La Cina e le guerre vinte da chi non le fa

La Cina e le guerre vinte da chi non le fa

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 21 marzo 2026

Sono così tante le “guerre mondiali a pezzi” che non si riesce neppure ad elencarle. Oggi si avvicinano all’incredibile numero di cento. Abbiamo guerre all’interno dei singoli paesi, quasi guerre civili, come in Sudan e Myanmar. Abbiamo guerre che si concentrano nello scontro fra due diversi paesi, come Afghanistan e Pakistan, Congo e Ruanda. A queste si aggiungono le guerre che coinvolgono le grandi potenze e che, pur non avendo sempre un orizzonte mondiale, perseguono come obiettivo la crescita del proprio potere nel mondo.

Nei conflitti che possiamo definire minori, anche se provocano sempre tragedie maggiori, vi è ancora una modesta, anche se decrescente, presenza delle Nazioni Unite. Quando è possibile con l’invio di truppe di pace e, più spesso, fornendo cibo e assistenza, quasi un ruolo da ONG, a sua volta indebolito dal crollo del contributo finanziario americano.

Altre sono le caratteristiche delle guerre che hanno come protagonisti le grandi potenze, ed in particolare gli Stati Uniti, sempre presenti, seppure in modo diverso, in ogni conflitto.

Quasi un affare di famiglia è stata la guerra lampo in Venezuela, organizzata come un aggiornamento della dottrina Monroe.

Una strategia che, con mezzi militari ed economici, si sta estendendo in tutto il continente americano, cominciando dal crudele blocco dell’energia nei confronti di Cuba. Tutto questo senza alcun intervento da parte delle altre grandi potenze, salvo il timido ma importante tentativo di avvicinamento economico tra Europa e America Latina con la firma del Mercosur.

La guerra di Ucraina ha invece un’importanza strategica molto più ampia in quanto la Russia, potenza non più grandissima salvo in ambito nucleare, tende ad allargare i propri confini con un’azione che, partita dalla Georgia e dalla Crimea, persegue l’obiettivo di giocare un ruolo primario nella politica europea. Una guerra che ha trovato un’inattesa e vigorosa resistenza da parte dell’Ucraina, sostenuta da un massiccio aiuto europeo.

Un conflitto terribile che, dopo oltre quattro anni, è ancora uno scontro di trincea che semina dolori e stragi in entrambi i fronti e rischia di dividere il nostro continente per un numero di anni dei quali non si vede ancora la fine.

Una guerra il cui termine viene allontanato non solo dalla paralisi del fronte di combattimento, ma dall’ambigua e mutevole politica americana, schierata ora in favore dell’Ucraina e ora in appoggio alla Russia, mentre l’Unione Europea non riesce a prendere l’iniziativa di una mediazione nei confronti di una guerra che si svolge nel proprio cortile di casa.

Ancora più ampie e pesanti sono le conseguenze dell’ultimo conflitto in cui gli Stati Uniti, in solitaria alleanza con Israele, hanno colpito il regime iraniano, provocando uno scontro che, a differenza dei precedenti, estenderà in tutto il pianeta le sue conseguenze nefaste e durature. Non si tratta solo di petrolio o di gas e nemmeno del freno all’economia mondiale, ma della trasformazione di tutto il Medio Oriente a seguito del crollo della sicurezza e del ruolo economico dei paesi del Golfo. Ancora più gravido di conseguenze sarà il fatto che, soprattutto dopo la distruzione di Gaza e l’attacco al Libano, lo stato di Israele è diventato ancora più superpotente, ma circondato da paesi spesso ridotti in macerie e sempre più ostili. Vi potranno essere accordi fra i governi (e me lo auguro) ma non tra i popoli. L’odio che si è seminato avrà conseguenze drammatiche in tutto il Medio Oriente e al di fuori del Medio Oriente.

Siamo inoltre di fronte a una politica americana che, nonostante la dimostrazione di grande potenza ed efficacia, si fonda su alleanze e obiettivi politici incerti e contraddittori, senza un disegno di composizione di ogni conflitto, se non il totale annullamento dell’avversario.

Dopo ottant’anni di pur faticosi compromessi, siamo entrati quindi in un’epoca di completa incertezza nella quale l’aggressività delle grandi potenze è più pericolosa, rendendo sempre più difficile, se non impossibile, ogni compatibilità fra di loro.

Si confondono e si sovrappongono tutte le voci. Gli Stati Uniti con insulti e provocazioni, i paesi europei con distinzioni e note fuori dal coro, la Russia che delega agli Stati Uniti i suoi interessi in Ucraina e nell’esportazione del petrolio e la Turchia che cerca di inserirsi fra le grandi potenze.

Tutto questo mentre il Medio Oriente si rende conto che la gestione solitaria ed autocratica del potere americano e il legame di sudditanza di Trump nei confronti di Netanyahu non possono che portare ulteriori danni in futuro. Trump alimenta l’anti americanismo, come Netanyahu sta alimentando l’anti ebraismo.

In questo contesto così rumoroso diventa sempre più significativo il silenzio della Cina.

Certamente il Celeste Impero soffre per la minore crescita mondiale e si preoccupa per il tentativo americano di espandere la sua sfera di influenza attaccando un paese amico come l’Iran ma, nello stesso tempo, riesce ugualmente a far passare le sue navi attraverso lo stretto di Hormuz e a mantenere immutato il calendario del dialogo con Trump che il presidente americano intende invece rinviare.

In tanta confusione la Cina preferisce, anche se silenziosamente, dare un messaggio di prevedibilità della sua politica, applicando ancora una volta la sua antica dottrina secondo la quale le guerre sono vinte da coloro che non le fanno. E gli americani ne stanno facendo troppe.

 

 

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Dati dell'intervento

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Categoria
marzo 21, 2026
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