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	<title>Romano Prodi &#187; USA</title>
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	<description>Pagine del sito del prof. Romano Prodi</description>
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		<title>Ministero per lo Sviluppo Economico, un&#8217;amnesia nel Paese dei ritardi</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 09:44:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Ministero vuoto. Sviluppo, un&#8217;amnesia nel Paese dei ritardi
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 24 luglio 2010
Da mesi le voci che chiedono la nomina di un nuovo ministro per lo Sviluppo si susseguono invano e la poltrona di un dicastero così importante è rimasta desolantemente vuota fino a che un robusto richiamo del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/scajola-berlusconi.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1859" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/scajola-berlusconi.jpg" alt="" width="360" height="315" /></a>Il Ministero vuoto. Sviluppo, un&#8217;amnesia nel Paese dei ritardi</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100724&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_41.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 24 luglio 2010</p>
<p>Da mesi le voci che chiedono la nomina di un nuovo <a href="http://www.asca.it/news-GOVERNO__NUOVO_MINISTRO_SVILUPPO__GLI_SCENARI_POSSIBILI_%28IL_PUNTO%29-937709-ORA-.html" target="_blank">ministro per lo Sviluppo</a> si susseguono invano e la poltrona di un dicastero così importante è rimasta desolantemente vuota fino a che un <a href="http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE66M06520100723" target="_blank">robusto richiamo</a> del Presidente della Repubblica ha indotto il presidente del Consiglio a ripensarci.</p>
<p>Finalmente la prossima settimana dovremmo quindi avere <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/il_ministro_sviluppo_lo_saprete_settimana/24-07-2010/articolo-id=462967-page=0-comments=1" target="_blank">qualcuno</a> incaricato di curarsi dell’economia reale e delle politiche da seguire per riparare almeno parzialmente i danni provocati dalla più grave crisi industriale degli ultimi decenni.</p>
<p>Questo vuoto di potere, forse dovuto soprattutto alla difficoltà di trovare un successore, è stato ripetutamente motivato da un avversione al concetto stesso di politica industriale, come se l’azione del governo fosse un elemento di freno e non di spinta per lo sviluppo economico. Tutto questo in un momento in cui, anche senza chiamarla per nome, la politica industriale costituisce il pezzo forte anche dei Paesi che più si fondano sull’economia di mercato.</p>
<p>Lo è in Germania dove accanto al ministero responsabile per la politica finanziaria vi è un’istituzione simmetrica che guida l’economia reale, lo è negli Stati Uniti, dove <a href="http://climateprogress.org/2010/07/04/obama-solar-pv-csp/" target="_blank">risorse impressionanti</a> sono indirizzate verso settori innovativi, a partire dalla ricerca e dalla produzione delle nuove fonti di energia. Non parliamo naturalmente della Francia dove gli interessi nazionali vengono difesi con strumenti che vanno forse anche al di là delle condivise regole europee.</p>
<p>In Italia si è lasciata per mesi e mesi la <a href="http://www.repubblica.it/rubriche/market-place/2010/06/07/news/la_sede_vacante-4639477/" target="_blank">poltrona vuota</a> mentre, ovviamente, gli altri ministri cercavano di spolpare i vari fondi e le varie competenze del ministero dello Sviluppo togliendogli non solo le risorse ma i poteri di coordinamento che erano stati alla base della sua nascita, anche se raramente tali poteri erano stati effettivamente esercitati.</p>
<p>Una volta posto termine a questo periodo di cannibalismo e ripristinata la propria autorità, il nuovo ministro avrà sul suo tavolo un’agenda con alcuni compiti precisi.</p>
<p>In primo luogo dovrà riprendere la promozione di un efficace funzionamento delle regole della concorrenza e del mercato, regole che non possono essere fatte rispettare separatamente dai diversi ministeri. Frammentando la politica della concorrenza, ogni ministro controllore finisce nelle mani dei propri controllati. I mercati hanno bisogno di ben altro.</p>
<p>In secondo luogo ci vuole qualcuno che coordini tutti gli strumenti necessari per l’ingresso nei settori innovativi, come le scienze della vita e le energie pulite, e che aiuti la riorganizzazione e la strategia globale dei nostri settori forti come il made in Italy e i beni strumentali. Bisogna inoltre che abbia la capacità di aiutare la produzione di nuove idee e di assicurare che le idee creative si trasferiscano rapidamente dalle università e dai centri di ricerca verso il mondo produttivo. E che le politiche fiscali e le politiche scolastiche tengano conto non solo dei propri sacri e inviolabili obiettivi ma anche delle future necessità del Paese.</p>
<p>Vi è un terzo compito che mi sembra particolarmente vitale per noi, cioè quello di coordinare tutti gli strumenti per fare in modo che gli investitori esteri ritornino a considerare l’Italia come un Paese attraente per i loro investimenti. Il progresso dell’industria, in un mercato aperto, non può fare a meno del contributo di innovazione portato dagli investimenti esteri, mentre anche le statistiche più recenti provano che i grandi investitori internazionali si tengono sempre più alla larga dal nostro Paese.</p>
<p>In un periodo di diffuse crisi aziendali come quello in cui viviamo non possiamo inoltre continuare a non avere un centro di riflessione e di organizzazione degli strumenti per fare fronte a queste crisi, lasciandone la responsabilità politica alle sole competenze del ministero del Lavoro, per sua natura deputato a trovare rimedi e non a ricercare soluzioni.</p>
<p>Come ulteriore osservazione vedo la necessità di riprendere i fili della politica territoriale, sia riguardo alla reinterpretazione del ruolo dei distretti industriali che al ripensamento della politica per il Mezzogiorno, oggi definitivamente abbandonata.</p>
<p>Mi auguro infine che su questi temi si apra finalmente un dibattito che coinvolga tutte le parti interessate, a cominciare da Confindustria, che ho visto più interessata a dettare le ricette macroeconomiche al governo che non ad approfondire analiticamente e concretamente i nuovi problemi e le nuove esigenze dell’industria, che è e dovrà rimanere un pilastro fondamentale ed insostituibile della nostra economia.</p>
<p>È quindi necessario rispondere subito all’invito del Presidente della Repubblica prima che il ministero dello Sviluppo venga completamente svuotato delle competenze e dei poteri necessari per una nuova politica industriale.</p>
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		<title>Se ognuno dei cuochi bada alla sua pentola</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/se-ognuno-dei-cuochi-bada-alla-sua-pentola_1749.html</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 08:54:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 27 Giugno 2010
La lenta agonia del G8 prosegue il suo corso, anche se nessuno è ancora in grado di verificarne la morte cerebrale. Perché la sua fine non facesse troppo rumore è stato per ora affiancato al G20, che progressivamente ne prenderà il posto senza pianti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1750" class="wp-caption alignright" style="width: 410px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/g8_xin-400x300.jpg"><img class="size-full wp-image-1750 " title="I leaders del G20 ieri a Toronto " src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/g8_xin-400x300.jpg" alt="I leaders del G8 ieri a Toronto " width="400" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">I leaders del G20 ieri a Toronto</p></div>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100627&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_39.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 27 Giugno 2010</p>
<p>La lenta <a href="http://www.asca.it/news-G8__BOZZA_CONCLUSIONI__RIPRESA_FRAGILE__A_RISCHIO_OBIETTIVI_SVILUPPO-926767-ECO-1.html" target="_blank">agonia del G8</a> prosegue il suo corso, anche se nessuno è ancora in grado di verificarne la morte cerebrale. Perché la sua fine non facesse troppo rumore è stato per ora <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=142392" target="_blank">affiancato al G20</a>, che progressivamente ne prenderà il posto senza pianti e senza rimpianti. Il G8 ormai da qualche tempo rappresentava una realtà mondiale sorpassata e la <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2010/06/27/visualizza_new.html_1846708627.html" target="_blank">riunione di ieri</a> lo ha semplicemente confermato. Sono stati passati in rassegna tutti i principali aspetti della politica internazionale (dall’Afghanistan, all’Iran, dal terrorismo internazionale al narcotraffico) senza tuttavia alcuna sostanziosa nuova deliberazione in materia.</p>
<p>L’unica cosa importante è l’impegno di mettere a disposizione la cospicua somma di <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/G20-73-miliardi-di-dollari-per-mamme-e-bimbi-Organizzazioni-umanitarie-pochi_598767153.html" target="_blank">7,3 miliardi</a> di dollari per la salute delle madri e dei bambini nei Paesi più poveri del pianeta, anche se debbo prendere questa bella decisione con un pizzico di prudenza perché non sarebbe la prima volta che i Paesi del G8 si impegnano ad assegnare ai Paesi più poveri risorse che non vengono poi versate ma restano solo una promessa. Non parliamo poi dell’efficacia concreta dei generici impegni per un approccio globale nella lotta contro la fame nel mondo. Quasi mai i fatti hanno avuto la stessa dimensione delle parole.</p>
<p>Ho partecipato a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Romano_Prodi" target="_blank">troppi G8 nella mia vita</a> (cinque come presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana e cinque come presidente della Commissione Europea) per non essermi reso conto della caduta di rappresentatività dei G8 in un mondo che cambia e in cui i nuovi attori della politica e dell’economia mondiale, tenuti fuori da tale consesso, non possono essere più esclusi dalle grandi decisioni che riguardano il futuro del mondo.</p>
<p>Celebrata l’estrema unzione del G8 è <a href="http://www.asca.it/news-G8__OGGI_CHIUSURA_LAVORI__IL_TIMONE_PASSA_AL_G20-926692-ATT-.html" target="_blank">successivamente</a> iniziato il G20, nel cui campo giocano sostanzialmente tutti i protagonisti della politica mondiale che dovranno essere in futuro il punto di riferimento delle grandi decisioni planetarie, ma che oggi potranno concludere ben poco per la mancanza di accordo sul principale tema che è sul tavolo e cioè la strategia di uscita dalla crisi.</p>
