Venezuela, Groenlandia e i nuovi equilibri di Trump
Trump, Caracas e i nuovi equilibri
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 10 gennaio 2026
Ad una settimana dall’incursione che ha portato Maduro nelle carceri di New York, è possibile avanzare qualche riflessione più approfondita su quanto sta accadendo, anche se non sono ancora certe le conseguenze dell’azione americana sul futuro del Venezuela.
In primo luogo, dagli eventi degli ultimi giorni, emerge con chiarezza che Trump ha punito un dittatore e un avversario politico, ma non ha fatto alcun passo per abbattere la dittatura.
Ha infatti liquidato con espressioni di disprezzo il simbolo della democrazia venezuelana, nonché premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado e non ha nemmeno preso in considerazione l’ipotesi di affidare incarichi o ruoli politici ai membri dell’opposizione che erano stati i veri vincitori delle precedenti elezioni.
Come nuova presidente è stata designata Delcy Rodriguez, fedele e fondamentale collaboratrice di Maduro e dei suoi eccessi e che, come massima responsabile dell’economia, era certamente più consapevole degli interessi e degli obiettivi di Trump.
La nuova Presidente si trova quindi di fronte al difficile dilemma tra l’obbedire ciecamente al nuovo padrone o conservare all’interno del paese la sufficiente continuità e autorità per evitare l’esplosione di una guerra civile, simile a quella scoppiata con la guerra in Iraq quando, da parte americana, era stata eliminata tutta la classe dirigente.
L’arma più efficace per pacificare il paese dovrebbe essere la ripresa dell’economia distrutta dal governo precedente, e quindi dalla stessa nuova presidente che avrebbe invece il compito di risanarla. Questo suo difficile obiettivo sarebbe reso raggiungibile per effetto di massicci investimenti delle grandi imprese statunitensi, alle quali è affidato da Trump il futuro sfruttamento delle immense riserve petrolifere venezuelane.
Obiettivo non facile da raggiungere dato che il mercato del petrolio si trova di fronte a un’offerta superiore alla domanda e l’ingente mole degli investimenti necessari per riprendere la produzione rende per ora molto prudenti le compagnie petrolifere.
Cacciato il dittatore, ma non la dittatura, resta molto confusa la situazione politica venezuelana, con un paese che oscilla fra la continuazione delle repressioni nei confronti dell’opposizione, la liberazione di prigionieri politici e la presenza di manifestanti più o meno estremisti e più o meno armati nelle vie di Caracas.
Tra i paesi vicini le conseguenze immediate più pesanti riguardano Cuba che si trova in gravi difficoltà economiche, ha stretti rapporti sia economici che politici con Caracas e dipende pesantemente dalle forniture petrolifere venezuelane.
Gli Stati Uniti hanno deciso di iniziare inattesi colloqui persino con Gustavo Petro, il Presidente della Columbia che era stato definito da Trump un trafficante di cocaina e per questo degno di essere eliminato.
Cuba resta invece costantemente nel mirino americano anche per il ruolo che Trump ha affidato a Rubio, non solo radicale anticomunista ma membro di una famiglia esule da Cuba.
La Russia, naturalmente, viene direttamente danneggiata dal pesante indebolimento di paesi amici, ma si limita a proteste verbali. Allo stesso modo la Cina, pur avendo grandi interessi in America Latina, non va oltre le dichiarazioni, mentre osserva e intensifica i rapporti con i paesi che si sentono in pericolo per effetto della nuova politica americana. Nessuna sostanziale reazione proviene dai Brics e dalle altre nazioni che non sono in grado di difendersi autonomamente e che, di fronte all’affermazione di potere e all’imprevedibilità americana, cercano la protezione delle altre potenze, e soprattutto della Cina che gode più di ogni altro paese per la perdita di reputazione di Trump.
Non è quindi scontato che il tacito accordo in corso per spartirsi il mondo giochi a favore degli Stati Uniti, anche se Cina e Russia, almeno per quanto appare oggi, sono considerate perdenti in conseguenza degli eventi venezuelani.
Tra le più recenti prese di posizione americane sono ancora meno comprensibili le dichiarazioni volte alla conquista della Groenlandia, legata all’Europa e all’Alleanza Atlantica, di cui gli Stati Uniti sono la forza dominante. Una presa di posizione del tutto fuori da ogni regola e da ogni ragionevolezza, motivata solo dall’importanza strategica del paese polare come nuova via di transito dall’est all’ovest e potenziale fonte di preziose risorse naturali.
Un insensatezza ritenuta possibile dalla facilità di conquistare un paese grande quanto quattro volte la Francia, abitato solo da 56.000 persone e senza alcuna consistente difesa militare.
Obiettivo ancora più insensato anche perché l’unico presidio militare esistente è una base americana che, doverosamente rafforzata, potrebbe, insieme ad un accordo su alcune concessioni minerarie, raggiungere gli stessi obiettivi in modo amichevole e concordato. La minaccia è quindi un sostanziale avvertimento all’odiata Unione Europea, ritenuta, insieme alle Nazioni Unite, un insignificante errore della storia. D’altra parte le concrete reazioni europee, almeno fino ad ora, sono state giustamente definite come “una posizione di innocenti spettatori“.
Non è stato nemmeno proposto di organizzare in Groenlandia un modesto presidio armato e nemmeno un’innocente esercitazione militare, in modo da segnalare una nostra pur timida presenza in uno scenario per noi così importante.
Nella prossima settimana dovrebbe svolgersi un incontro fra le autorità americane e quelle danesi sul futuro della Groenlandia. Mi auguro solo che il Presidente Americano non trovi il pretesto per invadere anche questo paese utilizzando una delle sue ben note provocazioni.
















