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	<title>Romano Prodi &#187; ONU</title>
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	<description>Pagine del sito del prof. Romano Prodi</description>
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		<title>L&#8217;Europa sostenga la creazione di due Stati sovrani: Israele e Palestina</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/leuropa-sostenga-la-creazione-di-due-stati-sovrani-israele-e-palestina_3754.html</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 06:57:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ll</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Medio oriente
Due popoli, due stati. E&#8217; la via della pace
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 25 settembre 2011
Mahmoud Abbas e Binyamin Netanyahu hanno pronunciato il loro atteso discorso di fronte all’assemblea dell’Onu, dando in tal modo inizio al confronto diretto fra l’autorità Palestinese ed il governo Israeliano sul possibile riconoscimento dello Stato Palestinese. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3756" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/09/Abuazen.jpg"><img class="size-medium wp-image-3756" title="Mahmoud Abbas (Abu Mazen) con Barack Obama" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/09/Abuazen-300x200.jpg" alt="Mahmoud Abbas (Abu Mazen) con Barack Obama" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Mahmoud Abbas (Abu Mazen) con Barack Obama</p></div>
<p>Medio oriente</p>
<p><strong>Due popoli, due stati. E&#8217; la via della pace</strong></p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/14PT/14PTQ7.pdf" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 25 settembre 2011</p>
<p><a href="http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-9030ced0-de64-4aad-9c89-d1310c8c5693.html" target="_blank">Mahmoud Abbas e Binyamin Netanyahu</a> hanno pronunciato il loro atteso discorso di fronte all’assemblea dell’Onu, dando in tal modo inizio al confronto diretto fra l’autorità Palestinese ed il governo Israeliano sul possibile <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/settembre/24/Abu_Mazen_all_Onu_Palestina_co_8_110924036.shtml" target="_blank">riconoscimento dello Stato Palestinese</a>. Questo problema, irrisolto da oltre sessant’anni, sta infiammando il dibattito politico mondiale da quando Abbas ha deciso di portarlo di fronte al Consiglio di Sicurezza,  pur essendo pienamente cosciente che il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-08/porranno-veto-riconoscimento-stato-200816.shtml?uuid=AacO3j2D" target="_blank">veto americano</a> renderà in ogni caso impossibile il riconoscimento dello stato Palestinese.</p>
<p>L’esito di quest’ennesimo atto della tragedia mediorientale è quindi scontato e, soprattutto dopo i discorsi dei due leader, le prospettive di pace non sembrano certo essere né imminenti né facili. Ci si deve perciò chiedere perché Abbas, <a href="http://www.asianews.it/notizie-it/Palestina:-ultimi-sforzi-Usa-per-negare-il-riconoscimento-all%E2%80%99Onu.-Il-no-di-Abbas-22642.html" target="_blank">pur consapevole del veto americano</a>, abbia <a href="http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE78M00O20110923" target="_blank">giocato apertamente questa carta</a>.<br />
La prima ragione deriva dall’indubbia popolarità che questa mossa esercita nei confronti della grande maggioranza dell’opinione pubblica mondiale e locale, come è apparso evidente sia nell’aula dell’assemblea dell’ONU che nelle piazze palestinesi. Queste non sono tuttavia novità e non sono quindi eventi tali da spingere l’autorità palestinese ad un gesto così forte di fronte all’immutata politica americana.</p>
<p>Se la politica americana non è cambiata è mutato tuttavia il contesto in cui essa si svolge perché la nuova strategia turca e la “<a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/africa-solo-la-democrazia-puo-garantire-la-prosperita_3195.html" target="_blank">primavera araba</a>” hanno profondamente mutato il teatro in cui questa grande tragedia si svolge. I due più fedeli alleati degli Stati Uniti in tutta l’area, cioè <a href="http://it.euronews.net/2011/09/09/turchia-guarda-ad-alleanza-con-egitto-e-scalza-israele/" target="_blank">la Turchia e l’Egitto</a>, hanno infatti radicalmente mutato il proprio rapporto con Israele, considerato ora un paese nemico. Gli atti di ostilità sono ben noti e hanno provocato un livello di tensione così forte per cui gli ambasciatori israeliani ad Ankara e al Cairo (oltre a quello ad Amman) hanno dovuto abbandonare le proprie sedi e tornare precipitosamente in patria. La sicurezza di Israele è quindi ora esclusivamente nelle mani del Stati Uniti, che non possono più giovarsi dell’aiuto dei governi amici che erano sempre stati in passato la garanzia di tale sicurezza. La primavera araba ha infatti provocato la conseguenza non secondaria di rendere impossibile per questi due grandi paesi adottare una politica divergente rispetto all’ostilità popolare nei confronti di Israele.</p>
<p>Il nuovo corso turco appare particolarmente importante non solo per le misure di forza che <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/09/12/visualizza_new.html_724197548.html" target="_blank">il premier turco ha minacciato</a> ma anche perchè il governo di Ankara si è perfino dichiarato disposto a sostituire con proprie risorse l’eventuale cessazione del flusso di denaro che da molti anni la Casa Bianca versa al popolo palestinese.</p>
<p>Quest’atteggiamento turco è così rischioso per Israele che perfino i vertici dell’esercito israeliano hanno ripetutamente consigliato a Netanyahou di chiedere scusa alla Turchia per gli incidenti accaduti nel mare di fronte a Gaza. Anche perché la Turchia rimane  un baluardo fondamentale della Nato ed ha proprio di recente accettato di installare nel suo territorio le batterie di missili che potrebbero anche costituire un’essenziale protezione per Israele in caso di conflitto con l’Iran.  Riguardo all’Egitto, in qualsiasi modo si concluda l’attuale crisi politica, nessun futuro governo potrà mettere in secondo piano i sentimenti popolari di <a href="http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/420405/" target="_blank">profonda ostilità</a> nei confronti di Israele. La politica di Moubarak è in ogni caso irripetibile.</p>
<p>Il dibattito nelle aule dell’Onu non porterà quindi a nessuna novità per l’immediato futuro: esso  segna tuttavia una forte accelerazione nel processo di soluzione del conflitto palestinese.</p>
<p>Di fronte alle ventisette ovazioni che il Congresso americano ha tributato recentemente a Netanyahou e nella prospettiva di una difficile sfida elettorale, la politica americana non cambierà certamente, così come la forza delle frange radicali nella coalizione  di governo renderà impossibile a Netanyahou applicare quell’intelligente flessibilità che era propria del suo predecessore. Ehud Olmert aveva infatti <a href="http://ec2-79-125-15-49.eu-west-1.compute.amazonaws.com/articolo/mo,+olmert%3A+%E2%80%9Cal+pi%C3%B9+presto+trattative+su+stato+palestinese%E2%80%9D" target="_blank">sempre riconosciuto la necessità</a> di arrivare sia alla costruzione di uno stato Palestinese con un territorio equivalente a quello del 1967 che alla definitiva partizione di Gerusalemme, in modo che divenga capitale sia dello stato di Israele che di quello palestinese, ma con uno statuto speciale per i luoghi santi, mantenuti fuori dalla sovranità di entrambi.</p>
<p>In questo nuovo quadro politico si apre certamente uno  spazio maggiore per l’Europa.  Essa non può che operare per la creazione di due stati autonomi, sovrani e garantiti nella loro reciproca sicurezza da forti accordi internazionali.  Due stati nei quali i due popoli possano vivere senza l’oppressione degli insediamenti e senza la paura del terrorismo. In questa situazione sono convinto che l’Europa debba aiutare l’amico americano proprio appoggiando la richiesta palestinese, pur sapendo che essa non darà per ora alcun frutto. L’accoglimento di questa richiesta servirà tuttavia per facilitare l’accordo indispensabile per la giustizia e la pace nel mondo.</p>
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		<title>Dobbiamo pensare al dopo-Gheddafi e difendere i frutti delle rivolte arabe</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 12:05:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ex premier presiede dal 2008 il gruppo di lavoro Onu-Unione Africana  per le missioni di peacekeeping
&#8220;Ma con Tripoli non c&#8217;è più spazio per mediazioni&#8221;
«Dobbiamo pensare al dopo-Gheddafi e difendere i frutti  delle rivolte arabe»
La crisi del Nord Africa è un grosso guaio per noi.  Serve un nuovo disegno di difesa dei nostri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/libia.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3209" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/libia-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>L&#8217;ex premier presiede dal 2008 il gruppo di lavoro Onu-Unione Africana  per le missioni di peacekeeping</p>
<p><strong>&#8220;Ma con Tripoli non c&#8217;è più spazio per mediazioni&#8221;</strong></p>
<p>«Dobbiamo pensare al dopo-Gheddafi e difendere i frutti  delle rivolte arabe»</p>
<p>La crisi del Nord Africa è un grosso guaio per noi.  Serve un nuovo disegno di difesa dei nostri interessi nell&#8217;area</p>
<p>Intervista di Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera del 16 giugno 2011</p>
<p>Washington — «No, non mi pare che sulla Libia ci siano spazi per una  mediazione. Chi conosce bene la situazione sostiene che la prima a non  volerla è la Nato. La cosa che possiamo fare ora è agire per evitare che  questa difficile crisi faccia saltare l&#8217;unico organismo multilaterale  del continente nero, l&#8217;Unione Africana. E poi dobbiamo <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=23461" target="_blank">prepararci al  dopo-Gheddafi</a>. Che rischia di essere abbastanza complicato soprattutto  per l&#8217;Italia, visto che nell&#8217;area probabilmente crescerà il peso della  Francia, della Gran Bretagna e della Cina».</p>
<p>Romano Prodi, che dal 2008  presiede il <a href="http://www.romanoprodi.it/wordpress/notizie/il-segretario-generale-dellonu-nomina-romano-prodi-alla-guida-della-commissione-speciale-delle-nazioni-unite-per-lafrica_58.html" target="_blank">gruppo di lavoro Onu-Unione Africana</a> per le missioni di  «peacekeeping», analizza l&#8217;impatto delle rivoluzioni nordafricane poco  prima di aprire, qui a Washington, i lavori della <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=1156" target="_blank">conferenza sul futuro  del continente più povero del Pianeta</a>.</p>
<p>Indicato in passato come  possibile <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-io-mediatore-con-gheddafi-non-so-nulla_3098.html" target="_blank">mediatore</a>, l&#8217;ex capo del governo italiano afferma che «quello  che serve ora è uno sforzo per salvare i frutti delle rivoluzioni dei mesi scorsi. Le cose non sono messe bene:  l&#8217;Egitto, Paese-guida dell&#8217;area, è <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/litalia-e-in-prima-linea-promuova-un-massiccio-piano-di-aiuto-al-nuovo-egitto_2943.html" target="_blank">alle corde</a>. Crescono disoccupazione e  criminalità. Molti imprenditori sono in prigione, altri sono scappati  all&#8217;estero».</p>
<p>Nell&#8217;immediato il problema che preoccupa di più Prodi è la  sopravvivenza dell&#8217;Unione Africana, il mantenimento della sua  operatività. «Alla <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=417" target="_blank">conferenza di un anno fa</a> discutevamo grandi progetti.  Oggi siamo di fronte a un&#8217;emergenza: rischiamo il collasso dell&#8217;unico  organismo multilaterale dell&#8217;Africa il cui funzionamento è stato fin qui  garantito in misura rilevante dai <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=37197&amp;sez=HOME_NELMONDO&amp;npl=&amp;desc_sez=" target="_blank">soldi della Libia</a>».</p>
<p>Quanto? Nessuno  lo sa con esattezza, perché l&#8217;Unione è una realtà assai poco  trasparente. Ufficialmente da Tripoli arriva il 15% delle risorse. In  realtà pare pesi almeno per il 3o. Qualcuno parla addirittura del 5o%.</p>
<p>«Non è un problema di aride cifre» spiega Prodi. «L&#8217;Unione funziona  male, ma è l&#8217;unica istituzione che abbiamo, l&#8217;unica entità che può favorire uno sviluppo ordinato dell&#8217;Africa. Che  ha bisogno di una difesa comune, politiche comuni, un mercato integrato.  Come puoi fabbricare auto in Ghana senza infrastrutture e una  dimensione del mercato che vada oltre i confini di quel Paese?»</p>
<p>Le  rivolte nordafricane che in Occidente hanno scaldato i cuori dei  democratici, ora cominciano a preoccupare: «Dopo aver sostenuto i  movimenti, adesso dobbiamo fare uno sforzo concorde per far ripartire i  Paesi della &#8220;<a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/africa-unita-per-il-futuro_3162.html" target="_blank">primavera araba</a>&#8220;. La loro crisi è un grosso guaio per  l&#8217;Italia, primo partner commerciale della Libia, secondo dell&#8217;Egitto,  della Tunisia e anche della Siria. La nostra politica mediterranea ne  esce molto scossa. Serve un nuovo disegno di difesa dei nostri interessi  nell&#8217;area.</p>
<p>Ma le rivoluzioni hanno anche un effetto destabilizzante sul  resto dell&#8217;Africa: scompongono il quadro dei finanziamenti e anche  quello delle alleanze». Gli Stati Uniti cominciano  rendersene conto e infatti la <a href="http://www.wilsoncenter.org/index.cfm?fuseaction=events.event_summary&amp;event_id=701440" target="_blank">conferenza</a> che si è aperta ieri, organizzata dalla  <a href="http://www.fondazionepopoli.org/" target="_blank">Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli</a> creata dallo stesso Prodi  tre anni fa e dalla Sais, la Scuola internazionale della <a href="http://www.sais-jhu.edu/" target="_blank">John Hopkins  University</a>, è sostenuta dal Dipartimento di Stato Usa. «L&#8217;Unione  Africana — spiega Prodi — va aiutata con un intervento multilaterale:  non bastano le iniziative dei singoli Paesi. Che spesso sono ex potenze  coloniali coi loro legittimi interessi. America, Europa e Cina non si  sono mai sedute attorno a un tavolo per discutere del futuro dell&#8217;  Africa». Alla conferenza, oltre ai leader di Paesi africani, per la  prima volta sono presenti, uno a fianco all&#8217;altro, esponenti  dell&#8217;Amministrazione Obama, del governo di Pechino e dell&#8217; Unione  europea.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=23461" target="_blank"><em>Guarda l’ intervista di RaiNews24 a Romano Prodi</em></a></p>
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		<title>Troppe contraddizioni sulle rivolte arabe, così l&#8217;Italia perderà peso in Nordafrica</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 05:29:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Romano Prodi a Washinton per presiedere la seconda conferenza internazionale &#8220;53 Countries One Union&#8221;
&#8220;Troppe contraddizioni sulle rivolte arabe così l&#8217;Italia perderà  peso  in Nordafrica&#8221; Aumenterà l&#8217;influenza di quei paesi che hanno  strategie  più chiare: Francia, Inghilterra Cina e Turchia
Intervista di Federico Rampini a Romano Prodi su La Repubblica del 16 giugno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/rivolteafricane.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3204" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/rivolteafricane-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Romano Prodi a Washinton per presiedere la seconda conferenza internazionale &#8220;53 Countries One Union&#8221;</p>
<p><strong>&#8220;Troppe contraddizioni sulle rivolte arabe così l&#8217;Italia perderà  peso  in Nordafrica&#8221; Aumenterà l&#8217;influenza di quei paesi che hanno  strategie  più chiare: Francia, Inghilterra Cina e Turchia</strong></p>
<p>Intervista di Federico Rampini a Romano Prodi su <a href="http://rampini.blogautore.repubblica.it/2011/06/16/prodi-litalia-sta-perdendo-il-nordafrica/" target="_blank"><strong>La Repubblica</strong></a> del 16 giugno 2011</p>
<p>L&#8217;intervista &#8211; Dal nostro inviato federico Rampini, Washington -</p>