<p>Il presidente americano <a href="http://notizie.virgilio.it/notizie/economia/2010/6_giugno/26/al_g20_obama_chiedera_riforme_e_stimoli_per_ripresa_globale,24945980.html" target="_blank">Obama</a> ha infatti, a questo proposito, chiesto ripetutamente ai due Paesi che sono fortemente in attivo nei saldi del commercio mondiale di riequilibrare la propria posizione, rendendo in tal modo più facile l’aggiustamento di coloro che, a partire dagli Stati Uniti, sono invece in cronico passivo. Alla Cina Obama ha chiesto la flessibilità del cambio dello yuan, mentre ha fatto pressione sulla Germania perché aiutasse la ripresa adottando una politica di minore austerità fiscale.</p>
<p>La risposta positiva <a href="http://www.libero-news.it/regioneespanso.jsp?id=442198" target="_blank">cinese</a> è stata già data in anticipo con la disponibilità verso una maggiore flessibilità della valuta nazionale.</p>
<p>È un impegno importante ma che lascia alla Cina un grande margine discrezionale sui tempi e sui modi di attuazione di un’eventuale rivalutazione.</p>
<p>La <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20100625/pagina/02/pezzo/281162/" target="_blank">Germania</a> ha invece risposto picche ed ha varato invece un piano di austerità, non certo utile per la ripresa europea (che poneva le proprie speranze sulla crescita della domanda interna tedesca) ma sicuramente popolare presso gli elettori tedeschi, convinti che la crisi debba in ogni caso essere combattuta con l’austerità, anche se le ricette per la guarigione non possono essere le stesse quando le malattie sono diverse.</p>
<p>Nessuna proposta comune, quindi, per accelerare la ripresa dell’economia, anche se non noi europei non possiamo muovere alcun rimprovero agli altri perché, nonostante il legame che ci unisce, non siamo stati in grado di disegnare un percorso comune di uscita dalla crisi. Non mi dolgo invece riguardo al mancato accordo su una tassa sulle banche. Capisco che essa sarebbe stata molto popolare, ma sarebbe anche stata quantomeno una ragione per rendere più caro il credito, scaricando sui clienti il peso della tassa stessa proprio in un momento in cui molte aziende sono affamate di credito semplicemente per sopravvivere.</p>
<p>Se non succedono miracoli sarà quindi un <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/06/25/news/arriva_il_g20_ma_un_dialogo_tra_sordi_torna_la_paura_della_bancarotta_greca-5140917/?ref=HREC1-7" target="_blank">G20 particolarmente magro</a> e magri saranno anche i prossimi, se non ci affrettiamo a dotarli di strutture forti e permanenti, in grado di elaborare le proposte con largo anticipo e di arrivare all’approvazione finale dopo discussioni approfondite ed esaurienti. Questi vertici, con protagonisti numerosi e con calendari serrati e predeterminati, possono arrivare ad importanti decisioni solo se il menu è quasi pronto prima dell’inizio della riunione. Mi sembra che, stavolta, il menu fosse scritto solo sulla carta e che in cucina non ci fosse nessuno chef in grado di coordinare il lavoro dei cuochi e che ognuno badasse solo alla sua pentola. Se il G8 sta passando a miglior vita per la insufficiente rappresentatività dei suoi protagonisti, non vorrei che il G20 entri in una crisi irreversibile perché gli attori non sono in grado di lavorare insieme.</p>
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		<title>Adesso basta.  Prodi querela &#8220;Il Giornale&#8221; e &#8220;Libero&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 11:10:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Roma, 12 giu. (Adnkronos) &#8211; &#8220;In riferimento ad alcuni articoli apparsi nelle edizioni di oggi del quotidiano di proprieta&#8217; della famiglia Berlusconi e di Libero, il Presidente Romano Prodi, visto l&#8217;intento chiaramente diffamatorio e lesivo della sua immagine di servitore delle istituzioni e di cittadino, ha deciso di adire alle vie legali attraverso querele a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1704" class="wp-caption alignright" style="width: 470px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/bp-oil-spill-deepwater-ho-004.jpg"><img class="size-full wp-image-1704 " title="La fuoriuscita di petrolio dal pozzo BP ripresa da una telecamera subacquea" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/bp-oil-spill-deepwater-ho-004.jpg" alt="La fuoriuscita di petrolio dal pozzo della BP ripresa da una telecamera subacquea." width="460" height="276" /></a><p class="wp-caption-text">La fuoriuscita di petrolio dal pozzo BP ripresa da una telecamera subacquea</p></div>
<p>Roma, 12 giu. (<strong><a href="http://www.libero-news.it/regioneespanso.jsp?id=431654" target="_blank">Adnkronos</a></strong>) &#8211; &#8220;In riferimento ad alcuni <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/per_soldi_prodi_difende_petrolieri__che_hanno_avvelenato_latlantico/12-06-2010/articolo-id=452446-page=0-comments=1" target="_blank">articoli</a> apparsi nelle edizioni di oggi del quotidiano di proprieta&#8217; della famiglia Berlusconi e di Libero, il Presidente Romano Prodi, visto l&#8217;intento chiaramente diffamatorio e lesivo della sua immagine di servitore delle istituzioni e di cittadino, ha deciso di adire alle vie legali attraverso querele a carico dei succitati quotidiani con richiesta di risarcimento&#8221;. Si legge in una nota dell&#8217;ufficio stampa a proposito di alcuni articoli secondo cui l&#8217;ex-premier sarebbe stato &#8220;<a href="http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/economia/2010/11-giugno-2010/anche-prodi-team-salva-bp-prof-curera-immagine-azienda-1703180792192.shtml" target="_blank">reclutato dalla Bp</a>&#8221; con l&#8217;incarico di ridare un buon nome alla multinazionale dopo il disastro nel golfo del Messico.</p>
<p>&#8220;E&#8217; bene evidente infatti, gia&#8217; ad una prima lettura degli articoli, il tono diffamatorio che risulta incomprensibile visto anche il <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2010/06/11/visualizza_new.html_1821682451.html" target="_blank">pronto chiarimento</a>, avvenuto gia&#8217; nella giornata di ieri, che il Presidente Prodi ha fornito attraverso il suo ufficio stampa&#8221;, si conclude.</p>
<p>Politica | 12/06/2010 | ore 13.10 »</p>
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		<title>La speculazione è forte quando la politica è debole</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 14:37:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prodi: «La Tobin tax è un&#8217;idea giusta. Ma va applicata su scala planetaria»
Intervista di Vittorio Carlini a Romano Prodi su Il Sole 24 Ore.com del 28 maggio 201
«Da un lato i mercati finanziari sono di fatto globalizzati; dall&#8217;altro gli strumenti per regolarli hanno ancora una dimensione locale, nazionale. E&#8217; questa la contraddizione che ci ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/small-world.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1651" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/small-world.jpg" alt="" width="400" height="400" /></a>Prodi: «La Tobin tax è un&#8217;idea giusta. Ma va applicata su scala planetaria»</p>
<p>Intervista di Vittorio Carlini a Romano Prodi su <strong><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-05-28/prodi-speculazione-forte-quando-104100.shtml?uuid=AYWxMvtB" target="_blank">Il Sole 24 Ore.com</a></strong> del 28 maggio 201</p>
<p>«Da un lato i mercati finanziari sono di fatto globalizzati; dall&#8217;altro gli strumenti per regolarli hanno ancora una dimensione locale, nazionale. E&#8217; questa la contraddizione che ci ha portato alla crisi». Romano Prodi, raggiunto al telefono nella sua casa di Bologna, non fa troppi sconti. Il Professore non nasconde le sue preoccupazioni: il futuro, perlomeno nell&#8217;immediato, non è roseo. «Questa dicotomia – dice &#8211; non sarà risolta in tempi brevi. Non vedo uno slancio, uno scatto in avanti in favore di una regolamentazione a livello mondiale».</p>
<p><em>Il problema della finanza è una conseguenza del più ampio fenomeno della globalizzazione…</em></p>
<p>La globalizzazione, in generale, sta provocando il cambiamento della sovranità nazionale. I mercati finanziari sono una parte del discorso. Lo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Westphalian_sovereignty" target="_blank">stato westfaliano</a>, come noi lo conosciamo, è oggetto di profondi mutamenti: è perforato da continui vasi comunicanti, essenzialmente per una duplice causa.</p>
<p><em>Vale a dire?</em></p>
<p>In primis, c&#8217;è il forte aumento del peso di istituzioni sovranazionali, quali per esempio l&#8217;Unione europea. Poi ci sono strumenti non istituzionali, come appunto le Borse e i mercati finanziari. Questi ultimi, però, sono guidati da forze non regolate in maniera sufficiente. E qui sta il guaio: fino a quando non lo affrontiamo, assisteremo al succedersi di altre crisi, di altri periodi di difficoltà.</p>
<p><em>Eppure, almeno a livello di dichiarazioni, c&#8217;è chi continua a richiamare il tema della riforma sistemica…</em></p>
<p>Sì, ma manca la politica. Non vedo all&#8217;orizzonte un forte accordo per il cambiamento. Fino all&#8217;aprile dell&#8217;anno scorso, si spingeva per una regolamentazione di tipo globale. Pian piano, le ambizioni sono diminuite; si è preferito ripiegare su argomentazioni di carattere tecnico, sulla soluzione di singoli aspetti del problema. Per carità, proposte pur sempre importanti ma che non affrontano il &#8220;peccato originale&#8221;, non risolvono alla radice la contraddizione. Basta vedere quello che è successo per la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tobin_Tax" target="_blank">Tobin tax</a>.</p>
<p><em>Cosa intende dire?</em></p>
<p>In sé è una buona idea. Ma se non viene condivisa da tutti, se non c&#8217;è uno scatto in avanti della politica che la impone a livello planetario non ha senso. Può essere aggirata sempre e comunque, passando per qualche <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paradiso_fiscale" target="_blank">isola del Caimano</a>.</p>
<p><em>Ma le regole sono veramente sufficienti a riportare nei giusti limiti un capitalismo finanziario che ha messo in atto la fuga in avanti?</em></p>
<p>Le regole sono tutto. Io parlo di accordi tra istituzioni, governi, organi che devono farle rispettare. La speculazione è forte quando la politica è debole. Se nel caso della Grecia avessimo avuto una politica con legami precisi, accordi precisi, strumenti precisi gli speculatori avrebbero preso una bastonata tale da ricordarsela per molto tempo.</p>
<p><em>Rimanendo sulla scala mondiale, molti auspicano una maggiore collaborazione tra Europa e Stati Uniti…</em></p>
<p>Su questi temi sarebbe utile arrivare ad una grande alleanza tra le due sponde dell&#8217;oceano Atlantico. Tuttavia, non credo che il governo di Washington sia in grado di prendere una simile iniziativa e le capitali europee non mi sembrano unite tra loro.</p>
<p><em>Perché pensa che il presidente Barack Obama non sia in grado di farsi promotore di un simile disegno?</em></p>
