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 23 settembre 2026

Il vertice fra XI Jinping e Donald Trump, che si terrà domani a Washington, sta passando quasi in secondo piano non solo nei media, ma in tutte la cancellerie del pianeta. Si tratta di una caratteristica insolita per un avvenimento che, in tutte le altre occasioni, ha sempre suscitato grandi interessi e grandi attese.

Ancora più singolare è il fatto che tutto questo avviene in un momento in cui siamo assediati da un numero crescente di grandi eventi negativi, ai quali nessuno sembra in grado di volere o di potere mettere fine.

Per citare solo le tensioni di maggiore portata, alla guerra di Ucraina si è aggiunto lo scontro fra gli Stati Uniti e l’Iran, accompagnato dalla tragica escalation del conflitto tra Israele e Palestina e da un’accresciuta instabilità in tutto il Medio Oriente. A tutto questo si aggiungono sanguinosi conflitti regionali: dalla guerra civile in Sudan fino alle crescenti tensioni nel Corno d’Africa. Il tutto accompagnato da una crisi energetica che, dallo stretto di Hormuz, si estende verso il Mar Rosso, avvicinandosi al Canale di Suez.

Nonostante ciò, dobbiamo prendere atto che, pur cercando di analizzare tutti i colloqui e gli incontri preparatori, non sembra che questi argomenti, vitali per il nostro futuro, siano messi all’ordine del giorno del vertice di Washington.

Si parlerà ufficialmente del prolungamento dell’accordo sull’esportazione delle terre rare verso gli Stati Uniti: accordo vitale per l’industria americana che scadrà il prossimo novembre. Si cercherà di impostare un rapporto meno conflittuale riguardo alle esportazioni cinesi negli Stati Uniti, bilanciandole con un aumento dell’esportazione verso la Cina di soia, di altri prodotti agricoli e di aerei Boeing. A tutto questo è previsto aggiungersi un dialogo su possibili scambi di informazioni nel campo dell’Intelligenza Artificiale, senza tuttavia la prospettiva di un accordo di carattere generale o di qualche progetto di collaborazione.

Questi argomenti all’ordine del giorno non sono certo trascurabili, ma siamo ben lontani dai vertici tenuti in passato fra Kennedy e Kruscev o fra Reagan e Gorbacev, che affrontavano direttamente tutti i grandi problemi della convivenza internazionale. Un’attesa che non si può nemmeno paragonare alle speranze che si erano aperte per il vertice tra Xi e Trump tenuto in Corea nello scorso anno. Le ragioni di queste minori attese sono tante.

La prima è il cambiamento del modo di fare politica, dato che Trump ha iniziato una stagione di dichiarazioni continue che si contraddicono il giorno dopo e che, di conseguenza, diminuiscono ogni credibilità sulla costanza e la durata degli impegni presi.

In secondo luogo si è affievolito il ruolo dei tecnici e dei diplomatici nella preparazione di questi incontri. Più importante ancora è, in questo caso, l’aspetto contingente di una Cina che, pur trovandosi in un periodo estremamente difficile riguardo ai suoi equilibri economici, non partecipa direttamente a nessuno dei conflitti che oggi affliggono il pianeta. Xi aiuta certamente la Russia nella guerra di Ucraina fornendo tecnologia e soprattutto acquistando petrolio ma, nonostante le crescenti difficoltà derivanti dall’embargo americano, ottiene gli idrocarburi a un prezzo molto più conveniente rispetto ai livelli del mercato mondiale. Nello stesso modo soffre per la chiusura dello stretto di Hormuz ma, almeno fino ad ora, riesce a farvi fronte attingendo alle proprie ingenti riserve e applicando un attento controllo dei consumi.

Xi è quindi ancora in grado di applicare l’antica strategia cinese che le guerre sono vinte da coloro che non le combattono. Gli Stati Uniti sono invece impegnati direttamente su tutto il fronte medio orientale con un poderoso sforzo di carattere militare ed economico e, pur essendo addirittura esportatori di idrocarburi, soffrono pesantemente per l’aumento del prezzo interno dei carburanti.

Inoltre Trump si trova a poco più di un mese dalle elezioni di medio termine e ha la necessità di presentare subito risultati concreti al suo elettorato. Non è quindi in grado di comprare tempo, come può fare il suo collega cinese. Non è infine da trascurare il fatto che Xi Jinping si recherà a Washington accompagnato da una schiera di grandi imprenditori cinesi, così come ha fatto in passato il presidente americano.

Si può concludere che, con questo piccolo gesto, la parità fra le due grandi potenze, antico sogno cinese, è anche formalmente raggiunta. Anzi, mentre nei primi vertici di questo secolo, come nel caso dell’ingresso nel WTO, era la Cina a chiedere aiuto agli Stati Uniti, ora vi è pari dignità e, se si toccheranno problemi strategici, saranno gli Stati Uniti a chiedere un aiuto ai cinesi per riaprire Hormuz, offrendo in cambio una maggiore apertura sugli aspetti commerciali.

Detto questo, il fatto che i vertici fra Cina e Stati Uniti siano diventati sostanzialmente abituali e che, probabilmente, si ripeteranno presto nell’ambito degli incontri dell’APEC a Shenzhen e del G20 a Miami, è certamente un fatto positivo. Se non altro perché Xi e Trump avranno occasione di conoscersi meglio e, speriamo, di comprendersi meglio. Naturalmente la constatazione che, anche in questo caso, l’Europa non esista nemmeno nei colloqui preparatori, è un fatto degno di nota. Non è però, purtroppo, una novità.

 

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Dati dell'intervento

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Categoria
settembre 23, 2026
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