<p>«E&#8217; ondivaga la politica dell&#8217;Italia verso il Nordafrica. Le  <a href="http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2011/6_giugno/16/mondo_arabo_prodi_ondivaga_politica_italiana_verso_nord_africa,30101709.html" target="_blank">oscillazioni italiane</a>, i continui cambiamenti, non ci giovano in nessuno  scenario, qualunque sia l&#8217;esito finale in Libia e altrove». Romano  Prodi è a Washington per presiedere la seconda conferenza internazionale  &#8220;<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=1156" target="_blank">Africa: 53 Countries One Union</a>&#8221; e da qui lancia l&#8217;allarme per la  perdita d&#8217;influenza del nostro paese in un&#8217;area strategica.</p>
<p><em>Quale prezzo  pagherà l&#8217;Italia? </em></p>
<p>«In Libia e in tutto il Nordafrica aumenterà  l&#8217;influenza di quei paesi che hanno strategie più chiare: la Francia,  l&#8217;Inghilterra tra gli europei, la Cina sicuramente, anche la Turchia per  il suo <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/brics-un-altro-passo-avanti-verso-un-mondo-pluralistico-e-multipolare_2814.html" target="_self">peso economico crescente</a>. Il problema non si limita alla Libia.  Sono in preda a sconvolgimenti tutti i paesi nei quali storicamente  l&#8217;Italia si trova al primo o secondo posto come partner economico:  Egitto, Tunisia, Siria, Iran. L&#8217;<a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/non-basta-trovare-soldi-per-azioni-militari-manca-una-leadership-internazionale_2845.html" target="_blank">ondeggiare non ci aiuta</a>, l&#8217;Italia va  verso una perdita secca su questo fronte strategico.</p>
<p>Manca la capacità di inventare una nuova politica. Il governo italiano dovrebbe  farsi promotore di una nuova visione europea, perché solo un approccio  multilaterale ci può salvare».</p>
<p><em>Lei qui a Washington oggi incontra i  dirigenti americani e cinesi, oltre ai rappresentanti dell&#8217;Unione europea  e dell&#8217;Africa. Di tutte le rivoluzioni democratiche incompiute quale la  preoccupa di più?</em></p>
<p>«L&#8217;Egitto, per l&#8217;<a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/litalia-e-in-prima-linea-promuova-un-massiccio-piano-di-aiuto-al-nuovo-egitto_2943.html" target="_blank">importanza unica</a> di questo paese. Le  cose non stanno andando bene al Cairo, le difficoltà economiche sono  enormi, l&#8217;industria turistica ha visto crollare le entrate in valuta,  aumenta la delinquenza, un milione e mezzo di emigrati egiziani in Libia  sono tornati e s&#8217;inaridiscono le rimesse.</p>
<p>I capitali sono fuggiti, gli  imprenditori sono in carcere o progettano di scappare all&#8217;estero».</p>
<p><em>Lei  propone &#8220;una grande prova di amicizia&#8221; verso quei paesi. Al <a href="http://www.aise.it/esteri/mae/83940-g8-deauville-fondi-per-sostenere-la-qprimavera-arabaq-ma-gheddafi-se-ne-deve-andare.html" target="_blank">G8 di  Deauville</a> Barack Obama ha già annunciato la <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Egitto-Obama-Usa-cancellano-fino-a-un-miliardo-di-debiti_312036253876.html" target="_blank">cancellazione del debito</a> egiziano e tunisino. </em></p>
<p>«E&#8217; importante, ma bisogna vigilare al rispetto degli impegni, i G8 non hanno una gran  tradizione nel mantenere le promesse».</p>
<p><em>Lei chiede di <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?cat=11" target="_blank">trasferire risorse e competenze</a> all&#8217;Unione africana, ma paesi come la Francia e  l&#8217;Inghilterra si oppongono. </em></p>
<p>«E&#8217; comprensibile, in certi paesi africani  le ex potenze coloniali ancora svolgono un ruolo immenso, gestiscono  molti servizi essenziali. Ma bisogna uscirne, non è credibile una  gestione degli interventi affidata ai vecchi colonizzatori».</p>
<p><em>Potrebbe  uscire da questa conferenza una <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-io-mediatore-con-gheddafi-non-so-nulla_3098.html" target="_blank">mediazione</a> per sbloccare l&#8217;impasse libica? </em></p>
<p>«La parola mediazione <a href="http://www.irispress.it/Iris/page.asp?VisImg=S&amp;Art=112402&amp;Cat=1&amp;I=immagini/Politica/Prodi%20Romano.jpg&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=Esteri&amp;Codi_Cate_Arti=16" target="_blank">è impropria</a>. La Nato non la vuole, evidentemente  pensa che la vittoria è vicina. Ma la fine di Gheddafi avrà implicazioni  profonde in tutta l&#8217;Africa, basti pensare che l&#8217;Unione africana  otteneva il 30% dei suoi fondi dalla Libia».</p>
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		<title>Africa unita, per il futuro</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 11:08:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Unita per il futuro
Intervista di Vincenzo Giardina a Romano Prodi in copertina di Misna del 9 giugno 2011
“Bisogna coltivare l’utopia dell’integrazione interafricana” dice alla MISNA Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea, ex presidente del Consiglio italiano, ma soprattutto uomo che guarda lontano come ha confermato un suo studio per conto dell’Onu e dell’Unione africana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.fondazionepopoli.org/wp-content/uploads/2011/06/africa.jpg"><img class="size-medium wp-image-1180 alignright" src="http://www.fondazionepopoli.org/wp-content/uploads/2011/06/africa-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Unita per il futuro</strong></p>
<p>Intervista di Vincenzo Giardina a Romano Prodi in copertina di <a href="http://www.misna.org/economia-e-politica/unita-per-il-futuro-intervista-a-romano-prodi/" target="_blank"><strong>Misna</strong></a> del 9 giugno 2011</p>
<p>“Bisogna coltivare l’utopia dell’integrazione interafricana” dice alla MISNA Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea, ex presidente del Consiglio italiano, ma soprattutto uomo che guarda lontano come ha confermato un <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=279&amp;lang=en" target="_blank">suo studio</a> per conto dell’Onu e dell’Unione africana sulle <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=273" target="_blank">missioni di pace a sud del Sahara</a>.</p>
<p>La settimana prossima a Washington la sua Fondazione per la collaborazione tra i popoli organizza una conferenza dal titolo “<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=1083" target="_blank">Africa 53 Stati – Una unione. Le nuove sfide</a>”. È la seconda tappa di un percorso che si concluderà l’anno prossimo ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia e sede dell’Ua. Dalla guerra in Libia alla divisione del Sudan, ammette Prodi, la strada si fa più difficile…</p>
<p><em>Presidente, il 15 e 16 giugno si discuterà di integrazione africana come unica via per lo sviluppo. Ma intanto il continente si divide…</em></p>
<p>“È vero, il continente purtroppo si divide. Ma è meglio separare i problemi. L’indipendenza del Sud Sudan da Khartoum è la conclusione di un processo lunghissimo e, per questo, non stupisce. Allo stesso tempo è il segno di un continente in cui, non dico la ricerca dell’unità, ma anche solo una collaborazione più stretta tra i paesi è assolutamente difficile. Nel caso della Libia ci sono le tensioni e le proteste alimentate da un regime autoritario ma anche divisioni profonde tra Tripolitania e Cirenaica, in epoca coloniale province distinte. Un altro elemento è che nel bene e nel male Muammar Gheddafi è stato un forte contributore materiale dell’Unione africana, nonostante questo aiuto sempre rimasta povera di mezzi. Anche in futuro, dunque, l’esiguità di risorse finanziarie creerà problemi molto seri all’Ua. Debbo ammettere, d’altra parte, che non pochi Stati africani diffidano di un’Unione forte o condizionano i loro contributi alla trasparenza dei conti e alle scelte politiche. Tutti questi fattori rendono più difficile l’obiettivo di un’integrazione del continente incentrata sull’Unione africana e le sue deboli organizzazioni regionali”.</p>
<p><em>Quali sono le “nuove sfide” per il continente?</em></p>
<p>“Vediamo le difficoltà, ma non perdiamo la fede nel disegno di <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=417" target="_blank">favorire la cooperazione tra i paesi africani</a>. È l’unica alternativa a che il continente diventi terreno di scontro tra clan contrapposti e grandi potenze. O c’è un dialogo che coinvolga l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione africana oppure la crescente influenza di Pechino si scontrerà con la resistenza della Francia nei paesi francofoni, della Gran Bretagna nei paesi anglofoni e degli Stati Uniti nei paesi amici del Golfo di Guinea. Gli africani saranno così deboli che potranno solo affidarsi a un sostegno esterno o, peggio ancora, subire una penetrazione dall’esterno. Il continente è il più grande serbatoio di energie e risorse naturali di un mondo che va verso i nove miliardi di abitanti. O obblighiamo le grandi potenze a dialogare tra loro o riprodurremo nel XXI secolo uno scenario già visto”.</p>
<p><em>A sud del Sahara esiste il rischio di un’integrazione economica che non preveda collaborazione politica?<br />
</em><br />
“L’integrazione economica presuppone quella politica. Per costruire infrastrutture regionali o creare un mercato comune serve la collaborazione tra i governi. Ma Stati africani separati non sono in grado di contrapporsi all’Europa, alla Cina o all’America. Se le ex potenze coloniali adottano una politica del ‘divide et impera’ per l’Africa non c’è speranza”.</p>
<p><em>Dalla Costa d’Avorio alla Libia, l’Unione africana ha fallito nel compito di garantire la pace?</em></p>
<p>“Per forza che ha fallito! È come quando togliamo potere all’Onu e poi diciamo che non interviene. Come fa l’Unione africana a non mostrare la sua debolezza? Le mie proposte sul trasferimento di risorse per le missioni di mantenimento della pace dell’Unione africana sono state bloccate dal veto di Francia e Gran Bretagna. Non possiamo tagliare le gambe a un atleta e lamentarci che non corre. In Africa quando scoppia un conflitto si fa ricorso a truppe di vari paesi, spesso <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/non-basta-trovare-soldi-per-azioni-militari-manca-una-leadership-internazionale_2845.html" target="_blank">male organizzate</a> e non coordinate tra loro; per la formazione dei contingenti di ‘peacekeeper’ mancano le strutture di finanziamento”.</p>
<p><em>Come giudica la <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/leuropa-e-assente-ma-litalia-non-ha-fatto-nulla-i-politici-e-la-moralita-pubblica_2702.html" target="_blank">politica italiana nella crisi libica</a>? Dal Trattato di amicizia con Gheddafi si è passati alle promesse di “enormi somme di denaro” ai rivoltosi di Bengasi.<br />
</em><br />
“Preferirei limitarmi a due osservazioni. Prima dell’inizio dell’intervento militare della Nato non sono state esperite fino in fondo le possibilità di una soluzione non conflittuale. Ogni giorno, poi, vedo continue capriole: facce feroci diventano subito indecisioni o dimostrazioni di apertura. Questi aspetti contraddittori mi rendono inquieto”.</p>
<p><em>Si è scritto di un suo ruolo come mediatore per la Libia incaricato dall’Unione europea. È una possibilità?</em></p>
<p>“Finora nessuno mi ha contattato, neanche in fase esplorativa. Poi, se nelle cancellerie si facciano di queste ipotesi…”</p>
<p><em>Mentre i caccia della Nato bombardano Tripoli, <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/brics-un-altro-passo-avanti-verso-un-mondo-pluralistico-e-multipolare_2814.html" target="_blank">potenze emergenti</a> come Cina, India e Brasile fanno affari.</em></p>
<p>“India e Cina si rincorrono l’un l’altra. New Delhi vorrebbe riprendere l’iniziativa anche per motivi storici, penso alla forte presenza a sud del Sahara di migranti originari dell’India. A oggi, però, la dimensione quantitativa delle attività cinesi è molto superiore. Pechino ha senz’altro contribuito allo sviluppo macroeconomico dell’Africa ma non alla ridistribuzione del reddito, cioè alla giustizia. Quanto questo sia da addebitare alla Cina o ai governi africani è un tema su cui meditare”.</p>
<p><em>E i diritti umani?</em></p>
<p>“La promozione dei diritti umani deve essere il fatto fondamentale della politica europea. Ma <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/italia-esiga-un-urgente-programma-europeo-per-la-ripresa-economica-dei-paesi-in-rivolta_2628.html" target="_blank">quando la gente muore di fame</a> bisogna capire che ci sono necessità drammatiche alle quali si deve far fronte. Come presidente della Commissione europea mi sono trovato più volte di fronte alla scelta se cooperare con governi non democratici. Ho scelto di cooperare: boicottaggi che spesso colpiscono i tiranneggiati non sono una buona politica”.</p>
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		<title>A global agreement is indispensable to surmount the crisis and to devise an harmonious development of the world economy</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 15:13:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Financial Security: China and the World&#8221;
Invited speech of  President Romano Prodi at the &#8220;Financial Security: China and the World&#8221; international symposium. Beijing 20-21 May 2011
Introduction
Highly Distinguished Guests,
Ladies and Gentlemen,
Never before has the financial sector played such an important role in the world economy as in the last few years. Financial markets triggered the economic crisis. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2999" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/05/P201105201648093063226086.jpg"><img class="size-medium wp-image-2999" title="“Financial Security: China and the World” International Symposium" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/05/P201105201648093063226086-300x194.jpg" alt="“Financial Security: China and the World” International Symposium" width="300" height="194" /></a><p class="wp-caption-text">“Financial Security: China and the World” International Symposium</p></div>
<p><strong>&#8220;Financial Security: China and the World&#8221;</strong></p>
<p>Invited speech of  President Romano Prodi at the &#8220;<a href="http://english.people.com.cn/90001/90776/90883/7387021.html" target="_blank"><strong>Financial Security: China and the World</strong></a>&#8221; international <a href="http://news.xinhuanet.com/english2010/indepth/2011-05/20/c_13885894.htm" target="_blank">symposium</a>. Beijing 20-21 May 2011</p>
<p><strong>Introduction</strong></p>
<p>Highly Distinguished Guests,<br />
Ladies and Gentlemen,</p>
<p>Never before has the financial sector played such an important role in the world economy as in the last few years. Financial markets triggered the economic crisis. Failure to reform them is endangering prospects for economic recovery. There is growing consensus that unless the international monetary and financial system is overhauled, long-term, stable development will be undermined.</p>
<p>A sound financial system is at the heart of any economic organization. As recent history has shown, turmoil in the financial world can cause prolonged, irreparable damage to the functioning of the real economy. Only a well-regulated global financial system will guarantee the future of each and every one of us. Yet it is all too evident that we are still a long way from achieving that goal.</p>
<p><strong>Bretton Woods: a world long gone</strong></p>
<p>At the root of this predicament is the global political situation. But to explain this we must take a quick step back in history.</p>
<p>The <a href="http://avalon.law.yale.edu/20th_century/decad047.asp" target="_blank">Bretton Woods</a> Agreements that regulated the world economy for decades were possible because in 1944 the United States was the undisputed global power of the day. As a result, the international economic order was based on this unchallenged pillar. Everything worked fairly smoothly as long as the American economy dominated the world economic scene. Things started working less smoothly with the end of the immediate post-war period and the rise of other economic powerhouses. The new situation was apparent as early as 1971. With the <a href="http://www.24hgold.com/english/contributor.aspx?contributor=History%20of%20Gold&amp;article=803452874G10020" target="_blank">end of the convertibility of the dollar</a>. This signalled that the United States was no longer the world’s only economic pillar. After that, monetary and financial management became increasingly complex and is certainly no easier today in a period when the redistribution of economic power is now accompanied by progressive change in the balance of political power among players on the world political stage. The long transition from a monopolarism to multipolarism has certainly not increased the likelihood of reaching agreement on new global monetary and financial regulations.</p>
