Europa e partiti autoritari: la risposta che manca all’AfD
Europa: la risposta che manca all’AfD
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 13 settembre 2026
I risultati elettorali della Sassonia-Anhalt fanno parte della progressiva crisi dei sistemi democratici che, nonostante i loro limiti, ci hanno fatto crescere e ci hanno mantenuti sicuri per i lunghi ottant’anni del dopoguerra. Una crisi che vede la sua espressione più evidente nella politica di Trump, ma che tocca tutti i paesi europei: dalla Francia alla Gran Bretagna, dalla Germania all’Italia, comprendendo anche la Spagna e la Polonia. L’allarme tedesco, per tanti motivi, assume un significato particolare sia per l’estremismo dei programmi dell’AfD sia per il ruolo unico che la Germania ricopre oggi nel quadro europeo.
Da sempre la Germania vi ha esercitato un’indiscussa leadership economica, ma oggi ha aggiunto a questa una presenza nel settore militare che, secondo le stesse dichiarazione del cancelliere Merz, porterà nello spazio di pochi anni l’esercito tedesco ad essere di gran lunga prevalente nell’ambito europeo.
Senza dimenticare che, soprattutto dopo l’affermazione elettorale in Sassonia Anhalt, l’AfD non agisce da sola, ma si presenta come il punto di riferimento di tutta la destra estremista e autoritaria europea che si candida ad una possibile vittoria nelle prossime elezioni francesi e trova un legame stretto con i partiti estremi che stanno crescendo in Spagna, Italia e Polonia.
Tutti movimenti uniti dal comune obiettivo di spezzare i rapporti di collaborazione esistenti fra i paesi europei e ritornare alle impossibili ed anacronistiche politiche nazionali. Movimenti che trovano uno straordinario appoggio nel disegno, congiuntamente portato avanti da Putin e da Trump, volto ad eliminare ogni possibile ruolo dell’Europa.
Identico è l’obiettivo di AfD che ha impostato tutta la sua campagna elettorale accusando Bruxelles di interferire in modo indebito in ogni decisione della politica tedesca: dall’immigrazione all’economia, dalla burocrazia alla politica energetica, arrivando persino a sostenere l’uscita dall’euro e ad auspicare la dissoluzione dell’Unione stessa.
Sarebbe stato quindi logico che il drammatico dibattito post elettorale tenuto nel parlamento tedesco avesse dedicato grande spazio ad un’analisi, anche critica, della politica europea. Esso ha invece assunto un carattere sostanzialmente nazionale.
Si è concentrato sulla sopravvivenza politica del cancelliere e sulle sorti del governo, quasi che l’affermazione di un partito estremista anti europeo non obbligasse ad affiancare al dibattito nazionale anche il doveroso approfondimento sulle conseguenze che la lunga paralisi europea sta esercitando nei confronti dell’affermazione dei movimenti estremisti. E nemmeno nei parlamenti degli altri paesi che ne fanno parte si è aperto il doveroso approfondimento sui legami esistenti fra il lungo sonno europeo e la crescita dei movimenti antieuropei.
Non serve dibattere sul risultato delle elezioni se non si prepara una risposta al risultato delle elezioni. E’ infatti doveroso ed utile ricordare che ogni volta in cui l’Unione è stata in grado di prendere grandi decisioni, come la costruzione del mercato unico, l’accoglimento di nuovi paesi, l’introduzione della moneta unica e la campagna di vaccinazione per il Covid, il favore nei confronti dell’Unione Europea si è accresciuto. L’allontanamento dell’Europa dai cittadini è diventato crescente da quando gli Stati nazionali hanno paralizzato la vita comunitaria facendo uso del diritto di veto per difendere i propri esclusivi interessi. Nulla è più lontano dal cittadino di una Commissione Europea che, privata del potere di prendere grandi decisioni, lo esercita moltiplicando e complicando le pratiche burocratiche. Nulla è più lontano dai cittadini di un Consiglio Europeo in cui anche i più piccoli vantaggi di un piccolo paese possono impedire ogni decisione.
L’Europa non rischia di morire per gli attacchi dei partiti autoritari e antidemocratici, che pure si sono dimostrati così pericolosi in Sassonia Anhalt, ma può solo morire per l’inedia e la divisione dei grandi partiti democratici che sono al potere nella quasi totalità dei governi europei. Nessun nemico esterno può uccidere l’Europa democratica: essa può solo suicidarsi.
Sono passati due anni dai preziosi e condivisi rapporti di Mario Draghi e di Enrico Letta sul futuro dell’Europa. Si esprimono ovunque grida di dolore perché solo una minima parte delle loro raccomandazioni è stata messa in atto.
Dobbiamo essere invece sorpresi che almeno questa piccola parte sia stata approvata perché, in realtà, ogni paese fa il proprio gioco cosicché la paralisi europea prosegua. Lo fa la Germania bloccando ogni possibile e necessario aumento del bilancio europeo, lo fa la Francia pretendendo di mantenere una leadership militare che non esiste più e lo fa l’Italia sostenendo il paralizzante voto all’unanimità. Le elezioni della Sassonia Anhalt hanno aperto una sfida: il destino dell’Europa non dipende dal risultato delle urne, ma dal fatto che nessuno sembra in grado di trarne le necessarie conseguenze.























