Economia e politica non vanno d’accordo
Economia e politica non vanno d’accordo
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 17 ottobre 2026
Ci stiamo avvicinando alla fine di un anno che segna un distacco senza precedenti tra l’andamento della politica e quello dell’economia. In politica siamo ormai vicini al quinto anno in cui ogni giorno si aggiunge un nuovo conflitto e nessun conflitto ha termine.
Il tutto è cominciato con la sciagurata aggressione all’Ucraina e, insieme a innumerevoli e tragiche guerre regionali, siamo arrivati a quest’anno orribile in cui, al preesistente caos mondiale, si sommano nuove tragedie: dal progressivo annientamento di Gaza fino all’ormai insostenibile oppressione sulla Cisgiordania, per arrivare alla guerra senza fine per lo stretto di Hormuz e alla minaccia degli Huthi sul Mar Rosso. Il tutto senza tenere conto del disordine mondiale provocato dalle imprevedibili contraddizioni del Presidente Trump.
Ebbene, nonostante tutto questo disordine che tanto angoscia i cittadini di tutto il mondo, l’economia sta chiudendo l’anno orribile con un tasso di crescita quasi normale. Il PIL del pianeta aumenterà intorno al 3%, con un calo sostanzialmente modesto rispetto agli scorsi anni.
La tenuta dell’economia, a partire dagli Stati Uniti per coinvolgere, anche se con minore intensità anche la Cina, è in buona parte dovuta ai rilevanti investimenti che gravitano intorno allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Investimenti che continuano a crescere e a raccogliere enormi risorse nonostante le incertezze sui rendimenti futuri degli investimenti stessi e sui rischi finanziari senza precedenti in essi contenuti.
Anche in Europa, seppure in misura minore, gli investimenti che ruotano intorno all’Intelligenza Artificiale continuano a mantenere l’economia in condizioni meno angoscianti rispetto alla politica. L’andamento dell’economia europea è tuttavia ulteriormente sostenuto dall’aumento delle spese in armamenti che, a partire dalla Germania, intendono porre rimedio all’indebolimento del sistema industriale tradizionale. La correlazione fra le spese militari e il corso dell’economia è certamente un fatto nuovo in Europa, ma soprattutto in Germania, paese in cui le spese militari sono state trascurabili in tutto il lungo periodo di questo dopoguerra. Siamo quindi di fronte a una serie di anomalie rispetto al passato che obbligano a prevedere un aumento delle incertezze per il futuro.
Incertezze che crescono ogni giorno. Anche se migliorasse lo scenario politico, il livello raggiunto dall’inflazione, dai deficit e dai debiti di troppi bilanci pubblici impone correzioni che automaticamente freneranno la crescita dell’economia. L’inflazione mondiale corre infatti verso il 5% e, ai tradizionali paesi in deficit tra i quali si è da tempo collocata l’Italia, si sono aggiunti nuovi membri, a partire dall’impressionante debito pubblico americano e da un bilancio francese fuori controllo.
Un quadro che riguarda anche il nostro paese, con un livello di rischio tale da indurre il Ministro dell’Economia ad annunciare, di fronte ad un Parlamento deserto e quindi apparentemente disinteressato, che si scorgono nuvoloni al nostro orizzonte e che quindi è necessario attrezzare la barca per resistere alle future tempeste.
Bisogna quindi riflettere su quali strumenti si può contare per resistere a queste future tempeste dato che stiamo ormai alla fine delle positive conseguenze delle grandi e determinanti risorse che l’Unione ha dedicato all’Italia tramite il PNRR.
L’aiuto europeo è stato davvero ingente ed ha fornito un contributo decisivo ad evitare che il deficit andasse fuori controllo e il rapporto debito/PIL peggiorasse ulteriormente.
Le risorse del PNRR, fra prestiti e contributi, sono infatti ammontate a 194,4 miliardi di Euro, di cui 166 già versati. Resta da riscuotere solo l’ultima rata di 28,4 miliardi. Non solo si sta quindi attenuando, e fra pochi mesi esaurendo, una fonte di risorse che ha sostenuto la nostra economia negli ultimi anni, ma quest’aiuto, unico per la sua dimensione e la sua adattabilità, rende più difficile ottenere dall’Europa quella flessibilità che abbiamo ottenuto più volte nel recente passato, perfino quando è stata decisa l’abolizione della tassa del bollo per l’auto.
Di questo quadro non sembrano tenere conto le proposte che i partiti della maggioranza intendono presentare per la prossima legge di bilancio. Si passa da ipotizzare un aumento da 80 a 100 mila Euro della flat tax per le partite IVA, una riduzione dell’età pensionabile, un taglio generalizzato dell’IRPEF, un’esenzione da imposte per i giovani. Il tutto senza indicare l’adeguamento delle risorse necessarie per mantenere in equilibrio il deficit pubblico. Non si tiene conto che, quando i tassi di interesse sul debito sono superiori al tasso di crescita dell’economia, la situazione non può che peggiorare e quindi bisogna porvi rimedio. All’appello del ministro Giorgetti sulla necessità di preparare un riparo di fronte all’arrivo dei nuvoloni si propongono ombrelli di carta che possono ripararci solo fino al giorno delle elezioni. E poi?
