<p>Historically dominant countries – first among these, the United States – tend to slow down any process of change in order to preserve their privileges as holders of the world’s reserve currencies. Countries enjoying vigorous growth – like China – have the long-term objective of radically changing the system. They are fully aware, however, that achieving this takes time. They need time first and foremost to ensure that the new balance of power is both consolidated and perceived as definitive. And they need time to prepare their domestic market for the convertibility of their currency, and adapt their banking system to the prevailing international rules. Ascending countries have clear long-term objectives; they want to see a multi-player international monetary system. They know, however, that if they are to achieve a system that reflects the new world situation, their approach must be gradual and prudential. The goal is clear but achieving it requires a long-term strategy, not least because excessive haste could place harmful tensions on the world economy as a whole and slow their own development as a result.</p>
<p>The recent <a href="http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/liamhalligan/8455956/The-BRIC-countries-Hainan-summit-could-make-the-G20-redundant.html" target="_blank">BRIC meeting</a> on the island of Hainan was highly significant in this regard.</p>
<p>While participants reiterated their common interest in changing the balance of power also in the monetary and financial sphere, they were only able to take limited-scope decisions. They asserted the intention of making increasing use of their national currencies in trade relations with each other, and underlined their common will to reform the working of Special Drawing Rights. They also pledged to add other currencies to the four that make up the SDR basket and represent only the US, Europe and Japan. The meeting did not, however, produce more than this declaration of principle. This was firstly on account of the enormous technical problems that need to be solved and secondly, because the long term interests of the BRIC countries do not always coincide. We have started down the road of international monetary reform but the journey will be a long one.</p>
<p>When, at the height of the financial crisis, the G8 finally gave way <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/estero/g20-must-deliver-a-road-map-for-a-new-asset-of-the-international-financial-and-monetary-system_2238.html" target="_blank">to the G20</a>, some believed that this would step up reform of the international monetary system. However, things turned out very differently from their initial promise. Reforming zeal has weakened with each successive meeting. Although this may be accounted for in part by the slowdown of the economic crisis, it is, however, also due to the objective differences among G20 members. The G20 agendas from the London to Pittsburgh summits through to the present day have gradually lost their punch and sense of urgency.</p>
<p><strong>The Delicate Balance that is International Cooperation</strong></p>
<p>We have had to admit how difficult it is to regulate international economic relations and build cooperation based on a future balance of power agreed by and favourable to all.</p>
<p>Nonetheless, the shift <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/se-ognuno-dei-cuochi-bada-alla-sua-pentola_1749.html" target="_blank">from the G8 to the G20</a> remains an event of fundamental importance. It marks an acknowledgement that no decision that will influence the future of our planet can be taken unless all the world’s major economic and political players are party to that decision. This, however, is not sufficient to usher in a new era of international cooperation, first of all because of the limits of the G20 organization itself, which lacks the stable, robust scaffolding required to carry out preparatory work. The G20 is still coming to terms with the idea that to be effective, complex multi-party international organizations must have a strong permanent secretariat to back them. As the scant results of the Nanking conference showed, this cannot be replaced by hurried preparatory meetings geared especially to the domestic political agenda of one member country. G20 action to instigate new international relations is further weakened by its slowness to acknowledge that we have entered a new era in relations between the different countries. The changes in the balance of power I mentioned before create a cacophony around the G20 table that makes any agreement on the reforms needed for the ordered development of the world in the future an arduous task. Even if considerable strides forward have been made on important technical issues – especially as a result of the work of the Financial Stability Board – there has, however, been very little change in the international monetary and financial system, because it is difficult – very difficult – to achieve harmonious regulation of the global economy in a world that remains politically fragmented.</p>
<p>Regulation is becoming increasingly difficult for the very reason that finance and the Economy are becoming more important in the political arena than military strength itself.<br />
While the mere authority of one country (the United States) no longer holds, it is equally true that rules cannot be dictated by a two-way dialogue –between China and the United States. Today’s world can only be managed by a large number of players.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>The Legacy of the Financial Crisis</strong></p>
<p>Let us go back and examine the recent economic crisis.</p>
<p>In terms of magnitude and speed with which it spread, it was no less dramatic than the <a href="http://www.spartacus.schoolnet.co.uk/USAwallstreet.htm" target="_blank">Wall Street Crash</a> of 1929 that lasted many long years and led to the general impoverishment of the whole planet. While I do not want to dwell on the differences and similarities between the two crises, it must be said that because of past experience, governments today are better prepared to take remedial action.</p>
<p>The first big difference in the reaction to the crisis on the part of governments was not to succumb to the temptation to introduce protectionist trade measures, as happened in 1929. Governments everywhere understood how disastrous that would be for everyone and, despite strong calls to go in that direction, warded off attempts to dismantle the free flow of trade that contributed so much to the expansion of the world economy in previous years. This does not mean that further decisive steps need not be taken in this area, not least because the on-going changes in the political and economic balance of power make it difficult to see what future interests are at stake. For this reason, even if we have not fallen into the protectionist trap, the <a href="http://www.wto.org/english/tratop_e/dda_e/dda_e.htm" target="_blank">Doha Round</a> dedicated to improving the rules governing international trade drags on without achieving any real results.</p>
<p>A further difference between this and the 1929 crisis is that the governments of the United States and China injected huge sums into the economic system. America’s eight hundred billion dollars and China’s five hundred and eighty-five prevented the world economy from going into a tailspin.</p>
<p>It should also be remembered that the crisis had its roots in the economic policies of the United States. Most important was the policy of low interest rates to facilitate home ownership and sustain the economy after the <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Dot-com_bubble" target="_blank">Internet speculative bubble</a> and following <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Economic_effects_arising_from_the_September_11_attacks" target="_blank">9/11</a>. Secondly, there was ineffectual supervision of financial markets at the very time when these were quickly expanding in quality and quantity.</p>
<p><strong>The Risks of Creative Finance</strong></p>
<p>Deregulation effectively removed the protective barriers that appropriately separated investment banks from ordinary high-street lending institutions. At the same time, with interest rates being kept as low as feasible, surplus liquidity was created that constantly moved around in search of the highest earnings. This in turn created a series of speculative bubbles in diverse sectors: property, raw materials, equity markets and so on. In the wake of deregulation and low interest rates came financial innovation for which the classical economic-policy instruments of the past proved ineffectual. Indeed, financial innovation, which should have served to reduce investment risks and hence, encourage growth, caused the most devastating fall in confidence of past decades. Financial innovation in fact simply spread much of the risk onto unsuspecting investors.</p>
<p>World finance suffers from a deep-rooted contradiction: increasingly global in its reach, it is unable to give itself global rules. This has led to financial innovation taking ever-increasing risks only to offload them for the most part onto investors who are unable to assess what they are getting into.</p>
<p>Nor do I believe this is a thing of the past. In the last few months the large investment banks have resumed their old habits, which led to the crisis in the first place. The financial instruments have different names but the players are the same and their investments are similar in risk and opacity to the derivatives that fuelled the financial crisis. Decisive headway must be made on the regulation front, never forgetting, however, that the task is fraught with difficulties since diverse countries are competing fiercely with each other in order to achieve standards that do not put their own operators at a disadvantage.</p>
<p>We are not yet out of the “moral hazard” that characterised the behaviour of banks and financial institutions considered too big to fail.</p>
<p>And here I would like to stress another point. Creative finance that takes no account of any underlying social or economic situation does not just cause harm when something goes wrong. It is the source of continual market disruption, causing turbulence in the prices of raw materials, oil and food commodities.</p>
<p>When financial transactions exceed by ten or one hundred times the number of “real” operations, the result is permanent disequilibrium of prices that is deleterious to the Economy.</p>
<p>In a situation like this, it is statistically more likely that commodity-importer countries will be hardest hit.</p>
<p><strong>The Contradiction between Global Markets and National Controls</strong></p>
<p>Obviously, things cannot continue in this way for long. While globalisation is a boon, its excesses must be kept in check and the weaker players protected. Otherwise globalisation will be politically unsustainable on account of the risks it poses.</p>
<p>I am a profound believer in the market economy; but I also believe that the market works well only when checked by strict rules and controls. We cannot continue a contradictory system that operates across global markets with national rules and controls. Global markets require global rules.</p>
<p>One could counter by saying that in many countries supervisory bodies have grown and multiplied. There are regulatory bodies for banks, insurance companies, stock exchanges and so on. But these regulators, despite the repeated warnings of the Financial Stability Board, are clearly insufficient and in any case, prevalently national in their reach. This is in contradiction to the global economic context.</p>
<p>A common strategy cannot confine itself to a series of abstract rules but rather must:</p>
<p style="padding-left: 30px;">a)    Set down agreed market control measures;<br />
b)    Prevent deposit banks from taking speculative risks;<br />
c)    Adopt transparency rules and fiscal instruments to limit the continued explosion of so-called &#8220;derivative&#8221; products;<br />
d)    Set down mortgage loan rules in the property market;<br />
e)    Impose strict professional conduct rules on rating agencies.</p>
<p>We are still far from achieving these results. Indeed we seem to be reluctant even to start down that road. The large investment banks are once again acting as before, confident they are too big to fail. Even the exorbitant earnings of their top executives have starting creeping up again as if the crisis and its root causes were a thing of the past. Only a short time after the worst financial crisis in the last 80 years, financial speculation is being resumed as strongly as ever. They’ve changed their name but not their spots! The lack of transparency and risk-taking is the same as for the worst speculative operations that led to the crisis. On the eve of the new G20, scheduled to discuss measures to curb excessive financial speculation, there is no agreement in the offing between those countries, like France, for example, which are calling for a tax on financial transactions, and those, like the US, that want stricter capital adequacy rules for financial institutions dealing with highly speculative instruments.</p>
<p><strong>The Case of the Euro</strong></p>
<p>Progress towards harmonisation and oversight of financial policies is proving extremely difficult even in a single currency area and largely for the same reasons. The <a href="http://edition.cnn.com/2010/BUSINESS/02/10/greek.debt.qanda/index.html" target="_blank">case of Greece</a> and other similar tensions in the Euro area are in fact a direct consequence of the fact that when the single currency was first established, the larger European countries refused to accept any form of European oversight on their national accounts. This mean that it was impossible to gain an understanding of the enormous overruns countries like Greece were amassing and the unsustainable burden taken on by others, like Ireland, to guarantee the indebtedness of their banking system. The concept of national sovereignty – still pretty much taboo – became a stumbling block preventing the smooth working of the economy for the reason that although many aspects of the markets are global, supervisory rules and systems remain strictly national. It would, however, be wrong to draw the conclusion that the Euro has no place among the key pillars of the world Economy.</p>
<p>The rumours and insinuations regarding its possible disappearance from the world economic stage do not take into account how things stand on the ground and that no European country, starting with Germany, has any interest in returning to a system of national currencies, which would be tantamount to splitting Europe into a strong north and a weak south. Certainly in Germany, as in many other European countries, there are strong populist calls for a return to old national values, which leads politicians to delay the necessary decisions or adopt them in a shroud of caution and hypocrisy. It is equally true that Germany’s hesitation, dictated by understandable electoral concerns, has only made the Greek crisis more difficult and complex. It is undeniable, however, that the economic and financial sector in Germany is fully aware that it is thanks to the Euro that Germany has been able to build a trade surplus which in percentage, is higher than China’s.</p>
<p>Before the birth of the Euro, Germany would never have been able to accumulate such a surplus because every time its trade balance showed signs of running a surplus, other European partners swiftly proceeded to devaluate their currencies. To give you an idea of how important this phenomenon is, let me just say that when I started my academic career – and it wasn’t centuries ago! – you needed 145 Italian lire to buy a German mark but when the exchange rate was fixed to enter the Euro, it was 990 lire to the mark. For years, devaluations of this kind prevented Germany from creating a surplus; very different from today when in the last 12 months alone, the country has created a <a href="http://finance.ninemsn.com.au/newsbusiness/aap/8246910/germany-reports-record-exports-in-march" target="_blank">foreign trade surplus</a> of 200 billion Euros. And this will be one of the strengths of the German economic system, not just today, but also in the foreseeable future. So even in the event of serious political tensions, it is highly unlikely that any country would relinquish such an advantageous position. In addition, despite the arguments, the political debate and academic analyses into the Euro’s frail prospects, markets continue to sustain its value against the dollar.</p>