<p>Il mondo politico americano è diviso. Nel recente passato, soprattutto sul tema della finanza, ci sono state molte grida ma non grandi passaggi concreti. Non vedo un&#8217;idea che possa portare, per esempio, a dar vita ad una nuova <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Bretton_Woods" target="_blank">Bretton Woods</a>: cioè ad un grande accordo a livello mondiale. La conferenza, avviata nel 1944, avvenne in un momento in cui gli Stati Uniti potevano esercitare una forte leadership. Fu preparata da due anni di dicussioni. E poi, allora, il mondo era più piccolo: adesso bisogna coinvolgere molti più stati. Oggi come oggi solo il <a href="http://www.g20.org/" target="_blank">G20</a> potrebbe convocare, per il medio termine, un simile consesso. Tuttavia non vedo una spinta reale in tal senso. Non vorrei sembrare troppo pessimista, ma bisogna leggere la realtà con molta serietà.</p>
<p><em>Insomma, la politica non c&#8217;è. Per quale motivo?</em></p>
<p>Perché siamo in una fase ancora arretrata di cooperazione internazionale. Ci sono troppi players che vogliono giocare le loro carte. Gli stati nazionali hanno le loro prerogative, le loro regole cui non vogliono rinunciare. A ben vedere, non esiste un colpevole preciso. E&#8217; la storia che va avanti: già nel passato abbiamo vissuto periodi di grande mutamento, e nel futuro ce ne saranno altri. Di certo, però, la soluzione non è tornare al protezionismo. I mercati dei beni e quelli finanziari devono restare aperti, collegati tra loro e permettere una vita economica dinamica. Chiuderli significherebbe solo peggiorare le cose: il mondo tornerebbe verso la miseria e la guerra.</p>
<p><em>Passando a un piano più limitato, quello dell&#8217;Unione europea, dopo lo scoppio della crisi greca abbiamo assistito ad accenni di maggiore integrazione: nell&#8217;ipotesi di riforma del patto di stabilità è ipotizzato, per esempio, che i bilanci statali possano sottostare a una valutazione ex ante del Consiglio europeo. Un passo che condivide?</em></p>
<p>Sì e mi auguro che, dopo la crisi, i provvedimenti adottati spingano ancora di più in questa direzione. La politica monetaria comune deve essere affiancata da una politica economica coordinata sui grandi temi. Altrimenti, la situazione non può più reggere a lungo.</p>
<p><em>Quest&#8217;impostazione, giocoforza, conduce alla limitazione della sovranità nazionale nella politica fiscale…</em></p>
<p>Credo che, sui grandi capitoli economici, sia un processo inevitabile. Poi, voglio essere chiaro. Se la domanda è: dev&#8217;esserci un sistema sanitario europeo? Bé, rispondo con forza di no. Il principio di sussidiarietà è una cosa seria e i servizi ospedalieri debbono rimanere vicino ai cittadini. Un discorso analogo può farsi, ad esempio, per lo stato sociale: seppure può immaginarsi un coordinamento tra gli stati, la sua organizzazione resta un tema di livello locale. E&#8217; compito della politica individuare e definire cosa è nazionale e cosa sovranazionale.</p>
<p><em>In tal senso è stata fatta la proposta di un&#8217;agenzia di rating europea, un progetto sensato?</em></p>
<p>Si tratta di un problema serio. Già parecchi anni fa non avevo una grande considerazione di queste società: vedevo come davano i voti. E, poi, se il loro giudizio dev&#8217;essere considerato oggettivo perché pubblicarlo a mercati aperti? Senza dimenticare, inoltre, il tema del conflitto d&#8217;interessi. Ciò detto, non sono favorevole ad un&#8217;agenzia europea che non potrebbe limitarsi a valutare non solo il debito sovrano ma anche i bond aziendali.</p>
<p><em>Una soluzione potrebbe essere quella di rafforzare la Bce, attribuendogli un potere di valutazione sul merito di credito…</em></p>
<p>E&#8217; un discorso serio. La <a href="http://www.ecb.int/ecb/html/index.it.html" target="_blank">Bce</a> è indipendente e risponde, in definitiva, all&#8217;opininione pubblica europea. Il tema del rafforzamento degli organi comunitari è rilevante. Penso, per esempio, ad Eurostat: che senso ha poter verificare solamente la bottom line di un bilancio, quando non puoi analizzare se gli addendi da cui deriva sono falsi oppure no. Torniamo al tema della maggiore integrazione e coordinamento, sempre però su i grandi capitoli economici</p>
<p><em>Insomma… Lei è un glocal</em></p>
<p>Certo che sì. Da tutta una vita sono <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Glocalizzazione" target="_blank">glocal</a>; quando ero presidente della Commissione europea ho tenuto la mia famiglia e le mie radici ben salde a Bologna, la mia terra.</p>
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		<title>Comunicato finale di &#8220;Africa, 53 Countries, one Union&#8221; Lavoreremo su Pace, sviluppo delle infrastrutture e istruzione</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 20:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ll</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prodi: &#8220;Lavoreremo su pace, sviluppo delle infrastrutture e istruzione&#8221;
Conclusa a Bologna la Conferenza &#8216;Africa, 53 Countries, one Union&#8217;
Una road map per avviare una stretta collaborazione tra gli  stati africani e i più importanti  protagonisti sulla scena mondiale per una nuova prospettiva di integrazione del continente africano.
E&#8217; questo il più importante degli obiettivi che sono emersi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/53Countries1Union.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1586" title="locandina_ok_31,3x45:Layout 1" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/53Countries1Union-208x300.jpg" alt="locandina_ok_31,3x45:Layout 1" width="208" height="300" /></a>Prodi: &#8220;Lavoreremo su pace, sviluppo delle infrastrutture e istruzione&#8221;</p>
<p><em>Conclusa a Bologna la Conferenza <a href="http://www.fondazionepopoli.org/" target="_blank">&#8216;Africa, 53 Countries, one Union&#8217;</a></em></p>
<p>Una road map per avviare una stretta collaborazione tra gli  stati africani e i più importanti  protagonisti sulla scena mondiale per una nuova prospettiva di integrazione del continente africano.</p>
<p>E&#8217; questo il più importante degli obiettivi che sono emersi nella Conferenza dal titolo &#8216;Africa, 53 Countries, one Union&#8217;  promossa dalla Fondazione per la Collaborazione tra i popoli di Romano Prodi che si è tenuta oggi a Bologna.</p>
<p>Primo di una serie di tre appuntamenti che seguiranno a Washington nel 2011 e ad Addis Abeba nel 2012, la conferenza, che ha portato intorno allo stesso tavolo capi di Stato africani, rappresentanti dell&#8217;Unione europea e delle principali organizzazioni internazionali, tra cui Onu, Ocse e Banca mondiale, è stata l&#8217;occasione per redigere un programma di incontri (che precederanno le prossime edizioni della Conferenza) che avranno il fine di sviluppare tre obiettivi  fondamentali precisati da Romano Prodi nel suo intervento finale: il raggiungimento di una pace duratura, lo sviluppo delle  infrastrutture e il progresso dell&#8217;educazione per le nuove generazioni. Gli obiettivi enunciati da Prodi hanno trovato il largo consenso dei partecipanti al dibattito.</p>
<p>&#8220;La nuova strategia &#8211; spiega l&#8217;ex premier italiano &#8211; è strategia di cooperazione: concludiamo questi due giorni di lavoro convinti della necessità di scrivere la parola &#8216;fine&#8217;  a un approccio bilaterale che ha caratterizzato la politica dei Paesi sviluppati nei confronti del continente africano: ha introdotto solo concorrenza negativa&#8221;.</p>
<p>Le azioni comuni, che  mirano a coinvolgere Unione europea, Onu, Stati Uniti e Cina, oltre, naturalmente, all&#8217;Unione africana, si focalizzeranno su alcuni punti chiave: pace e sicurezza, infrastrutture, sicurezza alimentare e istruzione.</p>
<p>Insomma, &#8220;un <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/un-nuovo-piano-marshall-per-la-rinascita-dellafrica_1539.html" target="_blank">Piano Marshall per l&#8217;Africa</a>&#8220;, suggerisce Prodi.</p>
<p>Al centro della discussione nel Salone del Podestà di Palazzo Re Enzo, a Bologna, anche l&#8217;idea della creazione di un mercato comune africano,  caldeggiato dalla maggioranza dei partecipanti intervenuti  al dibattito, &#8220;che necessiterà di pazienza e spirito di collaborazione&#8221;; una maggiore cooperazione di tipo economico e finanziario; il superamento della stretta politica di visti esistente tra stati anche confinanti: per  permettere  ai cittadini africani di muoversi con maggiore libertà all&#8217;interno del continente si auspica &#8220;l&#8217;ottenimento di accordi a breve termine&#8221;.</p>
<p>Romano Prodi, presidente della Fondazione per la Collaborazione tra i popoli, è molto soddisfatto dell&#8217;esito dell&#8217;iniziativa che ha visto protagonisti, tra gli altri, l&#8217;ex presidente del Sud Africa Thabo Mbeki, Asha Rose Migiro, vice segretario delle Nazioni Unite, Andris Piebalgs,  commissario europeo per lo sviluppo e Abdoulaye Wade, presidente del Senegal.  &#8220;Intensificheremo gli incontri e le discussioni tecniche lungo tutto l&#8217;anno che ci separa dalla tappa di Washington del 2011&#8243;, promette infine Prodi.</p>
<p>Bologna 21 maggio 2010</p>
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		<title>L&#8217;Africa e il professore. Prodi racconta la sua nuova vita</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/interviste/lafrica-e-il-professore-prodi-racconta-la-sua-nuova-vita_1837.html</link>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 12:33:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ll</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo di Riccardo Barlaam su Il Sole 24 Ore del 20 maggio 2010
La fotografia è del 2004. Al centro c&#8217;è un pallone da calcio, con tante mani sopra e i segni delle firme passate col pennarello. Due mani bianche e tante mani nere, di tonalità diverse. C&#8217;è la mano di Nelson di Mandela, quella di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1838" class="wp-caption alignright" style="width: 419px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/fifa-world-cup-2010.jpg"><img class="size-full wp-image-1838" title="Nelson Mandela con la Coppa del Mondo FIFA dopo la decisione di tenere l'edizione 2010 in Sud Africa" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/fifa-world-cup-2010.jpg" alt="Nelson Mandela con la Coppa del Mondo FIFA dopo la decisione di tenere l'edizione 2010 in Sud Africa" width="409" height="295" /></a><p class="wp-caption-text">Nelson Mandela con la Coppa del Mondo FIFA dopo la decisione di tenere l&#39;edizione 2010 in Sud Africa</p></div>
<p>Articolo di Riccardo Barlaam su <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-05-21/lafrica-professore-prodi-racconta-075400.shtml?uuid=AYA7yDrB&amp;fromSearch" target="_blank"><strong>Il Sole 24 Ore</strong></a> del 20 maggio 2010</p>
