Europa bloccata: le regole da cambiare

L’Europa bloccata, regole da cambiare

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 12 agosto 2026

Quasi un mese fa, per precisione il 14 luglio scorso, si è svolto a Bruxelles l’ennesimo incontro sull’adesione di nuovi paesi all’Unione Europea. Nessuno però se n’è accorto. E questo non è un caso: si continua infatti a tenere aperta l’agenda sull’allargamento dell’Unione e continuano i colloqui con i paesi candidati, ma i progressi sono scarsi e nessuna decisione viene presa. Semplicemente perché, per passare dalle parole ai fatti, occorre un disegno politico reso concreto da una volontà condivisa.

Il disegno politico manca perché tutti concordano sul fatto che non si può certo aumentare il numero dei paesi aderenti se non si cambia il funzionamento delle istituzioni europee. Questo era peraltro l’impegno di tutti i governi fino da quando, il primo maggio del 2004, accogliemmo dieci nuovi membri, tra i quali otto che erano stati sotto il dominio dell’Unione Sovietica e tre di essi ne facevano addirittura parte. Dopo di allora si sono aggiunti tre nuovi paesi con i quali le trattative erano state da tempo aperte. A partire dal 2013 con l’entrata della Croazia, tutto è rimasto congelato.

In compenso discorsi, promesse e negoziati a non finire, ma nessun concreto passo in avanti nemmeno sulla strategia da adottare nei confronti di questo aspetto così importante per il nostro futuro. Solo accordi parziali su capitoli di importanza non determinante. Eppure, anche recentemente, sia la Presidente della Commissione che il Presidente del Consiglio Europeo hanno dichiarato che il processo di allargamento, esportando nei nuovi membri democrazia e prosperità, è stato uno dei maggiori successi dell’Unione sia dal punto di vista economico che, soprattutto dopo la guerra di Ucraina, dal punto di vista della nostra sicurezza.

Certamente i problemi e gli ostacoli all’adesione da parte dei nuovi potenziali membri non mancano: dalla trasparenza delle elezioni all’equilibrio fra il potere esecutivo e il parlamento, dall’indipendenza della magistratura fino al controllo della corruzione. Siamo di fronte a ostacoli e problemi seri e complessi, ma tuttavia non diversi da quelli che erano stati affrontati passando dai sei paesi fondatori agli attuali ventisette membri.

La sostanziale paralisi deriva dal fatto che i governi europei non sono in grado di affrontare i cambiamenti necessari a governare l’Unione di oggi e non intendono mettere mano ai cambiamenti necessari per affrontare il futuro. Il parlamento non ha mai accettato l’invito di aprire un dibattito sui confini ideali dell’Europa e i necessari cambiamenti da adottare. Ancora più pesanti sono gli ostacoli che deve superare la Commissione europea che oggi, con ventisette membri, appare almeno sovradimensionata, e quindi scarsamente efficiente. Non componibili si presentano infine le differenze in seno al Consiglio, dove non si riesce ad uscire dall’assurda regola dell’Unanimità che, in futuro, vedrebbe radunati attorno al tavolo delle decisioni i rappresentanti di oltre trenta paesi, ciascuno in possesso del suo paralizzante diritto di veto.

Non sapendo dove andare, le trattative continuano all’infinito, aumentando le diffidenze dei cittadini dei potenziali paesi membri. Gli scarsi progressi e le promesse sempre dilatate nel tempo spingono, come è il caso della Serbia, a cercare alternative al di fuori dell’Europa.

D’altra parte l’Unione non può certo allargarsi all’infinito e deve decidere e rendere noto quali dovranno essere i futuri membri e come dovranno essere impostati i rapporti di collaborazione e di amicizia con i paesi confinanti. Un tempo si parlava anche della necessità di accompagnare l’allargamento con la costruzione di un anello di paesi confinanti che, senza essere membri dell’Unione, ne condividessero i principali obiettivi.

E’ infine necessario esporre in modo chiaro le conseguenze concrete che l’ingresso di nuovi paesi produrrà nella vita economica e politica degli stessi paesi membri.

Si tratta di tratteggiare un quadro onesto e doveroso per evitare che, quando ci si avvicinerà al traguardo finale, nascano ostacoli tali da impedirne il raggiungimento.

Il suo ingresso nell’Unione offre indubbi e insostituibili vantaggi in termini di sicurezza e di progresso tecnologico e scientifico ed è quindi importante che questa decisione abbia assunto un valore prioritario.

Perché questo progetto arrivi a una conclusione positiva e concreta bisogna tuttavia tenere conto delle conseguenze di questo grande passo sul bilancio dell’Unione e, soprattutto, sulla destinazione dei fondi strutturali e dei sussidi all’agricoltura.

L’estensione dell’Ucraina e la sua immensa superficie agricola assumerebbero un peso determinante nella distribuzione delle risorse di questi due capitoli, determinati non solo nel bilancio dell’Unione, ma nella sensibilità politica di tutti i paesi membri e, in particolare, delle aree meno favorite.

Questo senza tenere conto dei costi della ricostruzione che, con la guerra ancora in corso, già superano i cinquecento miliardi di Euro. Prendere le decisioni necessarie per preparare l’ingresso dell’Ucraina senza che sia fatto valere il diritto di veto da parte di qualche paese particolarmente danneggiato nei suoi interessi, a partire dalla Polonia, non sarà certo un’impresa facile.

Mi auguro quindi che si possa costruire un’Unione Europea fornita della necessaria capacità di decisione. In ogni caso non possiamo pensare di mantenere gli impegni che abbiamo preso nei confronti della storia se non siamo capaci di mettere noi stessi in grado di raggiungere gli obiettivi che, proprio di fronte alla storia, ci siamo assunti.

 

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Dati dell'intervento

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agosto 12, 2026
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