Rischio inflazione: la lenta ripresa della UE con i prezzi in risalita

Rischio inflazione/ La ripresa lenta della Ue con i prezzi in risalita

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 28 marzo 2021

Anche se non si tratta di un esercizio eccitante è tuttavia opportuno, alla fine di ogni trimestre, riflettere su come stanno andando le cose dell’economia nel mondo e su come si prospettano per il futuro.

Esercizio tanto più necessario in questo complicato momento in cui, pur non trovandoci di fronte a evoluzioni inaspettate, gli elementi di riflessione sono tanti.

Doveroso, anche se inutile, ripetere che siamo ancora immersi nella peggiore recessione dal dopoguerra, che si presenta in modo abbastanza diverso nelle tre grandi aree economiche mondiali. Il PIL, nel corso del 2020, è infatti cresciuto del 2,2% in Cina, diminuito del 3,5% negli Stati Uniti, del 6,8% nella zona Euro e dell’8,9% in Italia.

Spostando lo sguardo in direzione delle previsioni per l’anno in corso, come ha sintetizzato il recente rapporto di Prometeia, ci rendiamo conto che, non solo per le differenti velocità delle vaccinazioni, ma anche per la diversa dimensione e rapidità degli interventi pubblici, i tre grandi protagonisti dell’economia mondiale reagiscono alla pandemia in modo radicalmente divergente.

Lasciando in disparte la Cina, che aumenterà il suo PIL dell’8,9%, la sorpresa viene dagli Stati Uniti che cresceranno del 6,2%, riportandosi così, entro la fine dell’anno, a un livello di reddito superiore a quello dell’inizio del Covid. La prospettiva di una ripresa così rapida è il frutto di un’iniezione di denaro pubblico che non ha precedenti e, in parallelo, di un’accelerazione dell’applicazione del vaccino che condurrà gli Stati Uniti totalmente fuori dalla pandemia prima dell’estate.

Più lenta sarà la ripresa europea perché più lento è il ritmo di vaccinazione e ugualmente lento l’arrivo dei fondi di NextGenerationUE: nonostante questo, il trascinamento dell’economia mondiale farà crescere noi europei intorno al 4,2%, con un’Italia leggermente ritardata rispetto alla media ma, finalmente, un po’ più veloce di Francia e Germania. Questo, naturalmente, nell’ipotesi di un tempestivo arrivo e, soprattutto, di una tempestiva utilizzazione dei fondi di NextGenerationEU da parte italiana.

La ripresa è comunque iniziata a livello globale, con i paesi sviluppati che, complessivamente, supereranno il 5,1% di crescita. Ad essa si aggiunge una prospettiva di aumento del PIL dei paesi emergenti superiore al 6%.

Dato l’abisso in cui siamo precipitati, e in cui ancora ci troviamo, non c’è nulla di cui gioire ma, almeno, le prospettive sono migliori di quanto non si prevedesse un paio di mesi fa.

A questo punto, dopo avere messo il lettore di fronte a un eccessivo, ma necessario, elenco di dati è opportuno procedere con un’osservazione e con un punto interrogativo.

L’osservazione riguarda il nuovo e impressionante ruolo dello Stato in questa particolare congiuntura economica. Un ruolo che, andando ben oltre le tradizionali politiche monetarie e gli incentivi settoriali, provvede a sostenere in modo diretto la sopravvivenza delle imprese e il reddito dell’enorme numero di cittadini colpiti dalla pandemia in tutti i paesi del mondo, qualsiasi sia il loro modello di governo.

La gravità della crisi ha fatto in modo che siano stati accettati e richiesti interventi pubblici che mai si sarebbero immaginati in passato.

Ovunque vengono avviate spese in infrastrutture, prima completamente messe in angolo, e sono decisi sussidi “a pioggia” che erano tradizionalmente elencati tra gli elementi corruttori dei condivisi principi dell’economia di mercato.

Il punto interrogativo riguarda quanto questa politica economica, che ha fatto seguito alla pandemia, possa provocare una ripresa dell’inflazione.

L’interrogativo non è fuori luogo, perché abbiamo già in atto un aumento forte ed imprevisto dei prezzi delle materie prime e dei prodotti intermedi in tutti i mercati mondiali: dal rame all’acciaio, a cui si aggiungono le terre rare e i componenti elettronici e infiniti altri prodotti, per non parlare del petrolio che, da un minimo di 20$ al barile all’inizio della pandemia, ha raggiunto un prezzo tre volte superiore.

La maggioranza degli economisti e gli stessi responsabili delle banche centrali ritengono che il rischio dell’aumento generalizzato dei prezzi non esista. Essi sostengono che, se ci sarà una ripresa dell’inflazione, sarà modesta e, soprattutto, temporanea, dato che i disoccupati sono ancora tanti e il progresso tecnologico rende possibili straordinari aumenti di produttività. In coerenza con queste convinzioni, sia la Riserva Federale che la Banca Centrale Europea hanno deciso di mantenere al minimo i tassi di interesse e non intendono applicare misure restrittive nell’erogazione del credito.

Mi unisco ben volentieri a questa linea e seguo con attenzione le tesi di Krugman quando sostiene che, in ogni caso, i cittadini non riusciranno a spendere il supplemento di reddito che hanno risparmiato in questo periodo, poiché  “non andranno al ristorante per mettersi in pari con quello che non hanno mangiato in precedenza”.

Non posso tuttavia nascondere la mia preoccupazione nel vedere questo lievitare di prezzi in un periodo di domanda ancora debole.

Soprattutto mi preoccupa che questo avvenga non soltanto negli Stati Uniti, dove la ripresa è già iniziata, quanto in Europa, dove ancora fatichiamo a mettere in atto l’inversione di tendenza.

Espressa la mia preoccupazione mi auguro davvero che possiamo contare su un periodo di crescita stabile, accompagnato solo da una una leggera temporanea inflazione. Ne abbiamo davvero tanto bisogno!

 

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
marzo 28, 2021
Articoli, Italia