<p>La fotografia è del 2004. Al centro c&#8217;è un pallone da calcio, con tante mani sopra e i segni delle firme passate col pennarello. Due mani bianche e tante mani nere, di tonalità diverse. C&#8217;è la mano di Nelson di Mandela, quella di Thabo Mbeki, allora presidente del Sudafrica, accanto a quella di Abdoulaye Wade, presidente del Senegal, quella più chiara di Gheddafi. Ci sono le mani bianche di Sepp Blatter, presidente della Fifa, e di Romano Prodi, allora presidente della Commissione europea.</p>
<p>Questa foto immortala il momento in cui viene ufficializzata la candidatura del Sudafrica per organizzare i Mondiali di calcio nel 2010. Una sfida impossibile. L&#8217;11 giugno i mondiali di calcio in Africa cominciano davvero. Sono passati appena 18 anni dalla riammissione del Sudafrica, dopo la fine dell&#8217;apartheid, nella federazione mondiale di gioco del calcio.<br />
<em><br />
<strong>Leader ascoltato dagli africani</strong></em></p>
<p>Prodi quell&#8217;immagine la ricorda bene: «Quella sera ci furono danze e musiche che non finivano più. Fu una vera festa africana». Il &#8220;professore&#8221; nell&#8217;Africa ha sempre creduto. Da presidente della Commissione europea prima («Noi europei siamo stati i primi a sostenere finanziariamente l&#8217;Unione africana dalla sua nascita, nel 2002, e non è stato facile: non tutti erano d&#8217;accordo») e da primo ministro poi. Lontano dai riflettori, in questi anni, ha sempre continuato a svolgere la sua azione di mediatore. Mentre parliamo, negli uffici della sua <a href="http://www.fondazionepopoli.org/" target="_blank">Fondazione per la Collaborazione tra i popoli</a> &#8211; un semplice appartamento tra i portici di Bologna &#8211; riceve una telefonata del consigliere politico del primo ministro somalo, <a href="http://www.newstimeafrica.com/archives/12454" target="_blank">Omar Sharmarke</a>. La sua espressione si fa seria. Il governo di transizione, debole già dal nome, è caduto. Il presidente Sheikh Ahmed ha sfiduciato il premier. Mentre i miliziani islamici continuano, quasi indisturbati, la loro guerra anti modernità, il paese è nel caos anche istituzionale.</p>
<p><strong><em>La riforma delle missioni di pace Onu</em></strong></p>
<p>Nel settembre 2008 Prodi, appena superata la sbornia dell&#8217;esperienza di Palazzo Chigi, alla vigilia dei 70 anni, <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=56" target="_blank">ha voltato, di nuovo, completamente pagina</a>. È tornato a fare il professore in due università negli <a href="http://www.romanoprodi.it/comunicati/prodi-nominato-professor-at-large-alla-brown-university-usa_448.html" target="_blank">Stati Uniti</a> e in <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-professore-alla-china-europe-international-business-school_1136.html" target="_blank">Cina</a>. Ma l&#8217;incarico più importante è legato proprio al continente nero. Il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, gli ha affidato la <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/former-italian-prime-minister-to-head-african-union-un-peacekeeping-panel_66.html" target="_blank">presidenza del Panel internazionale</a> per riformare le missioni di pace. Missioni che fanno acqua da tante parti e che costituiscono la voce di spesa più elevata per lo sterminato bilancio Onu. Il <a href="http://www.romanoprodi.it/comunicati/consegnato-allonu-il-rapporto-sul-piano-di-peacekeeping-in-africa_319.html" target="_blank">lavoro è terminato</a>. Il dossier è stato presentato al Consiglio di sicurezza che dovrà pronunciarsi sul da farsi. La squadra capitanata da Prodi propone di passare progressivamente la responsabilità delle missioni di pace in Africa agli africani in termini finanziari, logistici, di formazione. Una nuova sfida impossibile. Il Consiglio di sicurezza non ha ancora deciso ed è diviso. I cinesi e gli americani sostengono la proposta Prodi. Contrarie le ex potenze coloniali europee, Francia e Gran Bretagna, che non ci stanno a perdere di colpo la loro sfera di influenza: «Non dico che sia sbagliato. È chiaro che ogni paese cerchi di favorire le relazioni economiche bilaterali per i propri interessi. Ma dico che bisogna superare questa impostazione, sforzandosi di aumentare la cooperazione in un rapporto di reciprocità».</p>
<p><strong><em>Il dialogo sempre. Da Bertinotti a Mugabe</em></strong></p>
<p>La sua linea è sempre la stessa con <a href="http://www.centomovimenti.com/2004/dicembre/01_prodi.htm" target="_blank">Bertinotti</a> e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=lkIhG_HK5IY" target="_blank">Mastella</a>, o con <a href="http://www.masterworld.org/news/32684/La-Merkel-attacca-Mugabe-Fa-male-a-tutta-l-Africa.html" target="_blank">Mugabe</a> e <a href="http://www.unimondo.org/Notizie/Italia-incontro-Prodi-El-Bashir-domenica-il-Darfur-Day" target="_blank">Bashir</a>: «Cercare di mediare, cercare sempre il dialogo, senza nascondere i problemi ma sforzandosi sempre di vedere prima le cose che uniscono rispetto a quelle che dividono». E di bilanci il professore non vuole ancora farne. È presto. «Mi sto divertendo un mondo. Vado due settimane in Cina a insegnare ai ragazzi e poi negli Stati Uniti, in Africa o qui a Bologna». Come se tutto dovesse ancora cominciare, lui giura di non avere rimpianti. «L&#8217;unico vero rimpianto &#8211; dice scherzando &#8211; è di non avere mai vinto il Tour de France».</p>
<p>Nel suo ufficio campeggia una bandiera tricolore, accanto al vessillo dell&#8217;Unione europea. Sfondo azzurro e stelle gialle. Incorniciata da un lato c&#8217;è un&#8217;antica bandiera tricolore della Repubblica Cisalpina. Nelle stanze accanto brulicano i preparativi. Gli amici e i volontari della Fondazione e le due storiche segretarie, fidatissime, lavorano agli ultimi dettagli per il convegno internazionale di venerdì 21 maggio: &#8220;<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=417" target="_blank">High level Conference on Africa: 53 Countries, One union</a>&#8220;. Sono attesi rappresentanti di Unione europea, Onu, Unione africana, Cina, Stati Uniti e, ovviamente, una lunga serie di leader politici africani, capi di stato, rappresentanti delle istituzioni sovranazionali, capi tribali, regine e regine madri&#8230; L&#8217;obiettivo di questo incontro di policy maker è dare un contributo per rilanciare l&#8217;integrazione tra i 53 paesi africani. «Quest&#8217;anno &#8211; spiega Prodi &#8211; 23 paesi africani festeggiano i 50 anni d&#8217;indipendenza. Ma molte speranze legate alla fine della colonizzazione non hanno trovato la loro realizzazione. Le responsabilità del mancato sviluppo sono complesse. Vanno suddivise in modo equo tra le leadership locali e quelle dei paesi industrializzati».</p>
<p><strong><em>Road map per l&#8217;unità africana</em></strong></p>
<div id="attachment_1840" class="wp-caption alignleft" style="width: 430px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/1.jpg"><img class="size-full wp-image-1840   " title="Il progetto del palazzo dell' Unione Africana ad Addis Abeba" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/1.jpg" alt="Il progetto del palazzo della Unione Africana ad Addis Ababa" width="420" height="280" /></a><p class="wp-caption-text">Il progetto del palazzo dell&#39; Unione Africana ad Addis Abeba</p></div>
<p>Con 42 ricercatori della John Hopkins University è stata preparata una vera e propria <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=417" target="_blank">road map</a> per rilanciare i processi di collaborazione tra i paesi. «Non si può pensare di superare le instabilità politiche e di eliminare i conflitti senza migliorare le politiche di integrazione. Solo superando la frammentazione politica ed economica del continente africano si potranno ottenere pace, sviluppo economico, prosperità. Non ci sono altre strade». Questo non vuol dire che tutti i mali che affliggono l&#8217;Africa si possano risolvere migliorando l&#8217;integrazione. Ma significa, secondo Prodi, «riconoscere che molte delle questioni di natura regionale o continentale debbano essere risolte a un livello superiore di quello nazionale». L&#8217;obiettivo del convegno di Bologna è, appunto, stimolare il confronto e il dibattito sul tema.<br />
La road map prevede diverse fasi di avanzamento di questo processo, in previsione di due ulteriori conferenze internazionali che si terranno, dopo Bologna, a Washintgon nel 2011 e nel 2012 ad Addis Abeba, capitale dell&#8217;Etiopia e sede dell&#8217;Ua. Un altro dei segnali di un&#8217;Africa che sta cambiando e che vuol prendere in mano il proprio futuro. Nella città si intravede già il profilo del grattacielo in cristallo, a forma di abbraccio, che ospiterà la sede della Commissione africana. I lavori sono cominciati nel gennaio 2009 su un terreno donato dal governo. Dove prima c&#8217;erano le carceri politiche del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Terrore_rosso_%28Etiopia%29" target="_blank">terribile Mengistu</a> sorgerà la cittadella comunitaria con i palazzi delle direzioni generali, le sedi dei 53 paesi membri. Una capitale diplomatica. La Bruxelles africana.</p>
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		<title>I primi colpi di Obama e quelli ancora da battere</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 07:37:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
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		<description><![CDATA[Dalla sanità all&#8217;economia: i primi colpi di Obama e quelli ancora da battere
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 17 aprile 2010
È vero che gli umori in politica cambiano in fretta ma quello che è avvenuto negli Stati Uniti negli ultimi due mesi rappresenta un caso quasi sorprendente. Come ben sappiamo, l’irruzione nella scena [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1452" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/04/barack-obama-teens1.jpg" alt="" width="400" height="296" />Dalla sanità all&#8217;economia: i primi colpi di Obama e quelli ancora da battere</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100417&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_40.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 17 aprile 2010</p>
<p>È vero che gli umori in politica cambiano in fretta ma quello che è avvenuto negli Stati Uniti negli ultimi due mesi rappresenta un caso quasi sorprendente. Come ben sappiamo, l’irruzione nella scena politica del presidente Obama aveva aperto <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/estero/finalmente-si-avvera-il-sogno-di-martin-luther-king_264.html" target="_blank">aspettative</a> quasi sovrannaturali, tanto che il presidente stesso, per ridimensionare le eccessive attese dei suoi troppo accesi sostenitori, era uscito nella famosa frase «non sono nato a Betlemme».</p>