<p>It is also worth remembering that today the European economy leads the field in terms of GDP, industrial production and exports. So when people ask me about the pillars of the international monetary system ten years from now, I have no doubt in answering that the world economy will be based on a basket whose major currencies will in any case be the dollar, the Euro and the Yuan, even if most probably they will share that basket with other currencies.</p>
<p>Which and how many these currencies will be will depend on circumstances that are difficult to gauge today. Certainly, however, there will be many more voices heard around the G20 table, and finding a consensus will not be easy.</p>
<p><strong>China&#8217;s Role and Responsibility</strong></p>
<p>I have neither the authority nor the necessary competence to proffer any suggestions as to the road China may or should take to assume a growing and more concrete position of responsibility within the framework of the international financial and monetary system. This is the topic of ongoing debate within the country itself, in the most diverse academic settings throughout the world and among the world’s top financial and monetary institutions. Moreover, any decision in this sense will be closely linked to the general economic policy framework the Chinese government intends to implement in the future, especially in the light of the guidelines emerging from the <a href="http://www.china-greentech.com/node/1666" target="_blank">XII 5-year plan</a> approved by the National People’s Congress in March 2011. The problems of capital flow control and the workings of the banking system still have to be tackled in the light of the growing international responsibility China will have to assume in the near future. It will be the task of the government and the Chinese people to take the most appropriate decisions regarding wage levels, the balance between the different provinces, the building of the new Welfare State and the balance between savings, consumption and investments. As to what the international community expects from China, it is that China will cooperate actively in the area of international economic relations. This choice will also depend on the sustained growth objective China still needs to maintain in the long term to complete the great transformation started in 1978. Fostering active cooperation is a primary interest for China but also anecessary task vis-à-vis the whole international community. How to accomplish this function, whether with adjustments to the exchange rate, measures to increase domestic demand or with a mix of both, is the exclusive responsibility of the Chinese government.</p>
<p>In the long run, it is certainly a Chinese interest to have a transparent financial system with a free flow of capital in and out. And as a consequence of capital inability a flexible exchange rate.</p>
<p>Many years will be needed (we in Europe did in thirty years) but the opening of the banking and monetary system is indispensable. It is not necessary to do it immediately but to be persistent in this direction.</p>
<p>The direction is important. Non the speed.</p>
<p>The greatest concern today and certainly the greatest danger for the future of the Chinese economy is inflation.  For many years, China served the function of containing the prices of industrial goods on world markets both through national entrepreneurial initiatives and through multinational companies located in China.  In an initial phase, Chinese competition was founded especially on low wages. In recent years however, increases in productivity have sustained production costs or made them even more competitive despite the strong wage increases. Not to be forgotten either is the transfer of less specialized production to the poorer provinces and their replacement by high value-added and research activities in the most developed areas. This virtuous transformation might be threatened or even stopped by inflationary trends fuelled by a combination of increased international prices and increased domestic production costs. Even if technological innovations, especially in the alternative energy sector, succeed in alleviating the pressure on demand, China will always be a huge importer of food, energy and raw materials. No one can foresee with certainty how future price trends will develop, but all the elements we have today lead us to believe that this will be an upward trend, both on account of a larger world population but especially because of a strong growth in demand thanks to better standards of living enjoyed by hundreds of millions of people in many countries around the world.</p>
<p>Over and above the particular domestic real estate situation in China, there are risks that prices will increase in those sectors where rising international prices are not easily offset by growth in domestic productivity. The greatest risks are obviously in the food and transport sectors, where the most affected will be lower income populations. Failure to keep inflation under control would naturally force the introduction of adjustment measures, with consequences that would severely affect not only China but also the entire world economy. We should not forget that it was only dynamic growth in China and other developing countries that prevented the financial crisis from turning into a global tragedy and the world economy from stagnating for many more years than it did.</p>
<p><strong>The Growing Interdependence of the Global Economy</strong></p>
<p>The picture I have perhaps too hurriedly sketched out leads us nonetheless to the undeniable conclusion that the most salient feature of the world economy is its interdependence. Just think for a minute of another recent fact, the <a href="http://www.guardian.co.uk/world/richard-adams-blog/2011/apr/19/us-debt-credit-rating-negative" target="_blank">negative outlook</a> issued by Standard &amp; Poor’s on the American sovereign debt. In theory, this announcement should have been of concern to the United States alone. In fact, it caused anxiety throughout the world, starting with China, which holds a conspicuous slice of the American public debt. We live in a world full of contradictions. In the popular imagination, China on the one hand, and the United States – and Europe – on the other, have opposing interests. But then it becomes evident that any inflation in China would be very detrimental to Western economies and any increase in the American debt risk is viewed with terror by institutional investors, including the Chinese government. We should also reflect on the fact that the largest energy importers in the world – which include China, the United States and Europe – would have every interest to cooperate when it comes to deciding on supply security issues. I could continue to give examples in many other fields before coming to the general conclusion that economic and financial security has to involve convergent strategies agreed on by the world’s major economic players.</p>
<p><strong>Building a Multilateral Future</strong></p>
<p>Building convergent strategies at a time when power has become fragmented is an extremely difficult task. This is because a system of scattered power does not just involve relations between sovereign states but also with industrial enterprises, banking and financial organisations, pressure groups and NGOs, all of which, albeit to a lesser degree than the power wielded by states, are having an increasing impact on world political decisions. With so many players, it is becoming increasingly difficult to run institutions and construct adequate collective responses.</p>
<p>This assertion is certainly a valid general statement. But if we confine ourselves to the economic and financial relations among states, it is obvious that regulating surpluses, deficits and imbalances requires not a bilateral but a strongly multilateral approach, one that rests on the pro-active role of the large supranational institutions like the United Nations, the International Monetary Fund, the WTO and all the other organisations that arbitrate between the different countries. So tackling the world’s financial problems within a wider framework than the existing political context is a must.</p>
<p>At this point we are faced with the difficulties I outlined at the start of this talk when I said, that in this transitional phase, players believe they can achieve results that best serve their interest delaying the agreements in the longest possible timeframe.</p>
<p>My final message is that this approach is deeply flawed. A global agreement is indispensable if we want to surmount the crisis and if we want to go down the road towards harmonious development of the world economy. A multi-polar world is a world based on mutual interdependence.</p>
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		<title>Convegno a Bologna con Prodi su scenari economici dopo Expo Shangai</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 16:34:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cina: Bologna, Prodi a convegno su scenari economici dopo Expo Shanghai
Bologna, 15 apr. &#8211; (Adnkronos) &#8211; Ci sara&#8217; anche l&#8217;ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, al convegno organizzato da Intesa Sanpaolo e Bologna Shanghai World Expo 2010 che si svolgera&#8217; martedi&#8217; prossimo alle 15 sotto le Due Torri (sala [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/04/LogoBolognaShanghai-280x268.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2798" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/04/LogoBolognaShanghai-280x268.jpg" alt="" width="280" height="268" /></a>Cina: Bologna, Prodi a convegno su scenari economici dopo Expo Shanghai</strong></p>
<p>Bologna, 15 apr. &#8211; (<a href="http://parma.repubblica.it/dettaglio-news/19:24-19:24/3953705" target="_blank"><strong>Adnkronos</strong></a>) &#8211; Ci sara&#8217; anche l&#8217;ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, al convegno organizzato da Intesa Sanpaolo e <a href="http://www.bolognaexpo2010.it/" target="_blank">Bologna Shanghai World Expo 2010</a> che si svolgera&#8217; martedi&#8217; prossimo alle 15 sotto le Due Torri (sala dei Cento di Carisbo, in via Farini 22) per capire quali scenari economici si aprono per il capolugo emiliano e la regione dopo la <a href="http://www.bolognaexpo2010.it/it/news/bologna-si--raccontata-a-circa-2-milioni-di-visitatori" target="_blank">partecipazione</a> alla mostra internazionale andata in scena a <a href="http://www.expo2010.cn/expo/expoenglish/oe/index.html" target="_blank">Shanghai</a>.</p>
<p>Oltre a Prodi, che portera&#8217; la sua testimonianza di statista, economista e interlocutore privilegiato delle istituzioni cinesi, all&#8217;incontro parteciperanno anche il presidente della Regione Emilia Romagna Vasco <a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/04/DSC04436.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-2799" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/04/DSC04436-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Errani, il presidente di Bologna Fiere Fabio Roversi Monaco, il commissario del Comune di Bologna Anna Maria Cancellieri, la presidente della Provincia Beatrice Draghetti e il presidente della Camera di commercio Bruno Filetti.</p>
<p>Il direttore regionale di Intesa Sanpaolo Giuseppe Feliziani illustrera&#8217; invece il ruolo del sistema finanziario a supporto del business d&#8217;impresa. A chiudere i lavori, infine, l&#8217;assessore alle Attivita&#8217; produttive dell&#8217;Emilia Romagna, Gian Carlo Muzzarelli, che presentera&#8217; anche i punti principali del piano energetico regionale.<br />
(15 aprile 2011 ore 19.34)</p>
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		<title>Sulla disunità che unisce l’Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 13:16:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sulla disunità che unisce l’Italia
Intervista di Carmela Maccia a Romano Prodi su Cooperazione del 22 febbraio 2011
Il professore che ha accompagnato l&#8217;Italia nella zona euro. Abbiamo parlato di nord, di sud, di federalismo e ruolo dell&#8217;Italia.
Ricorrono i 150 dell’Unità d’Italia. Qual è il suo giudizio, il suo bilancio storico?
Il punto interrogativo a fine domanda mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/getMediadata.cfm_.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-2659" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/getMediadata.cfm_-300x138.jpg" alt="" width="300" height="138" /></a>Sulla disunità che unisce l’Italia</strong></p>
<p>Intervista di Carmela Maccia a Romano Prodi su <a href="http://www.cooperazione.ch/prodi" target="_blank"><strong>Cooperazione</strong></a> del 22 febbraio 2011</p>
<p>Il professore che ha accompagnato l&#8217;Italia nella zona euro. Abbiamo parlato di nord, di sud, di federalismo e ruolo dell&#8217;Italia.</p>
<p><em>Ricorrono i <a href="http://www.italia150.it" target="_blank">150</a> dell’Unità d’Italia. Qual è il suo giudizio, il suo bilancio storico?</em></p>
<p>Il punto interrogativo a fine domanda mi impone una duplice risposta: in primo luogo l’Italia, tra i grandi paesi europei, è stato l’ultimo ad unirsi; in secondo luogo era un paese fortemente diversificato e diviso, dove le autonomie locali erano fortissime. Nel Risorgimento l’Italia è stata unita da una «élite» e non da un movimento di popolo: persino le grandi correnti popolari dei socialisti e dei cattolici erano rimasti estranee al processo di unione. Ciò spiega la «disunità» d’Italia: tuttavia credo che l’Italia sia un paese unito, basti pensare che di fronte ai grandi drammi della storia (due guerre mondiali, il terrorismo degli anni Settanta, le mafie) e alle grandi sfide di oggi (l’euro), il paese si è sempre mostrato unito, più degli altri paesi europei. C`è dunque una storia di diversità, ma anche di unità.<em></em></p>
<p><em>Dall’esterno, la ferita tra il Nord e il Sud è sempre più profonda e dà l’immagine di un paese spaccato in due, senza valori condivisi…</em></p>
<p>Credo invece che i valori siano condivisi e siano i medesimi degli altri paesi europei: famiglia, democrazia, tolleranza e che le divisioni, le spaccature, le intolleranze stiano calpestando tutte le democrazie europee. In Italia ci sono due anomalie che accentuano l’interpretazione di questi valori: una è la differenza nord-sud, che il flusso migratorio dal meridione verso il settentrione ha però diluito; l’altra è che il sud è ancora vittima di antiche eredità come fu il brigantaggio, che porta con sé anarchismo e antistato. Un’eredità pesante che tuttavia dimostra di avere anticorpi forti quando si tratta di lottare contro le criminalità organizzate, il terrorismo…. Certamente il prolungarsi di questo peso della storia alimenta un sentimento più pericoloso: lo scetticismo nei confronti del potere.<br />
<em><br />
Qualcuno ha detto che l’Italia si riunisce ormai solo sotto il tricolore degli stadi…</em></p>
<p>Non credo che il patriottismo popolare sia poi così negativo. Si tratta di manifestare entusiasmo nei momenti di festa. Noi abbiamo un’eredità di divisione che rende complessa la manifestazione del patriottismo che pure non manca. Nel secondo dopoguerra non abbiamo potuto manifestare una forte unità, perchè la politica italiana era sostanzialmente dominata dall’estero, perché la «Convenzione ad Excludendum» (tacita intesa tra alcune parti sociali, economiche o politiche, che escludeva il partito comunista da qualsiasi forma di governo) ha lacerato lo spirito degli italiani. In merito amo ripetere che l’Italia era l‘unico paese europeo diviso da un muro al suo interno. Il muro non divideva il paese in due, ma l’anima di un solo paese. Il problema si è riprodotto dopo il 1989 quando la parola «comunista» è stata strumentalizzata per dividere il paese. Un aspetto interessante: oggi nessuno al mondo ha più paura del comunismo, in Italia invece si riproduce una divisione anacronistica, ma strumentale per vincere le elezioni. In questo momento in Italia vi è un disegno politico in cui la conservazione del potere ha tutto l’interesse a frammentare il paese.</p>
<p><em>Negli ultimi tempi, si parla molto di federalismo: si potrebbe immaginare un’Italia con un modello simile a quello svizzero?</em></p>
