Iran: il peso del voto americano sulla guerra
Iran: il prezzo da pagare per aiutare Trump a vincere le elezioni
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 15 marzo 2026
Diventa sempre più difficile capire a fondo quali saranno le conseguenze della guerra in Iran. Si sono fatte molte ipotesi che, una dopo l’altra, sono già cadute nel pur breve periodo di tempo trascorso dall’inizio della guerra. Tutti erano allora d’accordo che il prezzo dell’energia sarebbe risalito ma che, probabilmente, sarebbe stato un sussulto di breve periodo, a cui sarebbe presto seguito un processo di normalizzazione.
La risposta iraniana, che colpisce tutti i produttori di petrolio raggiungibili dalle armi dei Pasdaran, ha cambiato totalmente il futuro dell’energia. Anche se il ruolo del petrolio e del gas è nettamente inferiore rispetto a quanto avvenne nelle altre grandi crisi energetiche, l’arrivo di una rottura così grave dei mercati ha riportato in primo piano il problema della futura sicurezza degli approvvigionamenti. La decisione di fare ricorso alle riserve strategiche mondiali ha evitato che il prezzo del petrolio impazzisse del tutto, ma non ne ha impedito la scalata, che arriva oggi intorno ai cento dollari al barile, mentre era vicino ai settanta all’inizio del conflitto.
Il fatto che i danni alle produzioni dureranno molto più a lungo di ogni previsione, ha obbligato a fare i conti su un inevitabile rallentamento dell’economia mondiale.
I danni non si distribuiranno però in uguale misura nelle diverse aree geografiche, con l’Europa particolarmente vulnerabile in quanto fortemente dipendente dall’importazione di petrolio e gas.
Tra i grandi paesi europei i più danneggiati sono la Germania e l’Italia, ancora pesantemente tributari dall’importazione di questi prodotti.
Il massiccio contributo dell’energia nucleare rende infatti meno precaria la situazione francese e altrettanto avviene per la Spagna che, all’apporto anche se non preponderante del nucleare, aggiunge tuttavia un sostanziale primato nell’eolico e nel solare.
In questo quadro diventa molto probabile che l’economia italiana, già più debole di quella degli altri paesi europei, finisca nell’anno in corso a tendere verso la crescita zero, con un livello di inflazione destinato inevitabilmente ad aumentare.
Il peggioramento dell’economia mondiale apre un quadro preoccupante, ma ancora più preoccupante è il fatto che tutte le decisioni della politica mondiale dipendono ormai esclusivamente dai problemi interni americani. Le variabili a cui assistiamo quotidianamente nel caso della guerra contro l’Iran sono sempre più condizionate dalle previsioni elettorali che riguardano le elezioni americane del prossimo novembre.
La guerra preventiva contro l’Iran è infatti iniziata sotto la determinante influenza politica di Netanyahu nei confronti dell’opinione pubblica americana e, in particolare, degli elettori del Partito Repubblicano.
Ogni successiva decisione è stata poi presa senza tenere conto dei problemi e degli interessi dei paesi alleati, con i quali non si è nemmeno aperto un elementare scambio di opinioni. Abbiamo correttamente osservato che le conseguenze negative dell’aumento del prezzo del petrolio sono meno gravi per gli Stati Uniti che per i paesi europei ma, a un certo punto, l’aumento si è sentito anche nei distributori americani, accendendo un segnale di allarme in vista del prossimo novembre non solo per l’importanza del prezzo dei carburanti per i consumatori, ma anche perché proprio l’aumento dell’inflazione era stato determinante nel risultato delle precedenti elezioni. A questo punto Donald Trump ha preso una decisione che ha avuto un effetto economico positivo all’interno degli Stati Uniti, frenando l’aumento del prezzo del grezzo, ma che allarga la distanza politica tra le due sponde dell’Atlantico sul tema ritenuto oggi il più importante di tutti.
Abbiamo infatti ancora vivo il ricordo dei difficili negoziati che si sono svolti in seno alla Commissione e al Consiglio Europeo su come aiutare l’Ucraina a fare fronte ai crescenti impegni derivanti dalla lunga e tragica guerra in corso. La conclusione, anche se non ancora operativa per effetto del persistente veto del governo ungherese, è stato il prestito di ottanta miliardi di Euro per i prossimi due anni.
Ebbene, tre giorni fa, Donald Trump ha deciso, ovviamente in modo unilaterale, di sospendere per almeno un periodo di trenta giorni, il divieto di importazione di petrolio dalla Russia, sanzione che lui stesso aveva imposto.
Questa decisione ha provocato un grande sollievo alle finanze del Cremlino, ormai esauste dopo oltre quattro anni di guerra. Si calcola infatti che la sospensione di questa sanzione porti al governo russo un introito aggiuntivo decisivo per sostenere il peso della guerra. Si avrà infatti un impressionante sollievo per le finanze russe che, che a gennaio e a febbraio avevano potuto contare su entrate petrolifere per circa dieci miliardi al mese. Un introito che, aumentato di oltre il 50%, porterebbe, qualora fosse prolungato nel corso di un anno, a superare il prestito deciso dall’Unione Europea per lo stesso periodo di tempo. A questo punto ci resta solo da immaginare quali saranno i prezzi che il mondo, e in particolare l’Europa, dovranno pagare per aiutare Donald Trump a vincere le elezioni del prossimo novembre.
