<p>Sono poi seguiti mesi di <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/la-leadership-affidabile-che-leuropa-chiede-a-obama_1283.html" target="_blank">difficoltà</a>, in cui Obama sembrava non solo perdere il suo tocco miracoloso ma, indebolito dalla battaglia senza fine sulla riforma sanitaria, non appariva in grado di affrontare con la dovuta decisione né i problemi interni né quelli internazionali. I suoi stessi collaboratori, interrogati sui singoli temi politici, confessavano sempre più spesso che «il presidente non aveva ancora preso posizione in materia». Obama insomma, partito come un punto esclamativo, stava diventando un punto interrogativo.</p>
<p>In ogni caso il suo tocco magico sembrava sparito fino al punto che la <a href="http://quotidianonet.ilsole24ore.com/esteri/2010/01/20/282760-obama_perde.shtml" target="_blank">sconfitta</a> in una elezione per un singolo seggio senatoriale era interpretata come il segnale di una inarrestabile caduta.</p>
<p>È vero che si trattava del seggio altamente <a href="http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_20/massachusetts-sconfitta-obama-senatore-repubblicano-brown-ted-kennedy_adad4e20-058c-11df-a1d7-00144f02aabe.shtml" target="_blank">simbolico</a> reso vacante dalla morte di Ted Kennedy e che con questa perdita i democratici non raggiungevano la maggioranza qualificata necessaria per abbreviare alcune procedure parlamentari, ma è altrettanto vero che rimaneva ai democratici una invidiabile maggioranza di cinquantanove seggi contro quarantuno. A questo punto Obama ha puntato i piedi, ha <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2010/03/usa-riforma-sanitaria-aprovata.shtml" target="_blank">sfidato</a> il Parlamento e ha ottenuto l’approvazione della tanto contestata <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2010/03/22/news/questo_il_vero_cambiamento_obama_saluta_la_riforma_sanitaria-2813766/" target="_blank">riforma sanitaria</a>.</p>
<p>Questa vittoria ha di nuovo cambiato l’orientamento dell’opinione pubblica, che si è rimessa sulla lunghezza d’onda del presidente, e ha mutato anche l’atteggiamento della maggioranza dei leader internazionali, corsi a Washington a discutere su come controllare la proliferazione nucleare ma, indirettamente, a celebrare il primo concreto successo di politica estera del presidente Obama, cioè il trattato di <a href="http://www.corriere.it/esteri/10_aprile_08/praga-trattato-nucleare_77b604dc-42e6-11df-ad88-00144f02aabe.shtml" target="_blank">riduzione delle testate nucleari</a> firmato a Praga con il presidente russo Medvedev. Un accordo che va finalmente nella direzione giusta e che evidenzia un cambiamento radicale della politica americana, ma in complesso un accordo quantitativamente modesto, nel quale la riduzione delle testate deriva più dal modo con cui sono contate che non dalla distruzione fisica delle testate stesse.</p>
<p>In questo nuovo quadro, l’economia desta tuttavia ancora grande preoccupazione, tanto è vero che gli americani che giudicano lo stato dell’economia cattivo o molto cattivo raggiungono il 77% di tutti i cittadini adulti.</p>
<p>E questo perché il peso dei debiti sulle famiglie rende molto più dubbia la ripresa dei consumi, le banche sono ancora assai riluttanti nel fare credito e la massa delle case invendute sul mercato è enorme.</p>
<p>Nonostante questo la Borsa si è messa a correre e l’indice Dow Jones è progressivamente cresciuto fino a superare il magico livello di 11.000 punti, anche se poi ha ripiegato nella giornata di ieri, e le previsioni di economisti e uomini d’affari sono quotidianamente corrette verso l’alto. Nonostante il triste giudizio sullo stato dell’economia, non si parla più di una ripresa ad alti e bassi (la così detta ripresa a W) ma di una ripresa forte e continuativa (la così detta ripresa a V) anche se i dati che la suffragano non sono certamente né univoci né definitivi.</p>
<p>Le voci che prima erano ritenute scarsamente importanti, come la robusta crescita dell’economia asiatica e un temporaneo aumento della domanda di automobili, vengono ora ritenuti un segno di cambiamento irreversibile, mentre vengono messi in secondo piano i dati sul deficit pubblico e sulla disoccupazione, che tanto pesano ancora sul futuro dell’economia americana.</p>
<p>Non importa se un temporaneo aumento dei consumi è stato sufficiente per espandere il deficit della bilancia commerciale a 39,7 miliardi di dollari nel solo mese di marzo e nemmeno se il deficit pubblico rimane a livelli stratosferici, in fondo non molto lontani da quelli greci. Il fatto che il consumatore stia ricominciando a entrare nei negozi e che le prospettive politiche del Paese si siano almeno temporaneamente stabilizzate spingono a prevedere l’inizio di una migliore prospettiva sia del futuro economico che di quello politico.</p>
<p>Personalmente rimango ancora prudente sulla definitiva uscita dalla crisi dell’economia americana e altrettanto consapevole delle difficoltà della politica estera (soprattutto per quanto riguarda il Medio Oriente) tuttavia non posso che prendere atto con favore del grande cambiamento delle aspettative che si è manifestato in soli due mesi. Non ci resta che sperare che queste previsioni diventino davvero una realtà e che Obama, se non nato a Betlemme, sia almeno nato nei pressi.</p>
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		<title>Quei cattolici che fecero laica l&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 14:13:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quei cattolici che fecero laica l&#8217;Europa
Discorso di Romano Prodi in apertura al Convegno sull&#8217;edizione dei dispacci Pacelli,  pronunciato a Munster il 24 marzo 2010 e parzialmente ripreso su Il Sole 24 Ore del 25 marzo 2010
A) Le due Europe
L&#8217;oggetto su cui lavorano gli studiosi raccolti in questo congresso e in questo network nato fra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1404" class="wp-caption alignright" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-1404" title="Adenauer, Schuman e De Gasperi (1952)" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/03/1952_Adenauer_Schuman_De_Gasperi1.jpg" alt="Adenauer, Schuman e De Gasperi (1952)" width="450" height="337" /><p class="wp-caption-text">Adenauer, Schuman e De Gasperi (1952)</p></div>
<p>Quei cattolici che fecero laica l&#8217;Europa</p>
<p><em>Discorso di Romano Prodi in apertura al Convegno sull&#8217;edizione dei <a href="http://www.pacelli-edition.de/" target="_blank">dispacci Pacelli</a>,  pronunciato a Munster il 24 marzo 2010 e parzialmente ripreso su <strong><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2010/03/europa-chiesa-politica-unificazione.shtml?uuid=6a37c554-37ef-11df-b39f-cfd69bf8f4a9&amp;DocRulesView=Libero&amp;fromSearch" target="_blank">Il Sole 24 Ore</a></strong> del 25 marzo 2010</em></p>
<p><strong>A) Le due Europe</strong></p>
<p>L&#8217;oggetto su cui <a href="http://212.77.4.240/it/prog/pacelli.htm" target="_blank">lavorano</a> gli studiosi raccolti in questo congresso e in questo network nato fra Bologna, Münster e Roma, è l&#8217;Europa fra le due guerre mondiali, l&#8217;Europa di Pio XI e della sua diplomazia, l&#8217;Europa delle generazioni scolpite dalla ferocia del totalitarismi. Di quella Europa è importantissimo conoscere le vicende e le grandi direttrici politiche perché è nel rovesciamento totale di quelle direttrici che è cresciuta l&#8217;altra Europa, quella che (dalla fine della seconda guerra mondiale alla caduta del muro di Berlino) è andata fortunatamente nella direzione opposta.</p>
<p>Nel periodo tra il &#8216;18 e il &#8216;38, cioè nei vent&#8217;anni tra le due guerre, l&#8217;Europa ha conosciuto la logica del riarmo come strumento per uscire dalla crisi economica e ho assistito ad un tragico sviluppo dei nazionalismi. Una convergenza che ha visto protagonisti gli Stati, ma spesso anche le culture e le ideologie che si sono proposte come identità armate in lotta.</p>
<p>Questa gigantesca convergenza di intenti ha portato verso un conflitto che nessun politico e nessuna politica è stata in grado di governare. Evidentemente non nei totalitarismi, ma neppure tra le democrazie si è capito dove si stava andando. Né in Francia, né in Gran Bretagna c&#8217;è stata una classe politica capace di leggere quel clima. Ed è mancata la concordia di intenti, che è la forza con cui la politica si oppone ai processi degenerativi. Quella Europa è rimasta prigioniera di una cornice che, dal primo dopoguerra a oltre la crisi del 1929, getta le basi di quelle politiche di spesa pubblica e di spesa militare che in Germania e in Italia divengono lo strumento per eccellenza di formazione di un consenso malato e violento.</p>
<p>L&#8217;Europa che esce dalle macerie di quel mondo, quest&#8217;Europa che oggi vorremmo vedere soggetto attivo della scena internazionale, protagonista dello sviluppo interno, motore di un impegno di ricerca dal quale i temi etici e politici non sono per nulla marginali o meno decisivi per il suo futuro di quelli delle scienze &#8211; ebbene l&#8217;Europa che esce dalla seconda guerra mondiale prende una direzione opposta. Quando Adenauer, De Gasperi e Schumann parlano tra di loro in tedesco e senza mediazioni, hanno, per l&#8217;Europa, un chiaro disegno, anche se ancora non formalizzato e concluso.<br />
Hanno il disegno di evitare la guerra a ogni costo, di costruire la pace: e hanno tutti e tre alla loro base un fortissimo fondamento religioso. E&#8217; un caso? Forse. Ma tutti e tre trovano in esso un&#8217;armonia di principi fondamentali di pace e di coesistenza umana.</p>
<p>Paradossalmente anche la divisione dell&#8217;Europa e la stessa minaccia sovietica rafforzano questa intenzione anziché farla vacillare: la memoria della guerra, della tragedia degli anni Trenta, delle dittature, vive forte nell&#8217;anima europea e spinge quella generazione che era stata testimone dell&#8217;impotenza a cercare nella concordia, nello sviluppo economico e nella pace la forza capace di legare il continente.  È una classe dirigente che interpreta e guida una spinta profonda, che viene dal basso. Ed è talmente profonda che perfino la guerra fredda e la stessa divisione della Germania fungono da cemento e non da fattore disgregante, come avrebbe pur potuto accadere.</p>
<p>Quel disegno del secondo dopoguerra conosce qualche sosta, conosce esitazioni e insorgenze nazionalistiche ma va avanti superando gli ostacoli fino alla creazione dell&#8217;euro, un &#8220;miracolo&#8221; storico senza precedenti, perché non s&#8217;era mai visto nella storia dell&#8217;umanità che lo Stato rinunciasse ad uno dei suoi pilastri fondanti che è la moneta.</p>
<p>Bisogna tuttavia riconoscere che man mano che ci si è allontanati dalla guerra, e soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, questo grande spirito di concordia, di convergenza è venuto calando e ha lasciato sempre più spesso il posto ad una idea di Europa come somma delle convenienze, da negoziare attraverso compromessi fino al compromesso dei compromessi che è il trattato di Lisbona. Esso è certo meglio di niente (guai se non fosse stato ratificato), ma è il congelamento di un disegno in attesa di un futuro che si spera migliore.</p>