<p>Il federalismo elvetico non è percorribile in Italia, perché esso deriva da una storia profonda e collaudata di autonomie locali che adagio, adagio si sono messe insieme. In Italia siamo in una situazione opposta, cioè di uno Stato nazionale che fa un passo indietro e deve farlo con regole nuove, che non sono inserite nell’esperienza dei cittadini e degli amministratori. Un federalismo sano esige uno stato unitario forte, le regole federali necessitano un arbitro forte, perché si tratta di un esercizio di democrazia di grande responsabilità in cui la mia autonomia ha conseguenze sulla tua. Il messaggio di federalismo che si dà in questo momento agli italiani è quello di un federalismo self service: il federalismo non è un self service. E nei progetti che io vedo non riesco a capire chi pagherà.<br />
<em><br />
Malgrado i suoi 150 anni di storia, nelle relazioni internazionali l’Italia è tuttora un nano politico: come mai?</em></p>
<p>Fino alla caduta del muro di Berlino, i paesi che avevano perso la guerra: Giappone, Germania, Italia hanno subito la nanità. Questo ha permesso loro di muovere energie all’interno dei propri paesi, quindi un fortissimo sviluppo economico. Dopo il 1989 la Germania forte del suo successo economico gioca il ruolo di una maggiore autonomia politica. In conseguenza di ciò tutta l’Europa viene terremotata. In Italia invece la persistente divisione politica e la oggettiva minor forza economica del paese impediscono di uscire dalla nanità. Io ho visto possibile negli ultimi anni la rinascita del mezzogiorno e quindi dell’Italia perché il mondo si è rovesciato: l’Italia è stata spiazzata dalla prima globalizzazione, che è stata la scoperta dell’America. L’economia del Mediterraneo si è spostata verso l’Atlantico e verso il nord. La seconda globalizzazione (che stiamo vivendo) vede protagonista l’Asia che attraverso il canale di Suez riporta il Mediterraneo al centro del mondo. Il ragionamento è di una banalità estrema, ma non interessa a nessuno, perché in Italia il ciclo economico non corrisponde a quello politico. Finchè il calendario elettorale si limiterà a fare e a disfare coalizioni mutanti di breve periodo si continuerà ad avere un governo che si cura solo dei suoi problemi interni, i problemi veri dell’Italia non avranno soluzione.</p>
<p><em>Per la maggioranza degli italiani, lo Stato rimane soprattutto il nemico da combattere e raggirare: perché?</em></p>
<p>Lo Stato italiano è nato da una «élite», che ha lasciato fuori le masse, alimentando di generazione in generazione una sorta di estraneità. Lo Stato diventa nemico, in tutti quei paesi in cui la politica non sa indicare dei grandi obiettivi comuni. Ciò aumenta lo scetticismo della cittadinanza verso lo Stato.</p>
<p><em>L&#8217;Italia è ricca e apprezzata per il suo umanesimo, i suoi monumenti e le testimonianze storiche. In quest’ultimo secolo però più che valorizzarli sembra che li si lasci andare in rovina. Non è un suicidio?</em></p>
<p>Questa è la conseguenza diretta dell’assenza di obiettivi comuni. La valorizzazione della cultura, dell’arte è un progetto di lungo periodo, capace di sfruttare il Bel Paese come una risorsa che implica la partecipazione di tutta la società, dal professore di storia dell’arte, alla guida turistica, al ristoratore, al cameriere. Coinvolge quindi la collettività, presume un’amminstrazione e un controllo del territorio forte.</p>
<p><em>Molti stranieri ammirano «l’arte di arrangiarsi» degli italiani, la loro capacità creativa. Per 150 anni ha funzionato; e in futuro?</em></p>
<p>Più che di «arte di arrangiarsi» si tratta di una grande capacità al sacrificio individuale. In fondo di fronte al mancato funzionamento della struttura collettiva essa dimostra una vitalità profonda, che a volte porta con sé l’anarchismo, ma spesso si esprime con il sacrificio della famiglia, dei nonni, degli zii. C’è dunque un’«arte di arrangiarsi» virtuosa ed una viziosa. Naturalmente in un mondo globalizzato questa individualizzazione dei comportamenti per il bene e per il male avrà sempre meno efficacia.<br />
<em><br />
L&#8217;Italia è tra gli osservati speciali dell&#8217;Ue. Sono reali i rischi di una crisi finanziaria alla stregua di Grecia e Irlanda?</em></p>
<p>I dati economici dell’Italia di oggi non sono molto diversi rispetto a quando è stato introdotto l’euro. Abbiamo il peso di un debito enorme, ma abbiamo un deficit che è tra i minori rispetto agli altri paesi europei. Inoltre, nonostante la crisi economica, la propensione al risparmio delle famiglie italiane è impressionante e siamo stati tra i paesi meno toccati dalla crisi finanziaria. Capisco che in politica possano esservi pulsioni suicide, ma la forza economica dell’Europa e dell’Italia passa dall’euro.</p>
<p><em>La recente crisi europea e dell’euro rafforzano lo scetticismo degli svizzeri verso l’Ue. Che cosa dice come ex presidente della commissione europea agli elvetici?</em></p>
<p>Nella funzione di presidente della commissione europea, ho trattato tantissime volte con gli svizzeri ed ogni volta ero gioiosamente vittima e controparte del pragmatismo elvetico. Sebbene i confronti fossero durissimi mi trovavo bene, perché anch’io sono orientato al risultato. Definisco «saggezza» la via dei rapporti progressivi, perché la Svizzera ha una storia secolare di continuità, non ha vissuto guerre devastanti, pertanto è necessario che la vostra «gente» si avvicini lentamente all’idea di giocare un ruolo più attivo nell’Unione europea. La Svizzera non ha un atteggiamento di censura e di ostilità nei confronti del progetto europeo, piuttosto la preoccupazione è forte se il franco si rafforza troppo. Il rapporto tra Europa e Svizzera continuerà con un’assunzione di decisioni in cui c’è convenienza reciproca. E poi …. se sono rose fioriranno.<br />
<em><br />
Gli ultimi 150 anni di storia hanno visto partire dall’Italia molti emigranti, forse i primi veri cittadini europei. L’Italia non sembra però utilizzare questo patrimonio, anzi: molti giovani continuano a partire…</em></p>
<p>Non credo che il patrimonio degli emigranti debba essere sfruttato. Quando io vedo i nostri emigranti in Germania, in Svizzera diventare cittadini tedeschi o svizzeri sono contento, perché vuol dire che si sentono a casa. È necessario valorizzare questo patrimonio attraverso i rapporti culturali, ma guai ad aiutarli a sentirsi stranieri nei paesi in cui arrivano, perché questo li renderebbe infelici, fuori dal flusso economico, sociale e politico del paese di adozione. Il principio vale anche per i migranti che giungono in Italia. Sentire un bambino cinese o africano parlare bolognese mi inorgoglisce, perché vuol dire che è integrato. Altra cosa è invece che l’Italia è un paese di immigrazione di basso livello ed emigrazione di alto livello. I tagli orizzontali alla cultura, alla scuola, alla ricerca creano questa situazione di fuga dei cervelli. Ma che cosa devono fare le eccellenze, se il paese non ha una politica industriale seria, se la ricerca è un optional, se la scuola, l’università sono vittime dei tagli alla spesa pubblica?<br />
<em><br />
Guardiamo ora nella sfera di cristallo: dove sarà l’Italia fra 50 anni?</em></p>
<p>Cinquant’anni sono sufficienti per vedere l’Italia come membro attivo dello Ue, con un compito preciso: rappresentare il nuovo sviluppo del Mediterraneo verso la sponda sud e verso l’Asia. Compito che io avevo dato all’Italia e che rimane un punto fermo, anche se in questo momento non c’è una volontà politica in Italia e in Europa a mettere in atto questo progetto.<br />
<em><br />
Infine mia nipote di tredici anni mi ha pregato di chiederle: quale progetto politico potrebbe convincere Romano Prodi a scendere ancora una volta nel campo minato della politica italiana?</em></p>
<p>Il mio disegno politico di convogliare le forze riformiste in una grande coalizione non è passato, sono stato disarcionato dalla mia coalizione e non dall’opposizione di allora. Oggi mi occupo di un progetto ambizioso: l’<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?cat=41" target="_blank">unione di 53 paesi africani</a>. Far passare il principio della «cooperazione» attraverso la <a href="http://www.fondazionepopoli.org" target="_blank"><strong>Fondazione</strong></a> per la Collaborazione tra i Popoli che presiedo è un esercizio di democrazia che si prolunga avanti nel tempo.</p>
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		<title>Globalizzazione: cosa sta cambiando?</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 09:10:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Globalizzazione: cosa sta cambiando?
Articolo di Romano Prodi su Il Sole 24 ore del 12 dicembre 2010
Globalizzazione: cosa sta cambiando? Riassumendo in poche battute biblioteche di volumi, si può dire che il diciottesimo e diciannovesimo secolo sono stati i secoli dell&#8217;Europa, il ventesimo è stato il secolo americano e il ventunesimo sarà il secolo dell&#8217;Asia.
Affermazioni scontate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/12/globalizzazione.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2396" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/12/globalizzazione.jpg" alt="" width="250" height="219" /></a><strong>Globalizzazione: cosa sta cambiando?</strong></p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://www.ilsole24ore.com/" target="_blank"><strong>Il Sole 24 ore</strong></a> del 12 dicembre 2010</p>
<p>Globalizzazione: cosa sta cambiando? Riassumendo in poche battute biblioteche di volumi, si può dire che il diciottesimo e diciannovesimo secolo sono stati i secoli dell&#8217;Europa, il ventesimo è stato il secolo americano e il ventunesimo sarà il secolo dell&#8217;Asia.</p>
<p>Affermazioni scontate ora ma non tanto scontate vent&#8217;anni fa quando cadde il <a href="http://www.dailysoft.com/berlinwall/history/berlinwall-timeline.htm" target="_blank">muro di Berlino</a> e si doveva aprire il secolo americano. Allora uscivano i libri sulla <a href="http://www.filosofico.net/fukuyama.htm" target="_blank">fine della storia</a> e si pensava veramente a un mondo monopolare a guida americana. A mio parere quel mondo avrebbe potuto durare anche a lungo se non fossero stati compiuti alcuni grandi errori politici: penso alla guerra in Iraq e agli errori della politica medio-orientale.</p>
<p>Comunque il passaggio di epoca era già scritto nei dati economici: il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Economic_history_of_the_United_States" target="_blank">Prodotto Nazionale Lordo degli Stati Uniti</a> nel 1950 era esattamente la metà del Prodotto Nazionale Lordo del mondo. <a href="http://www.forecasts.org/gdp.htm" target="_blank">Oggi</a> è tra il 21 e 22 per cento. Sono passati 60 anni, un periodo non breve, ma nell&#8217;ultima fase il cambiamento si è accentuato e ha raggiunto una velocità impressionante.</p>
<p>Se poi si guarda a Usa, Europa e Canada insieme nel &#8216;50 costruivano il 68% del Prodotto Nazionale Lordo del mondo, mentre oggi sono tra il 40 e il 45%. Conclusione: il mondo occidentale non rappresenta più la maggioranza della realtà economica mondiale. E ripeto, la velocità di cambiamento è tale che la proiezione per il domani è una proiezione che accentuerà ancora più profondamente questo cambiamento.</p>
<p>Vent&#8217;anni fa, caduto il muro di Berlino, si parlava del mondo monopolare e la <a href="http://www.historyplace.com/speeches/bush-war.htm" target="_blank">guerra in Iraq</a> era stata <a href="http://www.economist.com/node/1711235" target="_blank">interpretata</a> come il sigillo per consacrare il <a href="http://www.prisonplanet.com/iraq_war_could_lead_to_new_world_order.html" target="_blank">nuovo ordine mondiale</a>: poche settimane e si sarebbe sistemata l’ultima area inquieta del pianeta, fermando davvero la storia. Come è andata a finire è cosa nota: le conseguenze sono state del tutto opposte.</p>
<p>Anche in Europa le conseguenze di questa guerra sono state importantissime. La divisione all&#8217;interno dell&#8217;Europa, che ho vissuto come Presidente della Commissione Europea, è stata drammatica. Raramente ho assistito a <a href="https://www1.wsws.org/articles/2002/sep2002/iraq-s05.shtml" target="_blank">scontri politici</a> così aspri  come quelli della <a href="http://www.wsws.org/articles/2003/feb2003/eu-f19.shtml" target="_blank">divisione sulla guerra</a> in Iraq: vecchia e nuova Europa, Gran Bretagna e Italia da un lato, Germania e Francia dall&#8217;altro. Credo che alla radice degli attuali problemi europei non ci siano solo problemi economici, ma anche le conseguenze di quei momenti di mancanza di visione comune riguardo alla guerra e alla pace.</p>
<p>Tuttavia, mentre gli Stati Uniti venivano fermati dalla guerra in Iraq, il mondo cambiava. Primo: si affacciava la nuova assertività russa. Mentre l’America era bloccata in Iraq, la Russia si è mossa sul suo scacchiere e ne ha ripreso il controllo: ricordo solo i casi della <a href="http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/esteri/ossezia-bombardamenti/ossezia-bombardamenti/ossezia-bombardamenti.html" target="_blank">Georgia</a> e dell’<a href="http://archiviostorico.corriere.it/2004/dicembre/04/Dove_nasce_conflitto_tra_Piccola_co_9_041204093.shtml" target="_blank">Ucraina</a>.</p>
<p>Ma l’evento più importante è stato l&#8217;accelerarsi del movimento asiatico: fenomeno in atto da anni, fin da quando nel &#8216;78-&#8217;79 è cambiata la strategia di lungo periodo della Cina. Tuttavia è dagli anni &#8216;90 che la crescita cinese diventa il fatto nuovo dell&#8217;economia mondiale. La <a href="http://www.google.com/publicdata?ds=wb-wdi&amp;met=sp_pop_totl&amp;idim=country:CHN&amp;dl=it&amp;hl=it&amp;q=popolazione+cina" target="_blank">Cina</a> ha un miliardo e 300 milioni di abitanti, 22 volte l&#8217;Italia. Nel 2050 avrà un miliardo e 430 milioni di abitanti e l&#8217;<a href="http://www.google.com/publicdata?ds=wb-wdi&amp;met=sp_pop_totl&amp;idim=country:IND&amp;dl=it&amp;hl=it&amp;q=popolazione+india" target="_blank">India</a> ne avrà un miliardo e 750 milioni: oggi parlo soprattutto della Cina ma non dobbiamo mai dimenticare la potenzialità dell’India.</p>
<p>I tassi di <a href="http://www.asianinfo.org/asianinfo/china/pro-economy.htm" target="_blank">sviluppo</a> della Cina non accennano a diminuire e, nonostante i pericoli di inflazione, non vi sono elementi per pensare ad una rapida prossima diminuzione. Anche perché continua l’esplosione scolastica all’interno del paese e gli studenti che vivono all’estero tornano più frequentemente in patria portando con sé sempre nuove specializzazioni.</p>
<p>Siamo in presenza di una crescita sostanzialmente senza interruzioni: c&#8217;è stato solo un momento di grande paura all&#8217;inizio della crisi quando molti lavoratori rimasti disoccupati affollavano le stazioni delle grandi metropoli per tornare nelle campagne. La paura è durata poche settimane e poi la crescita è ripresa anche per effetto del <a href="http://www.gov.cn/english/2009-03/06/content_1251859.htm" target="_blank">pacchetto di misure anticrisi</a> deciso ed attuato con estrema rapidità dal governo.</p>
<p>La Cina può essere fermata solo dai suoi errori e gli errori sono sempre possibili in presenza di cambiamenti così grandi. Per questo motivo i dirigenti cinesi, un po&#8217; per vezzo e un po&#8217; per intelligenza politica, si definiscono appartenenti ad un paese in via di sviluppo. La Cina è oggi esattamente per metà sviluppata e per metà in via di sviluppo, 650 milioni urbanizzati e 650 milioni ancora nelle campagne, e quindi fuori dallo sviluppo. È chiaro quindi che il processo è ancora difficile, ci sono margini di incertezza, ma non vi sono per ora segnali di cambiamento. La scala dei problemi cinesi è per noi inimmaginabile. Un Ministro cinese mi diceva che “la Cina ha capacità produttiva potenzialmente sufficiente per tutto il mondo ma ha ancora 300 milioni di disoccupati da assorbire”. Cifre forse un poco esagerate ma che fanno certamente riflettere. Nonostante questo anche i costi cinesi cambiano rapidamente. Nella prima metà dell&#8217;anno i salari delle province più avanzate, che comprendono circa 600 milioni di abitanti, sono cresciuti del 20% e gli <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/salari-e-moneta-ci-sono-tante-novita-in-cina_1713.html" target="_blank">scioperi</a> di alcune grandi imprese sono stati certamente gestiti dall&#8217;alto.</p>
