Iran: le ragioni economiche dietro la rivolta
Iran: le ragioni economiche dietro la rivolta
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 14 gennaio 2026
Sono stato per la prima volta in Iran, per tenere qualche lezione di economia, nel lontano 1978, cioè quando ancora era al potere lo Scià. Tornai da quel viaggio con una doppia impressione.
In primo luogo il livello di conoscenza e la raffinatezza dei professori e degli studenti dell’Università di Teheran e, in secondo luogo, la presenza di una totale, condivisa e profonda avversione di tutte le persone, di qualsiasi livello sociale e culturale, nei confronti del potere dello Scià e del suo governo.
Un odio così intenso che, in un breve rapportino su quel viaggio, scrissi che una rivoluzione era inevitabile, tanto era la frattura fra l’esibizione di ricchezza dei governanti e il livello di vita della popolazione.
Naturalmente, essendo poco familiare con la storia e la natura dell’Iran profondo, pensavo ad una rivoluzione sostanzialmente comunista e non alla possibilità che un leader religioso integralista e fanatico potesse prendere il potere assoluto in un paese tanto grande e tanto importante. Così invece è avvenuto e si è creata una situazione unica al mondo, in cui il ristretto gruppo dei fedeli dell’Ayatollah Khomeyni ( i cosiddetti Pasdaran cioè i Guardiani della Rivoluzione) hanno assunto un dominio totale e assoluto su tutti i settori della vita iraniana.
Un accentramento di potere religioso, economico, militare unico al mondo, con una capacità di repressione su ogni dissenso della società, attraverso una progressiva chiusura degli organi di informazione indipendenti, l’arresto dei dissidenti e degli intellettuali e ogni altra forma di repressione.
Un controllo impressionante, anche perché gli organismi formalmente eletti, cioè il presidente e il parlamento, sono stati sempre emarginati dal potere assoluto della Guida Suprema, del Consiglio dei Guardiani e degli apparati di sicurezza. Vi sono stati momenti in cui il presidente eletto ha tentato di introdurre un minimo di democrazia, come quando divenne presidente Mohammad Khatami.
Nel 1998, divenuto presidente del Consiglio, iniziai infatti un rapporto diretto con lo stesso Khatami, concordando una promettente missione ufficiale a Teheran. Un viaggio compiuto in sintonia con i paesi amici, perché era un tempo in cui si potevano ancora decidere le cose concordandole con il Presidente Americano. Una missione in cui, senza l’illusione di cambiare i destini del mondo, vi era almeno la speranza di iniziare un colloquio che avrebbe portato buoni frutti in futuro.
L’impressionante forza della guida suprema fece in modo che, alla scadenza del mandato, il moderato Khatami passasse dal seggio presidenziale agli arresti domiciliari. Eppure le proteste popolari, anche molto diffuse, vigorose e ripetute, sono state tante: nel 1999, nel 2009, nel 2017, nel 2019 e nel 2022. Tutte represse senza misericordia e senza nessun cambiamento successivo.
Quello che sta avvenendo in questi giorni ha un carattere impressionante per violenza e crudeltà, con vittime che si contano a molte migliaia.
La ribellione coincide inoltre con un momento di particolare debolezza del regime iraniano, che sta progressivamente perdendo tutti i suoi alleati. La perdita di potere di Hamas a Gaza, le sconfitte degli Hezbollah in Libano, l’indebolimento degli Houthi in Yemen e la fine di Assad in Siria hanno distrutto la rete delle tradizionali alleanze dell’Iran.
La nuova Siria si è perfino avvicinata alla Turchia, tradizionale grande nemico dell’Iran, mentre le forniture di armi dalla Russia sono ovviamente ridotte al minimo dalla guerra di Ucraina.
I bombardamenti americani e le incursioni israeliane hanno di molto ritardato la preparazione dell’arma nucleare e hanno portato all’uccisione di importati protagonisti della politica e della difesa iraniana, così come di molti scienziati responsabili del programma nucleare.
Ancora più importante è il fatto che l’Iran, se non interviene un ancora improbabile soccorso cinese, è sostanzialmente privo di difesa aerea e quindi del tutto permeabile a qualsiasi nuovo attacco americano o israeliano. A tutto questo si aggiunge una crisi economica senza precedenti che ha ridotto ad un livello di vita miserevole una quantità crescente di cittadini.
Quest’ultima ribellione, diffusa in tutto il paese, è partita però proprio dai commercianti del bazar di Teheran, che pure erano stati tra i primi protagonisti della rivoluzione degli Ayatollah.
Ho tuttavia dedicato particolare attenzione nel sottolineare come il regime degli Ayatollah abbia dimostrato, nel suo quasi mezzo secolo di vita, una forza e una capacità di controllo del paese che ha ben pochi precedenti nella storia.
Anche se le probabilità di cambiamento sono quindi oggi maggiori che in passato, non è per nulla certo che le nostre speranze di un rapido cambiamento di regime siano prossime. E se questo avvenisse vi sono tanti punti interrogativi su quello che sarebbe il futuro dell’Iran anche tenendo conto dei precedenti in Iraq, Libia e Siria.
Il ritorno dello Scia, attraverso la presa di potere del figlio, è impensabile non solo per le memorie del passato, ma anche perché Raza Shah Pahlavi è fuori dal paese da quasi cinquant’anni, è ormai un corpo estraneo e non ha alcuna struttura organizzata per entrare nell’agone politico.
Nemmeno è pensabile l’accettazione di una specie di colonizzazione di un Iran che ha alle sue spalle 2500 anni di storia unitaria e possiede un sentimento nazionale fortissimo, condiviso da tutte le etnie. E’ tuttavia possibile che la drammaticità della crisi politica ed economica, estesa in tutto il paese, e il pesante isolamento internazionale creino finalmente la possibilità di un’estesa coalizione popolare capace di porre fine a un regime che ha oppresso ed umiliato un così grande paese.
