<p>Ancora pochi anni fa, nella Commissione da me presieduta, l&#8217;euro e l&#8217;allargamento avevano un significato di continuazione di quel grande disegno storico che reagiva a tutte e a ciascuna delle grandi pulsioni politiche, culturali e spirituali che avevano distrutto l&#8217;Europa fra il 1918 e il 1938. Oggi la distanza da quell&#8217;orizzonte di esperienze e di conoscenze si è allargata e rende più difficile scrivere un nuovo progetto d&#8217;Europa.</p>
<p>Paradossalmente il fatto che l&#8217;Europa sia percepita da tutti, dai popoli e dagli interessi, come un dato acquisito, quasi burocratico e per questo senza ritorno, non aiuta. Noi sappiamo che i grandi interessi economici, che da sempre sono alla base delle pulsioni dittatoriali, sono oggi meno pericolosi, perché regolati e depotenziati in un più ampio spazio europeo (e non a caso i padri fondatori partirono da lì: dal carbone e dall&#8217;acciaio). La caduta delle dogane, le regole economiche comuni, lo stesso euro, non permettono più ai nazionalismi di costituire l&#8217;elemento trainante della politica europea.</p>
<p>Ed è anche per questo che assistiamo ad una ripresa di tutte le forze populiste su scala nazionale e al radicarsi di &#8220;etnicismi&#8221; locali che propugnano un razzismo di quartiere che del populismo diventa la base.</p>
<p>Quello che oggi danneggia l&#8217;Europa è il trionfo del corto periodo politico, legato al combinarsi di cortissimo periodo elettorale. Infatti non sono pochi i leader politici che capiscono qual è l&#8217;interesse generale, ma che davanti a scadenze elettorali europee, nazionali, regionali, comunali preferiscono la via del populismo e del localismo. In alcuni paesi questa tendenza si sviluppa in modo tradizionale, come nel partito conservatore in Gran Bretagna, in altri paesi assume forme nuove come il lepenismo, la lega, ecc.: tutto questo crea un ostacolo insormontabile alla costruzione di una politica europea.</p>
<p>Queste tendenze immettono nuovamente nel mercato politico e delle opinioni pubbliche un fattore che, nell&#8217;Europa fra le guerre, quella delle dittature e della catastrofe, è stato pericolosamente decisivo, cioè l&#8217;elemento della paura.  Oggi il catalizzatore della paura è costituito dalla globalizzazione e dall&#8217;enorme rivolgimento globale delle migrazioni &#8211; più ancora che dal terrorismo. Il terrorismo può essere imbragato, fa appello a soluzioni razionali di security. L&#8217;immigrazione, invece, entra nella sfera dell&#8217;irrazionale, della paura per il quotidiano e per il futuro.</p>
<p>È un terreno delicatissimo perché noi sappiamo che, dopo la prima guerra mondiale, sulla paura dei reduci e sulla paura della crisi economica ha attecchito l&#8217;antisemitismo e la logica che ha portato alla Shoah. Sulle analogie tra l&#8217;antisemitismo e l&#8217;attuale paura dell&#8217;immigrato, come anche sui problemi posti allora e oggi alla coscienza della Chiesa, io non so rispondere e lascio a voi lo studio dell&#8217;argomento. Mi preme solo segnalare che ogni volta che l&#8217;Europa si trova a un grande bivio, la Chiesa si trova davanti ad una grande straordinaria responsabilità.</p>
<p><strong>B) La formazione cattolica</strong></p>
<p>Abbiamo fatto un breve cenno a Adenauer, Schumann, De Gasperi &#8211; generazione che si forma negli anni di Pio XI e in un clima nel quale nemmeno la Chiesa capisce che sempre e subito lo scambio offerto dai totalitarismi &#8211; anticomunismo in cambio di dittature &#8211; è un <a href="http://www.uaar.it/news/2007/09/01/vaticano-riaccende-polemica-sul-fiancheggiamento-della-chiesa-nazifascismo/" target="_blank">tragico inganno</a>. E abbiamo fatto un cenno al fatto che una fede e una sensibilità religiosa li accomuna anche se, essi, quando danno concretezza alla loro idea d&#8217;Europa non aspettano (e nemmeno ricevono) avalli ecclesiastici di sorta.<br />
È un punto che mi preme perché &#8211; lo posso dire come ex studente della Università Cattolica &#8211; ho fatto in tempo ad essere partecipe di una scuola di formazione delle coscienze che preparava a rispondere con grande senso di responsabilità e rischio personale alle situazioni e alle scelte. A rispondere sulla base di una formazione di una coscienza adulta, che era uno dei punti  chiave della nostra formazione cattolica.</p>
<p>Al tempo stesso, però, una coscienza senza uno strumento politico rimane sul piano privato: se non avessimo avuto l&#8217;idea di Europa, prima o poi il comparire di altri interessi ci avrebbe riportato indietro. E anche lo stesso obiettivo di evitare le tragedie della guerra prima o poi diventa impossibile se non si costruiscono gli idonei strumenti politici.<br />
La forza della generazione uscita dalla guerra è stata quella di associare una struttura spirituale solida a una idea politica che ha permesso &#8211; è la prima volta dalla fine dell&#8217;impero romano &#8211; di avere tre generazioni che non hanno conosciuto la guerra. Ricomporre tutte le nostre nazioni in un comune progetto europeo ha funzionato: non possiamo negarlo. La controprova storica l&#8217;abbiamo avuta nella Yugoslavia, dove la morte di un leader e il crollo di un sistema hanno portato alla guerra civile, cosa che non è successa in nessun paese membro della Unione Europea.</p>
<p>Possiamo quindi criticare l&#8217;attuale impasse, ma la situazione è oggi infinitamente migliore di quella che potrebbe essere. Ciò tuttavia non diminuisce il bisogno di leaders che si sforzino di comporre l&#8217;interesse del loro Paese con quello europeo. Ricordo Helmut Kohl che diceva: &#8220;Molti dei miei cittadini sono contro l&#8217;euro, però io voglio l&#8217;euro perché, caduto il muro di Berlino, dev&#8217;essere chiaro che non vogliamo un&#8217;Europa germanica ma una Germania europea&#8221;. Questa è leadership. E io stesso nel mio primo governo, lanciai il messaggio provocatorio di una tassa per l&#8217;Europa, in modo da rendere esplicito che se l&#8217;Italia non avesse avuto la capacità di entrare nell&#8217;euro, pagando il doveroso prezzo, sarebbe rimasta schiava di vizi e squilibri storici.</p>
<p>Ciò che oggi appare drammatico è che ogni paese guarda all&#8217;Europa per massimizzare i propri guadagni: obiettivo legittimo solo se è compatibile con un progresso dell&#8217;Europa come tale.</p>
<p>È su questo piano che l&#8217;esperienza religiosa può rivelarsi una risorsa di utilità generale: che la sensibilità peculiarmente universalista del cristianesimo, che relativizza i nazionalismi e gli identitarismi può servire a tutti nel costruire regole di vita comuni in cui tutti possano vivere in modo libero e reciprocamente responsabile.</p>
<p><strong>C) Il valore della conoscenza del passato</strong></p>
<p>Tutto questo è una semplice introduzione al <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2005/gennaio/09/caso_Pacelli_Chiesa_aspettando_gran_co_9_050109096.shtml" target="_blank">lavoro</a> che voi farete <a href="http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/87082" target="_blank">studiando</a> la formazione diplomatica di Pio XII e le fasi del governo di Pio XI. Dal mio punto di vista di politico europeo io lo vedo come un utile richiamo alla sfida che ci sta davanti e che ancora noi non abbiamo affrontato. Cioè l&#8217;insegnamento della storia europea agli europei. Una storia che viene ancora insegnata con l&#8217;occhio del passato nell&#8217;analisi e nel giudizio.</p>
<p>La mancanza di una visione comune sul piano politico e culturale non espone oggi l&#8217;Europa al rischio di involuzioni fasciste ma a quello della irrilevanza: una irrilevanza che sul piano simbolico è diventata evidente quando, durante le celebrazioni per la caduta del muro di Berlino, il presidente Obama <a href="http://blogs.telegraph.co.uk/news/tobyharnden/100016207/not-enough-about-him-barack-obama-skips-berlin-wall-ceremonies/" target="_blank">non era</a> a Berlino ma in Cina. E questo avveniva non in conseguenza di uno scontro politico fra l&#8217;Europa e gli Stati Uniti ma perché la babele delle posizioni europee privava il presidente americano di un interlocutore unico con cui dialogare e confrontarsi. L&#8217;Europa non ha infatti una visione comune, come quella di cui fu portatrice la generazione precedente, quella che parlava in tedesco di un futuro europeo, consapevole che ci sono momenti della storia che capitano una sola volta.</p>
<p>Quella visione che ha generato il nostro oggi, avrebbe bisogno di nuove basi: uno sforzo per costruire una politica economica comune, una politica estera comune. Un passo per sancire la fine dell&#8217;unanimità nelle decisioni fondamentali per il nostro futuro e la possibilità di uscire dall&#8217;Unione per chi non ne accetta gli obiettivi, impedendo agli altri di portare avanti progetti comuni.</p>
<p>Stare insieme è facile o difficile indipendentemente dal numero dei paesi membri. Essendo stato presidente dell&#8217;UE quando aveva 15 e poi 25 membri, posso dire che con 15 o 25 le difficoltà sono le stesse. Lo dico con la consapevolezza che alla base del mio discorso c&#8217;è una ingenuità, una voluta ingenuità storica, che è quella di pensare che nell&#8217;Europa di oggi ci sia ancora un forte pensiero comune, un&#8217;autentica sensibilità comune. Invece dominano le paure.<br />
Perché i paesi non si lascino mangiare dalle paure bisogna che vengano messi di fronte a una scelta: o stare dentro all&#8217;Unione con la consapevolezza che essa è una realtà che deve evolvere e crescere oppure uscire dall&#8217;Unione stessa. Non si può essere membri dell&#8217;Unione solo per esercitare la funzione di freno.</p>
<p>Se il no del referendum irlandese non produce alcun effetto sugli irlandesi è chiaro che il voto conseguente sarà un voto irresponsabile. Ma se il referendum chiede: &#8220;volete andare avanti con tutta l&#8217;Europa oppure volete uscire da questo patto federativo?&#8221;, io penso che alla fine, pur di non perdere i grandi vantaggi dell&#8217;Unione, si affrontino anche le scelte più difficili. Ritengo anche che, come nel primo dopoguerra le democrazie senza un disegno hanno ceduto alle dittature, oggi senza un disegno finiremo per soccombere alle paure.</p>
<p><strong>D) Cercare ciò che unisce</strong></p>
<p>Io sono nato nel 1939. Nella mia adolescenza, la ricostruzione, la speranza, tutto si chiamava &#8220;Europa&#8221;. Per un ragazzo cattolico c&#8217;era una sovrapposizione fra l&#8217;attesa di una pace europea stabile e la fiducia nella fratellanza dei popoli: un senso spontaneo di speranza che era al tempo stesso assorbente e mai messo in dubbio.</p>