<p><a href="http://www.romanoprodi.it/interventi/la-crisi-finanziaria-e-le-sue-conseguenze-politiche-globali-intervento-al-comitato-centrale-del-partito-comunista-cinese_472.html" target="_blank">Ero a Pechino</a> durante la conferenza del Partito del Popolo, e il messaggio del Primo Ministro Wen Jiabao si è concentrato sulla lotta alla corruzione e alla disuguaglianza, prospettando un grande aumento del potere d’acquisto all’interno del Paese.</p>
<p>La Cina ha già assunto un nuovo ruolo nel mondo e lo ha reso concreto, a livello politico, col passaggio <a href="http://www.corriere.it/economia/09_settembre_25/G20-G8-comunicato-obama_b5e6da9a-a9be-11de-93d1-00144f02aabc.shtml" target="_blank">dal G8 al G20</a> e, a livello popolare, col grande <a href="http://www.olimpiadi.it/Olimpiadi_elenco/Beijing/" target="_blank">successo olimpico</a>, mentre l’identità nazionale è stata grandemente rafforzata dai 70 milioni di visitatori (prevalentemente cinesi) dell’<a href="http://en.expo2010.cn/" target="_blank">Expo di Shanghai</a>.</p>
<p>Ma l’evento più importante, che cambia la faccia del mondo, è la politica estera: ormai la Cina agisce dappertutto, eccetto i posti dove vi sono forti tensioni. Non c&#8217;è in Medio Oriente, e in Iraq o in Afghanistan si è ben guardata dal giocare un ruolo attivo. Esempio della politica estera cinese è il caso dell’Africa. Non esiste alcuna potenza che svolga una politica a livello continentale come la Cina. Pechino ha relazioni diplomatiche con 50 dei 54 paesi africani: e avere la sede diplomatica vuol dire obbligare a rompere con Taiwan, e questa non è una decisione da poco. Nella storia dell&#8217;umanità non ho mai visto un paese esportare contemporaneamente merci, manodopera, capitali e tecnologie. Non è mai successo in tutta la storia.</p>
<p>Certo questo modello di crescita non potrà durare all’infinito, se non altro per motivi demografici. La politica del <a href="http://www.cina.ws/politca-del-figlio-unico.html" target="_blank">figlio unico</a> sta già trasformando la piramide d’età del paese: la popolazione in età lavorativa è ormai già arrivata al massimo del suo sviluppo numerico.</p>
<p>Sarà invece l’India a continuare nel suo boom demografico, con uno strano dualismo: poca crescita al sud, dove vi è il massimo sviluppo economico e molto di più nel centro-nord.</p>
<p>Nel mondo oggi <a href="http://www.worldometers.info/it/" target="_blank">siamo 6,9 miliardi</a>. A metà del secolo non arriveremo ai 12 miliardi previsti nel secolo scorso. Arriveremo “solo” a 9 miliardi ma non potremo ugualmente evitare di affrontare i grandi problemi dell’energia, dell’acqua e dell’ambiente.</p>
<p>L&#8217;aumento dei consumi pro-capite sarà infatti talmente forte che bilancerà quello che doveva essere l’aumento dovuto alla crescita della popolazione. Ma i protagonisti del mondo futuro non saranno solo la Cina e l’India perché nuove potenze si sono già affacciate sulla scena mondiale. Prendiamo ad esempio la <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/brasile-e-turchia-se-al-tavolo-dei-nuovi-grandi-leuropa-non-conta-niente_2204.html" target="_blank">Turchia e il Brasile</a>. Sono entrambi paesi fondamentali per le politiche degli Usa: il Brasile come paese pacificatore-equilibratore di tutta l&#8217;America Latina, per impedire i populismi di derivazione anarchica, peronista o di estrema sinistra; la Turchia come baluardo verso l’Est: prima verso l’Unione Sovietica e poi verso l’estremismo islamico.</p>
<p>Brasile e Turchia hanno entrambi usato la loro indispensabilità, e (forti di una crescita economica spettacolare) hanno giocato un ruolo indipendente, fino al punto che, non solo sono diventate potenze regionali ma hanno saputo conquistarsi un’influenza decisiva ben oltre la loro tradizionale area di riferimento. In Africa, dove l’ambasciatore brasiliano è spesso più influente di quelli dei paesi europei. In America Latina, dove il Brasile è stato chiamato come paese-arbitro per controversie che prima sarebbero state affidate alla mediazione degli Stati Uniti.</p>
<p>La Turchia, a sua volta, sta diventando il paese economicamente più influente di tutta l’Asia Centrale dove, insieme alla Russia, svolge un ruolo politico sempre crescente. Per non parlare dell’azione sempre più autonoma nella politica medio-orientale.</p>
<p>Non è un caso che Brasile e Turchia abbiano elaborato una politica comune nei confronti dell’Iran, partendo dall’uso pacifico dell’energia nucleare. L’offerta, certo, non è piaciuta agli Stati Uniti, ma questo non significa che Brasile e Turchia abbiano cambiato fronte. Questo va detto con forza: i due paesi sono ancora profondamente legati agli Usa e all’Europa, ma in un mondo che è diventato multilaterale e quindi permette giochi prima impossibili.</p>
<p>Ciò non implica che gli Stati Uniti non siano di gran lunga la potenza militare più forte del mondo. Essi hanno ancora una indiscussa leadership militare e la differenza rispetto al passato è che non la possono più esercitare da soli e, soprattutto, che stanno perdendo molto del loro &#8220;<a href="http://www.foreignaffairs.com/articles/59888/joseph-s-nye-jr/the-decline-of-americas-soft-power" target="_blank">soft power</a>&#8220;.</p>
<p>Del resto c’è un altro punto su cui riflettere a proposito degli Usa: in questo momento hanno il 21-22% del prodotto lordo mondiale ma portano il peso del 50% delle spese militari. Hanno 400mila soldati in terra straniera e oltre 1000 basi militari sparse per il mondo. Questo si chiama &#8220;over-stretching&#8221;: gli Stati Uniti potranno sopportare ancora a lungo questo squilibrio, perchè sono comunque una potenza forte, ma intanto questo sforzo militare è una delle cause principali del 10% di deficit del bilancio americano. Questo deficit non è sostenibile all’infinito, anche perché, nello stesso tempo, la Cina attua una politica di presenza altrettanto efficace a livello mondiale senza spendere un dollaro.</p>
<p>In questo quadro globale l’Europa è <a href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/eurostat/home/" target="_blank">la vera contraddizione</a>. Siamo 496 milioni, il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_sovereign_states_in_Europe_by_GDP_%28nominal%29" target="_blank">numero uno</a> al mondo quanto a Prodotto Interno Lordo (più degli Usa, più della Cina), primi per la produzione industriale, primi per le esportazioni, abbiamo bilanci pubblici aggregati sostenibili perchè il deficit medio della Zona Euro è del 6,5%, e quindi molto più basso rispetto agli Stati Uniti. Ebbene, un’Europa così straordinaria, un continente che ha raggiunto risultati che sembravano impossibili, come l’allargamento a Est  e la moneta unica, oggi non conta nulla. Nel G20 partecipiamo in sette e siamo continuamente divisi. Quando vado in Medio Oriente sento continuamente dire che l’Europa sarebbe il partner ideale, perché siamo più degli altri vicini e meglio ne conosciamo i problemi. Eppure non contiamo nulla!! Forse aveva ragione uno dei miei studenti in Cina quando, riflettendo sul passato ma guardando al presente, con una schiettezza disarmante mi ha chiesto: «Ma l’Europa è un laboratorio o un museo?»</p>
<p>È evidente che stiamo <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/leuropa-e-i-nostri-figli-stando-soli-si-esce-dalla-storia_722.html" target="_blank">perdendo le occasioni della storia</a>. Mi ricordo quando nacque l&#8217;euro: durante i colloqui con i dirigenti cinesi, nell’ambito del vertice annuale, i cinesi smaltivano montagne di dossier in pochi minuti per parlare dell’unica cosa che davvero interessava: l’euro. «È vero che farete la moneta comune?- chiedeva il Presidente Cinese &#8211; E&#8217; vero che spariranno il marco e il franco? E&#8217; vero che farete un biglietto unico come il dollaro? E infine: Potremo prendere l’Euro come riserva? Ovviamente caldeggiai molto quest’ipotesi.</p>
<p>Poi venne l&#8217;Euro. All’inizio come è ben noto esso si svalutò nei confronti del dollaro. Al vertice successivo il Presidente Cinese mi disse: «Lei non mi ha dato un buon consiglio ma io continuerò a comprare euro per due motivi: primo, perché aumenterà di valore; secondo, perché voglio vivere in un mondo in cui non ci sia uno solo che comanda, e se voi andate avanti con l&#8217;Euro e con l&#8217;Europa per me si aprirà un migliore futuro politico». Poi aggiunse: «Comprerò quindi tanti euro quanti dollari».</p>
<p>Ciò non è accaduto perchè l’Europa non ha saputo concepire la moneta come primo passo verso l’unità. I cambiamenti del mondo si sono così accelerati che i cinesi ora rifiutano ogni assetto del sistema monetario mondiale che non tenga conto del nuovo ruolo che la Cina ha assunto. Il tutto in meno di un decennio. La Cina ha a questo proposito argomenti molto persuasivi a cominciare dai duemila miliardi di riserve. Del resto si è visto anche, ad esempio, al vertice sul clima di Copenaghen: se la Cina non è d’accordo la paralisi è assicurata.</p>
<p>L’Europa rischia di non avere più la capacità di prendere decisioni di lungo periodo perchè tali decisioni sono in contrasto con i tempi del consenso elettorale. Il <a href="http://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/crisi-grecia.htm" target="_blank">caso greco</a> era un fatto tutto sommato minore (con questo non voglio assolvere la Grecia dai suoi enormi peccati) perchè la Grecia pesa solo per il 2% del Pil europeo. Si poteva affrontare il caso greco rapidamente e con poca spesa. Ma è stato chiaro da subito che fino alla notte dopo le elezioni del Nordrhein Westfalen l’Europa non avrebbe potuto agire.</p>
<p>Se lo sguardo resta concentrato sempre e solo sul breve-brevissimo termine non si prendono decisioni strategiche. E, soprattutto, non si riesce a far scattare la necessaria solidarietà su obiettivi condivisi e collettivi. Tutto ciò è ulteriormente alimentato dall’odio verso il fisco e le politiche fiscali, conseguenza ancora una volta della frequenza delle elezioni e del fatto che il tema fiscale è ormai dominante in ogni campagna elettorale. Anche questo rende più difficile elaborare politiche condivise per la ripresa.  La crisi ha colpito diversamente i paesi europei e nel complesso ha colpito più duro in Europa che non negli Usa o in Cina. Perchè?</p>
<p>Perché il <a href="http://www.chinadaily.com.cn/world/2009-03/24/content_7611945.htm" target="_blank">pacchetto Obama</a> e <a href="http://it.euronews.net/2008/11/10/china-to-boost-economy-with-spending-package/" target="_blank">quello cinese</a>, buoni o cattivi che fossero, hanno avuto impulso diretto e immediato sull&#8217;economia mentre in Europa ognuno ha preso le sue decisioni (o le sue non decisioni) e ciò ha di fatto vanificato gli effetti di sistema. Così nel 2009 l&#8217;economia americana è calata del 2,6%, quella dell&#8217;area Euro del 4%, quella della Germania del 4,9, quella dell&#8217;Italia 5,1. Anche riguardo alla ripresa i dati sono molto preoccupanti.</p>
<p>Negli Stati Uniti la ripresa sarà intorno al 2,5% quest&#8217;anno, l&#8217;area euro 1,6, ma all&#8217;interno dell&#8217;area euro la Germania raggiungerà il 3,7, la Francia l’1,6, l’Italia l’1%. Le previsioni per l&#8217;anno prossimo sono ancora peggio: l&#8217;Italia resta allo 0,8% mentre gli altri superano almeno l&#8217;1%.</p>
<p>Per fortuna il terzo mondo, compresa l&#8217;Africa, sta crescendo ad un ritmo mai visto nella storia, anche se è chiaro che per l&#8217;Africa ci vorranno moltissimi decenni di crescita ininterrotta perché si possa parlare di un vero cambiamento. <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/italia-sulla-via-della-decadenza-ce-il-dovere-di-dire-come-stanno-le-cose_2241.html" target="_blank">Tornando all’Italia</a>, il Fondo Monetario ha fatto una classifica sulla crescita di 170 paesi nel primo decennio del secolo. <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/democrazia-non-e-solo-voto-ma-costruire-prospettive-per-il-futuro_2309.html" target="_blank">L’Italia</a> è il centosessantanovesimo e il centosettantesimo è Haiti.</p>
<p>Lasciamo al Fondo Monetario la responsabilità dell&#8217;esattezza di questa classifica, che però non può sbagliare di molto. In ogni modo, con questo quadro, è impossibile porre rimedio alla disoccupazione giovanile e al lavoro precario. Problemi comuni a tutti i paesi sviluppati, ma che in Italia stanno raggiungendo livelli intollerabili.</p>
<p>In questo complesso passaggio dell’economia mondiale, non abbiamo ancora gli strumenti per affrontare i problemi di lungo periodo. Per un giorno ne facciamo un dramma e il giorno dopo pensiamo che tali problemi non esistano, come è il caso del cambiamento climatico. Oppure non ci pensiamo proprio come è il caso della diminuzione delle disuguaglianze nel mondo o all’interno dei singoli paesi.</p>
<p>Con l’aumento delle disuguaglianze diminuisce la quota del lavoro rispetto a quella del capitale e della finanza. Questo, dal 1985 in poi, è avvenuto in tutte le parti del mondo, nei paesi in via di sviluppo ed in quelli ad elevato livello di reddito.</p>
<p>Le poche eccezioni si trovano nei paesi scandinavi e in Brasile, unico tra i paesi in via di sviluppo nel quale le differenze, anche se rimangono drammatiche, sono tuttavia diminuite.</p>
<p>Inoltre noi preferiamo lasciare sullo sfondo i problemi delle risorse naturali e alimentari del mondo. Eppure il cambiamento della dieta di miliardi di uomini causerà diffuse scarsità in un periodo di tempo non lontano. La domanda crescerà decisamente e le risorse di riserva sono solo in Africa e in America Latina. Quello dell’acqua poi è un problema politicamente ancora più serio. Faccio un solo esempio: la probabile <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Southern_Sudanese_independence_referendum,_2011" target="_blank">divisione del Sudan</a>, dopo il prossimo referendum, implicherà la ridiscussione dell’allocazione delle quote di acqua del Nilo, fiume che però arriva secco alla foce perché tutto assorbito da un’irrazionale irrigazione. Quando si rimetteranno in discussione le ripartizioni fra i paesi si creerà una situazione di fortissima <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTRE6B22VB20101203" target="_blank">tensione</a>. Lo stesso avviene per il Tigri e l’Eufrate e, in casi sempre crescenti, in tutti i continenti.</p>
<p>Il <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/estero/g20-must-deliver-a-road-map-for-a-new-asset-of-the-international-financial-and-monetary-system_2238.html" target="_blank">G20 dovrebbe</a> essere la sede per affrontare questa grande mole di problemi. Quando la crisi è esplosa si è sperato che questo potesse essere vero. Per un attimo la paura aveva creato un clima di solidarietà, ma poi le posizioni si sono sempre più differenziate e oggi i contrasti appaiono insanabili, come ha dimostrato il recente vertice di Seoul.</p>
<p>Sul problema del surplus la Germania si è schierata con la Cina, sul problema della moneta Stati Uniti e Cina si sono schierati su fronti opposti. Da Seul è uscita l&#8217;idea che il governo di questo mondo è sempre più difficile e che, in definitiva, un sistema di comando non c&#8217;è. Il G 20 non ha né la forza politica né la struttura preparatoria tecnica per affrontare questi problemi. I comportamenti non cooperativi non hanno un arbitro.</p>
<p>Sul problema monetario, ad esempio, cosa accade? La <a href="http://www.zerohedge.com/article/china-retaliates-again-accuses-us-out-control-dollar-printing" target="_blank">Cina accusa</a> gli Stati Uniti di stampare moneta per deprimere il dollaro, attraverso il cosiddetto “<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/03/quantitative-easing-banca-inghilterra.shtml?uuid=1eed0b1a-0e31-11de-8d17-a3d409d4aa4c&amp;DocRulesView=Libero" target="_blank">Quantitative Easing</a>”. Gli Stati Uniti accusano la Cina di tenere il cambio depresso per avvantaggiarsi sui mercati mondiali. La replica della Cina è questa: “Come arrivare al riequilibrio, se innalzando il valore dello yuan o spendendo di più per spesa sociale e importazioni, lo decidiamo noi”. E di fronte a queste posizioni oggi non c’è accordo o arbitragggio possibile. Credo proprio che ora più che mai servirebbero organizzazioni sovranazionali autorevoli e rispettate. Può darsi che sia un’utopia, ma poiché ogni grande progresso politico ha in sè una dose di utopia, credo proprio che oggi sarebbe il vero grande momento per rilanciare l’Onu.</p>
<p><em>(Versione integrale dell&#8217;articolo pubblicato in forma abbreviata sul quotidiano)</em></p>
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		<title>Alcune riflessioni sulle evoluzioni del capitalismo dopo la crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 08:53:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lettera di Romano Prodi alla rivista Il Mulino, dicembre 2010.
