I limiti alla deriva autoritaria di Trump
I limiti alla deriva autoritaria di Trump
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 06 settembre 2026
Le elezioni americane di midterm si svolgeranno fra poco meno di due mesi. Mai sono state così attese e mai così gravide di possibili cambiamenti. I primi due anni della seconda presidenza Trump hanno infatti provocato sconvolgimenti senza precedenti per intensità e rapidità tanto nella politica interna, quanto in quella internazionale. Per questo motivo si moltiplicano i dibattiti e le controversie non solo sui futuri cambiamenti, ma sulla stessa possibilità che, in caso di sconfitta, Trump accetti il ridimensionamento del suo potere, esercitato fino ad ora in modo autoritario e accentrato.
I rischi di una deriva ancora più autoritaria sono evidenti e lo stesso Donald Trump ha più volte dichiarato di voler rendere la presidenza dominante nei confronti degli altri poteri dello Stato e ha compiuto passi così significativi in questa direzione da spingere molti osservatori a considerare gli Stati Uniti a rischio di uscire dall’elenco dei paesi democratici.
Pur preoccupati dai possibili eventi futuri, è opportuno riflettere su come una parte significativa delle istituzioni americane abbia reagito di fronte all’aumento dell’autoritarismo presidenziale, difendendo apertamente lo stato di diritto. Una difesa molto rilevante, visto che vi hanno partecipato anche le istituzioni i cui componenti sono stati in maggioranza nominati dal presidente stesso.
Prendiamo ad esempio la Corte Suprema, saldamente in mano a una forte maggioranza conservatrice, con tre giudici designati direttamente da Trump.
La Corte ha certamente pronunciato diverse sentenze che hanno molto rafforzato i poteri presidenziali, a partire dal controverso campo dell’emigrazione fino al rafforzamento delle agenzie federali, ma nello stesso tempo ha bloccato l’importantissima decisione presidenziale di imporre dazi generalizzati usando poteri che la Corte non ha ritenuti legittimi. Ne è nato un violentissimo scontro fra Trump e i magistrati che ha spinto il giudice Neil Gorsuch, nominato da Trump stesso, a dichiarare pubblicamente che la fedeltà della Corte deve essere rivolta alla Costituzione e non al presidente in quanto tale. A sostenere l’indipendenza della Corte ha contribuito anche la Camera dei Rappresentanti bloccando la proposta repubblicana di inserire nella Costituzione un emendamento che fissa per sempre a nove il numero dei magistrati della Corte Suprema.
Dato che i magistrati della Corte sono eletti a vita, tutto questo avrebbe indefinitamente prolungato la maggioranza conservatrice oggi esistente.
Ancora più significativo è stato il voto contrario della Corte (cinque a quattro) contro il licenziamento della governatrice della banca della Riserva Federale (FRS) Lisa D. Cook, che aveva manifestato opinioni divergenti da quelle del Presidente.
Sono soprattutto i rapporti con la FRS a dimostrare che, nemmeno Trump, anche se ha spostato il baricentro del potere verso la presidenza, può trasformare le istituzioni federali in uno strumento della Casa Bianca.
Il contrasto tra Trump e Kevin Warsh, da lui stesso nominato nello scorso maggio presidente della Riserva Federale, riguarda le decisioni fondamentali della Banca Centrale. Trump spinge per una politica di abbassamento dei tassi di interesse, mentre Warsh non solo resiste, ma prospetta che in futuro vi possa essere un loro innalzamento.
La politica di Trump è tutta proiettata verso le prossime elezioni, mentre la strategia della Riserva Federale ha come obiettivo il controllo dell’inflazione che, per diversi motivi, tra i quali non sono estranee le enormi spese militari, è ora alta in modo allarmante. Non per nulla, nel recente vertice monetario di Jackson Hole, il presidente della Banca Centrale, senza entrare direttamente in conflitto con Trump, ha nominato per 51 volte il rischio di inflazione, senza accennare al rapporto fra debito pubblico e politica monetaria.
Infine, anche se meno palesi che in altri campi, non possono essere sottovalutate le tensioni fra Trump e le forze armate. Dopo forti divergenze sono arrivate le dimissioni di molti alti ufficiali, compreso il capo dello Stato Maggiore, della Marina e dell’Esercito, fino ad arrivare al segretario dell’esercito Dan Driscoll. Una serie di conflitti provocata dalla difesa delle prerogative di indipendenza dell’esercito dalla politica, come è il caso del rifiuto del generale Dan Caine di presidiare militarmente i seggi elettorali, così come sono ben note le ripetute tensioni tra la Casa Bianca e diversi Stati sull’uso della Guardia Nazionale. Per quanto riguarda il settore militare non vi sono stati espliciti interventi disciplinari, ma ripetute ed esplicite dichiarazioni presidenziali contro le tesi della cosiddetta DEI (Diversity, Equity and Inclusion) a cui molti quadri della difesa sono stati accusati di essere vicini.
Alla vigilia delle elezioni di medio termine, siamo quindi di fronte a un’evoluzione che ha dato al presidente un potere eccessivo, molto superiore rispetto al passato. Nello stesso tempo, constatiamo che vengono vigorosamente difese regole e ordinamenti che, fondandosi sullo stato di diritto, costituiscono un presidio a protezione degli equilibri della democrazia americana, anche di fronte a una strategia presidenziale che mira ad un totale accentramento dei poteri.
Ci auguriamo che questo presidio, a differenza di quanto avviene nei sistemi totalitari, si rafforzi, qualsiasi sia il risultato delle elezioni del prossimo novembre.
