<p>Proprio grazie a quella forza e a quella condivisa fiducia perfino il comunismo appariva alla mia generazione come un fatto esterno ed estraneo. Una parte di noi di fronte al comunismo aveva sposato un&#8217;opzione puramente ed esclusivamente anticomunista. Ma sul piano politico nemmeno l&#8217;anticomunismo è stato in grado di separare in modo definitivo l&#8217;Europa: si spiega così il fatto che la mattina dopo la caduta dei regimi comunisti, l&#8217;Europa si sia sentita ricomposta in una sua armonia quasi naturale. Certo molte ideologie, anche se riferite al passato, esercitano la loro influenza anche in tempi successivi.</p>
<p>L&#8217;opzione semplicemente e radicalmente anticomunista era giustificata e quasi ovvia nel periodo della guerra fredda.<br />
È tuttavia un paradosso del tutto italiano constatare come l&#8217;anticomunismo più &#8220;puro&#8221; e più &#8220;ideologico&#8221; si sia affermato solo dopo la definitiva morte del comunismo. Ma forse non si tratta di un paradosso in quanto anche l&#8217;anticomunismo &#8220;puro&#8221; e &#8220;ideologico&#8221; si basa sull&#8217;idea che la paura sia un elemento unificante.</p>
<p>Tuttavia, come dice il Nunzio in Italia, mons. Giuseppe Bertello (testimone oculare del genocidio rwandese prima di arrivare a Roma) chi semina paure perde presto la possibilità di governarle.</p>
<p>Oltre che da fattori ideologici, chiaramente, il mercato della paura è oggi alimentato da altri fattori che ho citato in precedenza e che vengono veicolati da un sistema mediatico che è il solo a non essersi europeizzato. I media sono rimasti nazionali. Vi sono certo le grandi reti mondiali, che tuttavia sono reti americane. Il dibattito e l&#8217;informazione in Europa sono ancora rimasti fondamentalmente ristretti a livello nazionale, dominati da questioni nazionali. Raramente si alza lo sguardo sugli orizzonti unificanti che generano speranza. Chi ha provato a fare reti d&#8217;informazione europee è fallito, probabilmente anche per questioni linguistiche. Il medioevo era unificato dalla possibilità di predicare in latino; il primo europeismo, dicevo all&#8217;inizio, era stato costituito conversando in tedesco sotto una finestra. Prima o poi si arriverà all&#8217;inglese come nuovo latino europeo, ma per ora questo non è ancor accaduto e l&#8217;informazione rimane zavorrata da una rappresentazione frammentata, che lascia ulteriore spazio all&#8217;incomprensione e alla paura.</p>
<p>In questo contesto le chiese hanno la grande occasione di portare una spinta etica unificante, di essere il lievito di una aspirazione di pace in una società pluralistica nella quale la capacità di mediare &#8211; che è il cuore della politica &#8211; sia valorizzata nella visione di un orizzonte più vasto e di un futuro più lungo. La Chiesa Cattolica in modo particolare ha su questo piano una vocazione peculiare che le deriva proprio dal fatto che alcuni dei suoi figli sono stati protagonisti di quella stagione di convergenza che ha regalato a questo continente una pace di inedita durata.</p>
<p>In questo l&#8217;episcopato europeo ha dato prova di sé in diversi modi. Pensate al modo in cui Giovanni Paolo II ha sostenuto il processo di unificazione e di allargamento, riuscendo a leggere nel crollo dei regimi comunisti senza spargimento di sangue qualcosa che impegnava tutta la sua Chiesa. Pensate all&#8217;episcopato tedesco che ha mantenuto aperto un dialogo con l&#8217;altra Germania e ha sostenuto le scelte del cancelliere Kohl sulla riunificazione con la lungimiranza di cui il card. Lehmann è stato l&#8217;emblema. E ricordo con gratitudine la continua e proficua collaborazione con la Conferenza Episcopale Tedesca durante tutti gli anni della mia presidenza alla Commissione Europea con l&#8217;intento di rafforzare i contenuti etici e spirituali dell&#8217;Unione. Si potrebbe citare inoltre lo sforzo del cardinal Martini per la nascita di un organismo ecumenico di vescovi europei e il positivo ruolo in tale senso giocato dai cardinali Danneels o Lustiger.</p>
<p>Naturalmente non tutti hanno ritenuto di condividere questo disegno fondato sul dialogo e sulla mediazione. In questa direzione ho infatti incontrato difficoltà non marginali nella mia attività di Governo durante la quale il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Camillo Ruini, <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/news_print.php?newsid=60546" target="_blank">forzando</a> il concetto di non negoziabilità dei principi ha, con grande abilità politica, <a href="http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/esteri/benedettoxvi-21/leader-cei/leader-cei.html" target="_blank">impedito</a> ogni possibilità di mediazione su alcuni temi riguardo ai quali una saggia mediazione è assolutamente necessaria per la convivenza civile e per la concreta applicazione dei principi stessi. Sono inoltre personalmente convinto che sia il dialogo a rendere più fecondo il messaggio del Vangelo.</p>
<p>Le chiese sanno più di altri che il nodo il futuro della politica è quello della saggia mediazione culturale: una capacità di trovare equilibri dinamici che, senza compromettere e senza confondere principi, valori e convinzioni, guardi alla società pluralistica come ad un dono. Così in una appartenenza alla propria famiglia religiosa cosciente e gioiosa, osservante e umile, ciascuno possa capire qual è il suo posto come membro di una società pluralistica, che cerca di accordarsi nei modi e forme diverse a seconda delle necessità, rendendo con questo più facile il perseguimento del bene comune.</p>
<p>Se questo slancio verrà da risorse interiori, bene: se no verrà da altre parti, perché l&#8217;Europa deve andare avanti e andrà avanti. Io non mi auguro che la spinta venga da qualche grave crisi &#8211; ma sento di poter dire che se non ci saranno spinte ad andare avanti una crisi potrebbe diventare il motore che fa ripartire un progetto politico capace di catalizzare energie economiche, intellettuali e spirituali. Un progetto fortemente puntato sul pluralismo che crei emozione e speranza nella gente, da opporre a quei progetti che cercano di puntare su identità che dividono e sulla paura.</p>
<p>Negli anni fra le due guerre il nazionalismo era alimentato dall&#8217;illusione di una centralità dell&#8217;Europa: si sottovalutava ampiamente la potenza economica e militare degli Usa. Il grande progetto europeistico della seconda metà del secolo XX invece si basa sulla consapevolezza che proprio la complessità del mondo &#8211; oggi molto accresciuta dalla definitiva emersione della Cina, dallo spostamento del baricentro mondiale nell&#8217;area pacifica, dalla visibile impossibilità di tenere l&#8217;Africa per generazioni e generazioni in una condizione subumana &#8211; richiede un messaggio unificante.</p>
<p>Oggi l&#8217;Europa non ha più la centralità di un tempo ma, soprattutto, ha sempre meno un messaggio unificante da proporre, se non quello banalmente populista. Un populismo che ne diminuisce l&#8217;autorità nella considerazione del mondo e la rende irrilevante perfino su quei quadranti (pensate al medio Oriente) che le sono contigui. Ma questa situazione critica può aprire nuove opportunità, dimostrando che c&#8217;è bisogno di cambiare mentalità, di essere capace di pagare un prezzo serio in termini di riconoscimento dell&#8217;altro. La Chiesa può insegnare questa nuova mentalità, con una pedagogia positiva, che sappia dosare i no e accompagnare una società in tumultuosa trasformazione. Oggi che non siamo più tutto, bisogna saper pensare parole di pace e dire per tempo parole di pace, perché per ogni cosa c&#8217;è un tempo e c&#8217;è un tardi.</p>
<p><strong>E) Conclusioni</strong></p>
<p>Ecco dunque qualche contributo alla vostra discussione, che spero vi dimostri quanto ci si aspetta da ricerche come la vostra ricerca, che toccano un punto iniziale del processo di unificazione europeo le cui conseguenze arrivano fino a noi e che mi auguro troveranno il sostegno che merita da chi oggi dirige le politiche della ricerca dell&#8217;Unione.</p>
<p>Per molto tempo il sistema europeo e anche grandi agenzie nazionali hanno avuto pochi strumenti per investire in questi settori della ricerca, preoccupati soprattutto che finanziare qualcosa in cui appariva la parola &#8220;religioso&#8221; potesse portare a forme di discriminazione diretta o indiretta e mettesse in pericolo la imparzialità delle istituzioni dell&#8217;Unione.</p>
<p>Iniziative come questa possono aiutare anche gli organismi decisionali a distinguere meglio fra il piano del dialogo con le comunità religiose come tali &#8211; con le loro liste di issues e con modalità di rapporto ormai consolidate dalla prassi &#8211; e il piano della conoscenza storica della vita e delle relazioni di quelle comunità nel grande spazio europeo. La formazione di una generazione di studiosi di questi fatti e processi costituisce come tale una opportunità su cui l&#8217;Europa dovrà investire.</p>
<p><em>Romano Prodi</em></p>
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		<title>La strategia di Prodi sulla Cina &#8220;Non chiediamo di rivalutare. E nel commercio la situazione è migliore di quanto si pensava&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 13:38:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Marco Del Corona su Il Corriere della Sera del 16 marzo 2010
La strategia di Prodi sulla Cina &#8220;Non chiediamo di rivalutare&#8221;
&#8220;E nel commercio la situazione è migliore di quanto si pensava&#8221;
Pechino &#8211; Quando l&#8217;America chiede a Pechino di apprezzare il renminbi, a Pechino non ride nessuno. Ma ieri un sorriso è scappato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1348" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/03/yuan-dollar-3_42.jpg" alt="" width="400" height="252" />Articolo di Marco Del Corona su <a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2010031615218312-1" target="_blank"><strong>Il Corriere della Sera</strong></a> del 16 marzo 2010</p>
<p>La strategia di Prodi sulla Cina &#8220;Non chiediamo di rivalutare&#8221;</p>
<p>&#8220;E nel commercio la situazione è migliore di quanto si pensava&#8221;</p>
<p>Pechino &#8211; Quando l&#8217;America <a href="http://www.reportonline.it/2010031341573/economia/obama-chiede-alla-cina-di-rivalutare-lo-yuan.html" target="_blank">chiede</a> a Pechino di apprezzare il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Renminbi_cinese" target="_blank">renminbi</a>, a Pechino <a href="http://it.euronews.net/2010/02/04/pechino-agli-usa-equilibrato-il-tasso-yuan-dollaro/" target="_blank">non ride</a> nessuno. Ma ieri un sorriso è scappato a Romano Prodi: &#8220;Quanto più alto è il rango del politico che chiede alla Cina di rivalutare la sua moneta, tanto maggiore sarà il ritardo con cui Pechino deciderà se rivalutarla. Se ne potrebbe ricavare perfino una formula matematica&#8230;&#8221;. Dunque, una Cina sempre più calata nel suo ruolo di attore decisivo sulla scena mondiale non può accettare che la sua agenda sia dettata da altri Paesi. &#8220;<a href="http://www.g20.org/about_what_is_g20.aspx" target="_blank">Il G20</a> è l&#8217;effetto, la conseguenza politica&#8221; di un processo che vede la Repubblica Popolare aver voce in capitolo anche in virtù dell&#8217;imponente quota di debito americano che controlla.</p>