Caro Direttore,
mi hai gentilmente chiesto di scrivere alcune riflessioni sulle evoluzioni del capitalismo dopo la crisi e soprattutto di fare il punto su dove è finito il vecchio e appassionante dibattito della sfida fra il capitalismo anglosassone e quello germanico. 
Ti confesso che una sana pigrizia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/mondo1.gif"><img class="alignright size-medium wp-image-2669" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/mondo1-300x223.gif" alt="" width="300" height="223" /></a>Lettera di Romano Prodi alla rivista <strong><a href="http://www.rivistailmulino.it/" target="_blank">Il Mulino</a></strong>, dicembre 2010.</p>
<p><em>Caro Direttore,</em></p>
<p><em>mi hai gentilmente chiesto di scrivere alcune riflessioni sulle evoluzioni del capitalismo dopo la crisi e soprattutto di fare il punto su dove è finito il vecchio e appassionante dibattito della <a href="http://www.google.it/#hl=it&amp;biw=1024&amp;bih=683&amp;q=capitalismo+inglese+capitalismo+tedesco&amp;aq=f&amp;aqi=&amp;aql=&amp;oq=&amp;fp=5406bad6f892b45c" target="_blank">sfida</a> fra il capitalismo anglosassone e quello germanico. </em></p>
<p><em>Ti confesso che una sana pigrizia mi spingeva verso il rifiuto di questa richiesta ma, dato che mi hai successivamente specificato che dovevo essere molto breve, cedo alla tua richiesta e tento di scrivere qualcosa che non sarà certo originale ma che servirà forse a qualcun altro per preparare ulteriori riflessioni. Anche  perchè la tua domanda mi porta con una certa nostalgia ai <a href="http://www.google.it/#hl=it&amp;biw=1024&amp;bih=683&amp;q=capitalismo+inglese+capitalismo+tedesco&amp;aq=f&amp;aqi=&amp;aql=&amp;oq=&amp;fp=5406bad6f892b45c" target="_blank">dibattiti</a> che si svolgevano in materia venti anni fa e nei quali sostenevo che, tutto sommato, il modello renano, se propriamente applicato, avrebbe garantito una crescita più regolare ed una distribuzione del reddito più equilibrata. </em></p>
<p><em>Per <a href="http://www.ilvarco.com/2011/02/corporate-governance-modello-tedesco-giapponese/" target="_blank">capitalismo renano</a> si intendeva allora un sistema economico ovviamente fondato sul mercato ma nel quale le imprese non erano chiamate a rispondere solamente al mercato ma, in un certo senso, all&#8217;intera società o, almeno a quelli che venivano chiamati gli &#8220;stakeholders&#8221; e cioè non solo agli azionisti ma anche ai sindacati, ai fondi collegati all&#8217;impresa, alle comunità locali. Insomma si intendeva fondamentalmente un capitalismo più responsabile nei confronti della comunità, ovviamente con tutti i rischi connessi al fatto che tutto questo porta come conseguenza decisioni meno rapide e, non raramente, a pericolose interferenze  dei poteri pubblici nella vita economica. Tutti queste complicate relazioni fra le imprese e la società circostante venivano naturalmente criticate dai sostenitori del c.d. <a href="http://www.ilvarco.com/2011/02/corporate-governance-modello-anglosassone/" target="_blank">modello anglosassone</a> non solo per le presunte inefficienze ma anche per una vera e propria ragione di principio per cui il mercato non può essere in alcun modo influenzato, essendo in ogni caso l&#8217;unico legittimo arbitro del funzionamento del sistema economico. Le imprese sono da esso considerate normali oggetti  da comprare o vendere come un qualsiasi oggetto e le interferenze del governo, dei sindacati o di qualsiasi elemento esterno nella vita delle imprese vengono liquidate come le assurde pretese di &#8220;coloro che tengono l&#8217;automobile parcheggiata in un garage e si oppongono alla vendita del garage stesso&#8221;.<br />
</em></p>
<p><em>Come <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2002/novembre/28/Capitalismo_renano_capolinea_co_0_0211284622.shtml" target="_blank">è andata</a> a finire <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimodena/archivio/gazzettadimodena/2009/11/10/DA7PO_SA104.html" target="_blank">lo sappiamo</a> tutti. Nel mondo ha quasi ovunque prevalso il ruolo assoluto del mercato, con un peso sempre crescente dei fondi di investimento e di vari strumenti finanziari che entrano e escono dalle imprese con una velocità vertiginosa, con un&#8217;attenzione spasmodica ai profitti di breve periodo e con un accorciamento progressivo degli orizzonti temporali, per cui anche un leggero spostamento dalle previsioni trimestrali provoca veri e propri terremoti nei comportamenti dei volatili azionisti e, quindi, nelle quotazioni delle azioni.<br />
</em></p>
<p><em>Le imprese sono quindi sempre più lasciate all&#8217;assoluto dominio dei mercati.  Tutto questo ha provocato come logica conseguenza una generale e indiscussa opposizione ad ugni tipo di politica industriale. Il governo non deve in nessun modo mettere il naso in alcun aspetto della vita economica. La diffusione di questo vangelo è stata talmente indiscussa che è ha penetrato profondamente gli studi accademici di tutto il mondo. Sono quasi scomparsi gli studi di economia applicata per lasciare uno spazio esclusivo ad una modellistica tutta dedicata all&#8217;analisi di comportamenti astrattamente razionali.<br />
</em></p>
<p><em>La vita ed il mondo reale sono però ( mi viene da dire fortunatamente) molto più complicati dei modelli astratti, per cui al di sotto di questa dottrina, la realtà si è mossa spesso in modo autonomo e vari governi hanno preso decisioni vitali per riorganizzare settori in crisi, per spingere a fusioni e concentrazioni, per rafforzare strutture aziendali indebolite e, in ogni caso, per proteggere l&#8217;industria nazionale in risposta ai grandi eventi che hanno completamente rivoluzionato la vita economica mondiale.<br />
La Francia ha messo in azione tutte le proprie risorse per creare campioni nazionali in tutti i settori in cui questo era possibile e, anche se in modo meno sistematico, ciascuno ha affrontato con tutti i mezzi possibili i problemi di casa propria. Le cose si sono molto complicate quando la globalizzazione ha portato sul mercato nuovi protagonisti, in prima battuta provenienti dalla nuova Europa e poi da tutte le parti del mondo, a cominciare dalla Cina.<br />
</em></p>
<p><em>E infine ci si è messa la crisi economica a mostrare come il mercato perfetto non fosse davvero tale. Dopo la crisi qualsiasi intervento dello Stato e qualsiasi azione di politica industriale sono state praticamente legittimate. Il mercato è stato messo sotto accusa prima di tutto per i suoi eccessi e per la sua mancanza di etica ma anche, in modo più profondo, per la sua incapacità di prevedere gli squilibri che hanno portato alla crisi, rendendo impossibile qualsiasi intervento correttivo. In complesso un bel disastro dal quale non sappiamo ancora come saltare fuori.<br />
</em></p>
<p><em>In quest&#8217;ultima fase ogni intervento pubblico è stato legittimato in nome dell&#8217;interesse nazionale e della difesa dell&#8217;occupazione. Perfino negli Stati Uniti il <a href="http://video.nytimes.com/video/2009/03/30/business/1194839017704/obama-announces-plans-for-car-industry.html" target="_blank">pesante intervento</a> di Obama a difesa del settore dell&#8217;automobile, pur essendo stato sottoposto a notevoli critiche, è oggi riconosciuto come uno dei casi di successo della politica economica dell&#8217;amministrazione democratica.<br />
</em></p>
<p><em>A questo punto, caro direttore, ti aspetterai che io cominci di nuovo a elencare le virtù del capitalismo renano, a dire che in fondo avevo ragione a difenderlo , così come avevo ragione a ritenere che una politica industriale sia necessaria non solo per uscire dalla crisi ma anche e soprattutto per resistere di fronte a paesi come la Cina che suonano la musica della politica industriale con tutti i tasti che hanno a diposizione. Non nego di auspicare ( per una serie di motivi che toccano sia l&#8217;aspetto del&#8217;efficienza che quello dell&#8217;equità) un&#8217;evoluzione di questo tipo ma non mi sento di proporla perché, negli ultimi vent&#8217;anni, il mondo è così cambiato che, anche se ha deluso le aspettative e ci ha portato alla crisi, il capitalismo anglosassone è padrone del campo e le strutture finanziarie che ne sono il veicolo sono più forti dei governi. O, perlomeno, hanno una tale forza che sono in grado di condizionare il comportamento di qualsiasi potere pubblico.<br />
</em></p>
<p><em>Nessun governo è infatti può ragionevolmente pensare di isolarsi da questi anonimi, lontani ma potentissimi decisori finanziari e tutti hanno paura che essi, spostandosi, possano mettere in crisi non solo le imprese ma tutto il sistema economico di fronte a tutto il mondo. Il capitalismo anglosassone  ha perso la sfida di essere il garante della stabilità e della crescita, ha innescato di nuovo una crisi tra le maggiori della storia dell&#8217;economia ma appare, almeno nelle concrete prospettive di oggi, sostanzialmente insostituibile. E questa impossibilità di sostituzione è evidente anche quando emerge, con altrettanta evidenza, che esso non è in grado di fornire al mercato i correttivi di cui ha bisogno per evitare il ripetersi di un&#8217;altra crisi. La contraddizione fra la globalizzazione dei mercati e il carattere nazionale della vigilanza e dei controlli è sotto i nostri occhi: restano quindi non rimediabili gli squilibri e i disordini che fatalmente si vengono a creare. E&#8217; vero che si stanno cercando strumenti di intervento per porre riparo a queste debolezze del mercato ma si tratta fondamentalmente di correzioni minori, che non sembrano in grado di tranquillizzarci per il futuro.<br />
</em></p>
<p><em>Riflettiamo un attimo sull&#8217;andamento delle riunioni del <a href="http://www.romanoprodi.it/tag/g20" target="_blank">G20</a>, che dovrebbe essere l&#8217;organo politico nell&#8217;ambito del quale si affrontano e si riparano i grandi squilibri dell&#8217;economia mondiale. La riunione tenuta a Londra durante il momento più duro della crisi sembrava  mostrare una precisa e forte volontà di riforma che si è progressivamente affievolita fino all&#8217;ultimo vertice di Seul, nel quale si è solo preso atto che le diverse posizioni erano tra di loro semplicemente inconciliabili.<br />
</em></p>
<p><em>I mercati continueranno quindi a funzionare  quasi come prima, poco controllati e liberi di muoversi con il minor numero di regole possibili.<br />
</em></p>
<p><em>A questo punto abbiamo naturalmente l&#8217;obbligo di riflettere su quanto è avvenuto in Germania, ovviamente patria del capitalismo germanico. Nemmeno il sistema tedesco ha potuto chiamarsi fuori dall&#8217;evoluzione avvenuta negli ultimi venti anni. Esso si è molto omogeneizzato agli altri sistemi lasciandosi penetrare dalle evoluzioni avvenute a livello mondiale. I fondi di investimento e le banche d&#8217;affari ne hanno cambiato profondamente il comportamento. I legami privilegiati fra banca e impresa e  gli intrecci e le protezioni fra le diverse strutture economiche si sono allentate rendendo molto più anglosassone la Germania. Anche i rapporti di lavoro sono evoluti verso una più accentuata flessibilità, aumentando fortemente la produttività del sistema. Queste evoluzioni si sono tuttavia prodotte conservando ( e sotto certi aspetti accentuando) la collaborazione tra imprenditori, sindacati e autorità politiche, che sono la caratteristica principale del sistema germanico. Questa collaborazione costituisce in un certo senso una strumento fondamentale per una politica industriale dedicata soprattutto alla razionale e concordata utilizzazione delle risorse umane e al loro potenziamento attraverso una preparazione scolastica e dei processi di apprendistato dedicati a questo scopo.<br />
</em></p>
<p><em>E&#8217; naturalmente un poco ironico constatare che, nel momento in cui il sistema anglosassone esce vincitore nonostante la tragica crisi che ha provocato, il paese che conserva i più forti residui del sistema alternativo è quello che, tra le nazioni ad alto livello di sviluppo, meglio si comporta nel superamento della crisi. I tassi di sviluppo tedeschi sono infatti oggi molto superiori a quelli britannici, francesi e italiani e il surplus della bilancia commerciale è ormai di tipo &#8220;cinese&#8221;. Nel 2010 il tasso di crescita tedesco non è stato lontano dal 4%, mentre la Francia si è fermata all&#8217;1,5% e l&#8217;Italia di mezzo punto più sotto. E le cose non saranno molto diverse nell&#8217;anno in corso.<br />
</em></p>
<p><em>L&#8217;industria manifatturiera tedesca  rappresenta una percentuale del PIL oltre il doppio di quella degli altri grandi paesi europei e, nonostante la globalizzazione e la concorrenza cinese, questa distanza tende ad aumentare. In poche parole la Germania sta diventando l&#8217;asse portante e il punto di riferimento di tutta l&#8217;industria europea. Se vogliamo cercare di capire come abbia raggiunto questi risultati mi sembra di potere rispondere che tutto ciò è avvenuto adottando il sistema finanziario anglosassone condito in una salsa operativa di tipo germanico nella quale governo, sindacati e imprenditori sono stati capaci di sedersi attorno ad un tavolo, regolare le modalità del lavoro, limare nell&#8217;emergenza i salari al ribasso per preparare la loro crescita nel futuro e, soprattutto, mobilitare le risorse dell&#8217;intera società tedesca verso l&#8217;obiettivo della trasformazione del sistema economico. </em></p>