<p>Cambio bloccato Sono 6,83 gli yuan necessari per un dollaro Usa. Dalla metà del 2008 Pechino avrebbe bloccato il cambio per far fronte al calo di esportazioni cinesi dovuto alla crisi. Ne risulterebbe una sottovalutazione del 9,9%, secondo una stima della Bank of America. Fino al 40%, secondo altre fonti Usa</p>
<p>Le parole dell&#8217;ex presidente della Commissione europea risuonano il giorno dopo <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=98&amp;ID_articolo=503&amp;ID_sezione=180&amp;sezione=" target="_blank">l&#8217;ennesimo &#8220;no&#8221;</a> opposto agli Usa da Wen Jiabao durante la conferenza stampa di chiusura dei lavori del Congresso nazionale del popolo (il Parlamento). Prodi ripercorre le parole del premier cinese e resta convinto che &#8220;finché si ripeteranno queste richieste, la rivalutazione del renminbi non avverrà mai&#8221;. <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/la-cina-esalta-romano-prodi_1334.html" target="_blank">Reduce dalle lezioni</a> tenute alla China Europe International Business School di Shanghai, il Professore ha parlato ieri davanti ai membri della Camera di commercio europea. La quale, pur apprezzando l&#8217;impegno di Wen a facilitare l&#8217;accesso delle aziende straniere al mercato cinese, aveva di recente denunciato il protezionismo nascosto (in leggi, regolamenti, vincoli) messo in atto dalle autorità cinesi, peraltro molto attive nell&#8217;accusare a loro volta americani ed europei di protezionismo.</p>
<p>Prodi, in questo, sembra andare controcorrente. Sdrammatizza. &#8220;Pur in un contesto di crisi, il numero delle controversie &#8211; ha spiegato rispondendo al Corriere &#8211; non è significativamente aumentato. Ci sono casi circoscritti. Gli interessi per i commerci prevalgono: forse sono troppo ottimista ma la situazione è meglio di quanto si potesse immaginare&#8221;. Intervistato dal Global Times, quotidiano ufficiale dai toni spesso accesamente critici verso l&#8217;Occidente, l&#8217;ex presidente del Consiglio aveva raccomandato di tamponare l&#8217;impatto delle dispute commerciali &#8220;lavorando con gli strumenti che abbiamo. C&#8217;è la Wto, guidata da persone sagge e rispettate da tutti, ma dobbiamo dargli più fiducia… Andando oltre un certo numero di liti, Cina ed Europa faranno male a se stesse, e lo stesso vale per Cina e Usa&#8221;.</p>
<p>L&#8217;Europa è ovviamente un tema caro a Prodi. A fronte dell&#8217;imporsi della Cina, più che mai &#8220;dobbiamo essere uno, o diventeremo irrilevanti e poi spariremo&#8221;. Il rapporto della Cina con la Ue è fatto &#8220;di sentimenti misti&#8221;, un legame contraddittorio. Prodi ama ricordare l&#8217;impressione che la nascita dell&#8217;euro e la sparizione del franco francese e del marco suscitarono nelle stanze del potere di Pechino (&#8221;Ma non mi dissero nulla della lira&#8221;, sorride ancora). Accanto, resiste a Pechino la coesistenza di due atteggiamenti: &#8220;L&#8217;interesse indubbio per l&#8217;Unione, da una parte. Ma, dall&#8217;altra, anche il fatto che dividere i Paesi èmeglio&#8221;, ovvero l&#8217;inclinazione della diplomazia cinese a privilegiare i rapporti bilaterali con i singoli Stati membri anziché una relazione con la Ue nel suo complesso.</p>
<p>In ogni caso, la lezione europea ha qualcosa da seminare anche in Oriente: &#8220;Gli studenti mi ascoltavano sbalorditi quando facevo notare come le relazioni tra Francia e Germania storicamente non fossero meglio di quelle Cina-Giappone. E invece adesso c&#8217;è la sinergia tra Berlino e Parigi. L&#8217;Europa è un laboratorio&#8221;. Anche la Cina stessa sperimenta una crescita di proporzioni, tempi e modi senza precedenti. Il Professore conosce le inquietudini della leadership di Pechino. Così succede che negli <a href="http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/businessNews/idITMIE62D01820100314" target="_blank">interventi</a> di Wen Jiabao davanti ai delegati del Parlamento Prodi abbia identificato quelli che considera i punti chiave dell&#8217;approccio del premier cinese: &#8220;L&#8217;enfasi sulla lotta alla corruzione e sull&#8217;uguaglianza da raggiungere nel Paese&#8221;.</p>
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		<title>Nessuno può guardarci dall&#8217;alto in basso</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 08:54:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I deficit di USA, Inghilterra e Spagna.
Nessuno può guardarci dsll&#8217;alto in basso.
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 21 febbraio 2010
Da quando è cominciata questa lunga crisi economica sono entrati in crisi anche coloro che per professione commentano, analizzano e fanno previsioni sull’economia. In primo luogo perché il crollo è giunto quasi totalmente imprevisto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-1301" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/02/deficit-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" />I deficit di USA, Inghilterra e Spagna.</p>
<p>Nessuno può guardarci dsll&#8217;alto in basso.</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100221&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_29.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> del 21 febbraio 2010</p>
<p>Da quando è cominciata questa lunga crisi economica sono entrati in crisi anche coloro che per professione commentano, analizzano e fanno previsioni sull’economia. In primo luogo perché il crollo è giunto quasi totalmente imprevisto, anche se molti si sono affrettati a dire che già l’avevano messo in conto, semplicemente perché avevano scritto che gli squilibri esistenti non potevano durare all’infinito. E non era certo difficile dirlo. Le contraddizioni e le divergenze nel dibattito di oggi trovano tuttavia origine soprattutto nel fatto che la lunghezza e la profondità della crisi si accompagnano a cambiamenti del tutto imprevisti.</p>
<p>Qualsiasi siano le caratteristiche, i tempi e le modalità della ripresa emerge infatti una perdita di peso e una netta diminuzione della libertà di movimento degli Stati Uniti. Il costo dello sforzo militare che da ormai molti anni è crescente in ogni parte del mondo sommato al costo del salvataggio del sistema finanziario e delle riforme promesse dal presidente <a href="http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE60T08520100130" target="_blank">Obama</a>, hanno portato il <a href="http://notizie.tiscali.it/articoli/esteri/10/02/01/deficit-usa-finanziaria-obama.html" target="_blank">deficit americano</a> verso dimensioni insostenibili (superiori al 10%) anche da parte di un paese che possiede la moneta che è ancora il punto di riferimento dell’economia mondiale.</p>
<p>Attraversando l’Atlantico si incontra un’Europa che complessivamente ha le carte più in ordine, con un deficit medio poco più della metà di quello degli Stati Uniti, ma con differenze enormi tra paese e paese.</p>
<p>Si passa da un -3,6% della Germania, al -5,2% dell’<a href="http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=8677:draghi-lancia-lallarme-tasso-di-crescita-ai-minimi-europei-epifani-peggio-che-nel-2009-bersani-governo-inerte&amp;catid=77:econimia&amp;Itemid=176" target="_blank">Italia</a> al -12,3 della Grecia e della Gran Bretagna, fino a oltre il -13% dell’Irlanda.</p>
<p>Queste disparità hanno naturalmente attirato l’<a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201002articoli/52447girata.asp" target="_blank">attenzione</a> sul paese che unisce un deficit pesantissimo ad un debito pregresso altrettanto pesante, cioè la <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/21-febbraio-2010/partirta-dollari-gioco.shtml?uuid=8d03d8d6-1eed-11df-973b-d71534057fb5&amp;DocRulesView=Libero" target="_blank">Grecia</a>.</p>
<p>Come succede in questi casi è partita la speculazione, sono partite le previsioni negative rispetto al futuro e, in modo assolutamente immotivato, si è arrivati a prevedere perfino una prematura fine dell’Euro. Nulla di tutto questo accadrà perché, nonostante la critica situazione delle istituzioni europee, alla fine si è trovato un principio di accordo per venire incontro alle emergenze della Grecia.</p>
<p>L’Euro è infatti uno strumento troppo prezioso per abbandonarlo di fronte ai pur esecrabili errori dei governi dei paesi che ne fanno parte.</p>
<p>Questa altalena di eventi ha tuttavia portato a <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201002articoli/52423girata.asp" target="_blank">variazioni nei cambi</a> anch’esse impreviste e, apparentemente, del tutto irrazionali. Fino a pochissimi mesi fa non solo l’Euro quotava attorno a 1,50 dollari ma le analisi più raffinate concordavano nel prevederne un ulteriore ascesa. C’era perfino chi riteneva inevitabile arrivare al livello di due dollari per euro. A causa della diversità delle situazioni tra paese e paese e , soprattutto, a causa della debolezza dei poteri di intervento delle istituzioni europee, l’Euro ha invece perduto il 10% del suo valore nei confronti del dollaro.</p>
<p>E la situazione è così incerta e confusa che, personalmente mi rifiuto di fare qualsiasi previsione sul futuro dei cambi, proprio perché manca ogni linea comune sulle grandi decisioni riguardo alla politica economica mondiale.<br />
In tale confusione l’unico punto fermo è che certamente non piango per l’indebolimento dell’Euro perché questo indebolimento costituisce oggi lo stimolo maggiore per le nostre esportazioni. Il che, per un paese come l’Italia, è l’aiuto più concreto ad una ripresa che ancora non si è seriamente materializzata.</p>
<p>Ritornando un attimo all’Europa, è doveroso notare come paesi come La <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=138064" target="_blank">Gran Bretagna</a> e la <a href="http://www.asca.it/focus-EUROZONA__GRECIA_E_SPAGNA_TRA_I_20_PAESI_PIU__RISCHIOSI_AL_MONDO-3046.html" target="_blank">Spagna</a>, che si presentavano come virtuosi e si permettevano di guardare dall’alto in basso l’Italia, presentano ora un bilancio pubblico con deficit fino a pochi anni fa inimmaginabili.</p>
<p>Questi alti e bassi dovrebbero spingere a un maggiore equilibrio di giudizio ma, soprattutto, a collaborare maggiormente nella direzione di una più forte costruzione europea. Il quadro politico va tuttavia nella direzione opposta e gli attuali leader europei sono più spinti a seguire le paure dei propri cittadini che non a spiegare loro cosa ci aspetta nel futuro. E per vedere questo futuro materializzarsi ci dobbiamo perciò spostare ulteriormente verso est, dove la nuova Asia non solo ha già superato la crisi ma accumula le risorse materiali e umane per assumere un ruolo trainante nel futuro.</p>
<p>Ci tocca perciò concludere che l’unica cosa certa è che, quando usciremo da questa crisi, il mondo non sarà più lo stesso.</p>
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