<p><em>Insomma quando cerco di capire e di spiegare quello che è successo debbo concludere che la Germania ha scelto la via anglosassone nella finanza, ha spinto nella stessa direzione il suo sistema bancario accentuandone addirittura rischi e debolezze, ma ha fortemente conservato la germanità del suo sistema produttivo. E lo ha fatto, tra l&#8217;altro, con una continuità che è andata al di là del colore politico del governo in carica. Il grosso di queste <a href="http://www.economist.com/node/5013718?story_id=5013718" target="_blank">riforme</a> è stato messo in cantiere da Schroeder ma il successivo governo di Angela Merkel le ha perfezionate e attuate in modo sistematico, dimostrando ancora una volta quanto siano importanti gli elementi di continuità per rendere efficaci le decisioni di politica economica.<br />
</em></p>
<p><em>A questo punto, caro direttore, mi accorgo che invece di misurarmi nell&#8217;affascinante confronto fra i due sistemi, sono arrivato alla conclusione, banale ma concretamente valida, che il mondo, alla fine, corre alla ricerca di sistemi ibridi, nei quali si mescolano i più diversi incroci e nei quali le teorie  fatalmente si inquinano proprio per conservare il loro potere di indirizzo e la loro forza operativa.<br />
</em></p>
<p><em>Ritengo quindi che le conclusioni qui esposte siano del tutto provvisorie perché un&#8217;altra ibridazione sta fatalmente per cominciare, quella fra questo complesso capitalismo occidentale e il crescente capitalismo cinese, che ha regole ancora diverse e che ha una capacità dirompente molto superiore a quella che aveva il capitalismo germanico. La presenza pubblica guidata da obiettivi fortemente condivisi, da una visione politica di lungo periodo e sostenuta da risorse finanziarie gigantesche sta già aprendo un nuovo confronto che caratterizzerà non solo la vita economica ma anche il dibattito intellettuale delle prossime generazioni.<br />
</em></p>
<p><em>Non penso, caro direttore, di entrare in questo dibattito, perchè non mancheranno in futuro le occasioni per farlo e anche perché sei stato così gentile e così intelligente da non chiedermelo. In questa sede mi limito ad augurare a me e a tutti gli abitanti del pianeta in cui viviamo che questo confronto avvenga non con le modalità dello scontro come è stato fra comunismo e capitalismo, ma con la regole del confronto e della contaminazione reciproca, come è avvenuto tra sistema germanico e sistema anglosassone. Credo che questa sia una partita ancora più interessante di quella precedente. E di esito ancora più incerto. In ogni caso, come si dice dalle mie parti, ne vedremo delle belle.</em></p>
<p><em>Grazie, con molta amicizia,</em></p>
<p><em>Romano Prodi</em></p>
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		<title>Prodi: Italia ricca di soldi, povera di regole</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 13:26:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prodi: ricchi di soldi, poveri di regole
La versione di Romano: siamo la patria delle disuguaglianze
Intervista di Maria Antonietta Colimberti e Raffaella Cascioli a Romano Prodi su La Repubblica &#8211; Affari &#38; Finanza del 22 novembre 2010
Dopo aver guidato l’Italia per due volte a distanza di dieci anni e la Commissione europea nel periodo dell’entrata in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/images.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2274" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/images.jpg" alt="" width="278" height="181" /></a>Prodi: ricchi di soldi, poveri di regole</p>
<p>La versione di Romano: siamo la patria delle disuguaglianze</p>
<p>Intervista di Maria Antonietta Colimberti e Raffaella Cascioli a Romano Prodi su <a href="http://www.repubblica.it/supplementi/af/2010/11/22/copertina/001kannada.html" target="_blank"><strong>La Repubblica &#8211; Affari &amp; Finanza</strong></a> del 22 novembre 2010</p>
<p>Dopo aver guidato l’Italia per due volte a distanza di dieci anni e la Commissione europea nel periodo dell’entrata in vigore dell’euro e dell’allargamento, Romano Prodi è tornato a fare il professore. Viaggia di continuo da un capo all’altro del mondo, insegna in <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-professore-alla-china-europe-international-business-school_1136.html" target="_blank">Cina</a> e negli <a href="http://www.romanoprodi.it/comunicati/prodi-nominato-professor-at-large-alla-brown-university-usa_448.html" target="_blank">Stati Uniti</a>, è presidente del Gruppo di lavoro <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/former-italian-prime-minister-to-head-african-union-un-peacekeeping-panel_66.html" target="_blank">Onu-Unione africana</a> sulle missioni di peacekeeping in Africa e della <a href="http://www.fondazionepopoli.org/">Fondazione</a> per la collaborazione tra i popoli. <em></em></p>
<p><em>Il suo punto di osservazione, dunque, è davvero a 360 gradi. Com’è dunque l’Italia vista da fuori gli chiediamo Può ancora dirsi un paese ricco?</em></p>
<p>«Credo che l’Italia sia un paese povero abitato da gente ricca. Può sembrare una risposta scherzosa ma tanto scherzosa non è».</p>
<p>«Cosa voglio mettere in evidenza? L’Italia è sicuramente un paese ricco – perché ha <a href="http://www.confcommercio.it/home/Centro-stu/Analisi-consumi-per-regione.doc_cvt.htm" target="_blank">livelli di consumo</a> che si collocano nella fascia più alta; perché ha una speranza di vita tra le più elevate del mondo; perché ha un’istruzione generalizzata, eccetera – però ha tali problemi nella sua organizzazione statuale che, sotto quest’aspetto, non possiamo collocarla tra i paesi più avanzati del mondo. Come è noto, una cattiva organizzazione statuale rende poveri i beni collettivi».</p>
<p><em>Può servire ridefinire i ruoli tra Stato e mercato?</em></p>
<p>«Se si pensava, e qualcuno lo pensa ancora, che il mercato risolvesse tutti i problemi, la crisi ha dimostrato che non è così. Quando dicevamo che occorreva uno Stato guardiano, arbitro e armonizzatore, ci guardavano tutti male e invece adesso ci si è accorti che occorre uno Stato con queste caratteristiche».</p>
<p><em>Come deve intervenire lo Stato nella marcata differenziazione nei redditi?</em></p>
<p>«Alcuni decenni fa, quando scrissi che, in una stessa impresa, c’era un rapporto da 1 a 40 tra i salari più bassi e quelli più alti, ne seguì un vero e proprio sdegno popolare. Ora la differenza è spesso da 1 a 400 e nessuno si scandalizza. Occorre dunque distinguere bene tra la definizione di &#8220;paese ricco&#8221; e quella di &#8220;gente ricca&#8221;. Per questo quella di prima non è in fondo una battuta, perché la povertà delle istituzioni fa in modo che le disuguaglianze aumentino.</p>
<p>Certamente il fisco è uno degli elementi chiave, soprattutto lo è l’evasione. Perché <a href="http://www.assoicare.org/2010/11/05/siamo-i-migliori-evasione-fiscale-italia-al-top-in-europa/" target="_blank">l’evasione annulla</a> il fisco, va oltre il fisco ingiusto, che almeno lascia qualcosa alla redistribuzione. Tanto serio è questo problema in Italia che su questo tema ho quasi perso le elezioni, o meglio, non le ho vinte con il margine ampio che avrei potuto avere».</p>
<p><em>Diversi anni fa lei affermò: «Nelle occasioni in cui posso incontrare i giovani dico: state attenti, perché il Welfare State sarà ricordato nei libri di storia come la più grande conquista del XX secolo». E’ ancora così?</em></p>
<p>Questa è la grande domanda. Io mi ribello all’idea che lo <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201008articoli/58022girata.asp" target="_blank">Stato sociale</a> sia destinato a tramontare. Dobbiamo correggerlo, proprio in coerenza con quello che abbiamo detto. Alcuni oneri dello Stato sociale, con l’accrescersi dell’arricchimento delle persone, non dovranno più essere sostenuti dallo Stato, ma dalla maggior parte dei cittadini. Non mi riferisco ai bisogni fondamentali, ma ad alcune routine a cui il cittadino medio può far fronte. Penso per esempio all’aumento dell’età pensionabile misurata sulla durata della vita e sulle condizioni di salute reali delle popolazioni. Abbiamo l’obbligo di operare queste correzioni, preservando lo Stato sociale, che vuol dire venire incontro ai bisogni veri, profondi, elementari della gente e tralasciare invece quei problemi che il cittadino è generalmente in grado di affrontare da solo.</p>
<p>È un passaggio inevitabile, perché siamo in presenza di un forte aumento dei costi. Basti pensare a cosa significa oggi una sanità raffinata, con le moderne apparecchiature disponibili, in confronto alla sanità meno raffinata di ieri, oppure all’aumento dell’età media, che porta molte persone ad avere bisogno di cure molto più serie che in passato. Una ricerca canadese di qualche anno fa spiegava che metà delle spese della salute sono concentrate nell’ultimo anno di vita. Se noi vogliamo conservare questo sistema sanitario che, voglio ancora sottolinearlo, è la più grande conquista del secolo scorso, dobbiamo anche fare in modo che chi ha qualche risorsa possa e debba contribuirvi. Ancora una volta, ritorniamo sulla questione drammatica del sistema fiscale e dell’evasione fiscale. Se noi avessimo un’evasione fiscale media rispetto all’Europa, non avremmo debito pubblico. Questa è una cosa che tutti dovrebbero tenere a mente».</p>
<p><em>Anche la libertà è un valore: che rapporto c’è tra ricchezza e libertà? Tra ricchezza e democrazia?</em></p>
<p>«Per essere ricchi non è necessario essere democratici. In fondo, è la nostra storia. Firenze non era una democrazia. Venezia non era una democrazia. Per essere ricchi basta avere governanti illuminati. Questo è un concetto difficile da far comprendere. Bisogna tornare indietro nella grande storia della nascita dei mercati. Nelle signorie italiane ci fu una diffusione di ricchezza molto forte e non c’era certo democrazia. Per questo non mi sono mai stupito della diversità della <a href="http://tv.repubblica.it/mondo/romano-prodi-la-cina-non-ci-deve-far-paura/41623?video" target="_blank">Cina</a>, della possibilità di ricchezza in assenza di strutture democratiche. Sono però convinto che, nella pratica e col tempo, l’arricchimento e la diffusione del mercato preparino (o determinino) la democrazia. Per questo sono sempre istintivamente scettico sugli embargo. Perché essi interrompono un cammino di democrazia, anche se al momento non lo avvertiamo come tale».</p>
<p><em>Di recente lei si è espresso positivamente nei confronti di Lula e di quanto da lui realizzato in Brasile. Lula è un esempio di come si possano coniugare sviluppo e redistribuzione, stringere la forbice delle disparità di reddito?</em></p>
<p>«Non trovo un altro esempio di paese in forte sviluppo in cui vi sia stata una diminuzione della disparità di reddito come in Brasile. Né in Cina, né nei paesi africani. Tanti metodi usati dal governo brasiliano possono essere criticati. La &#8220;Borsa Famiglia&#8221; non è certo perfetta, ma essa è stata un esempio della grande preoccupazione di migliorare le condizioni di vita della parte più povera della popolazione. È una preoccupazione che dovrebbe essere presente in tutti i paesi del mondo. Questo non può farlo il mercato, deve farlo lo Stato. Vista la situazione del Brasile, il presidente <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/lula-ha-promosso-lo-sviluppo-del-brasile-senza-aumentare-il-divario-tra-ricchi-e-poveri_2089.html" target="_blank">Lula</a> ha posto in essere i condizionamenti tipici di un paese molto depresso: la &#8220;Borsa Famiglia&#8221; scatta solo se i figli sono mandati a scuola, o se sono sottoposti alle necessarie cure mediche e alle vaccinazioni obbligatorie. Mi sembra giusto che un paese che compie importanti azioni di riequilibrio le condizioni a comportamenti di solidarietà. Quando vidi Lula la prima volta, moltissimi anni fa ad un congresso della Cisl a Roma, sembrava eccessivamente radicalizzato per esercitare un ruolo politico. Tre sconfitte elettorali gli hanno donato grande saggezza. Anche nella politica estera ha dimostrato la stessa saggezza e grande intelligenza. Lula si è reso indispensabile rispetto agli Stati Uniti, essendo il solo in grado di bloccare la crescita di un populismo autoritario in Sudamerica e, in conseguenza di questo, ha potuto esercitare una politica di forte autonomia».</p>
<p><em>E da noi c’è qualcuno che lo capisce, che capisce i cambiamenti e riesce a stargli dietro?</em></p>
<p>«I nostri governi hanno molte difficoltà perché sono vittime della paura popolare. E invece di controllare e guidare questa paura, la inseguono. Pensano più alle prossime elezioni che non agli interessi di lungo periodo del loro paese e dell’intera umanità. Inseguendo gli interessi elettorali non possono evidentemente mettere in atto le azioni necessarie per interpretare i cambiamenti del mondo».</p>
<p><em>Abbiamo alle spalle decenni di furibonde delocalizzazioni. Continueranno?</em></p>
<p>«Le delocalizzazioni non sono finite. Ma non è solo un problema di costo del lavoro. Che aumenta anche nei paesi verso i quali avvengono le delocalizzazioni. Certo, la differenza di costo è ancora enorme, ma non più come un tempo, soprattutto per quanto riguarda la manodopera specializzata. In <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/salari-e-moneta-ci-sono-tante-novita-in-cina_1713.html" target="_blank">Cina</a> un ingegnere costa la metà che da noi, ma non costa un quarantesimo o un ventesimo come dieci anni fa.</p>
<p>Il problema, semmai, è quello di reagire con il cervello, con innovazioni tecnologiche, con nuovi modelli organizzativi. Come, almeno in buona parte, è stata in grado di fare la Germania, dove vi è oggi uno straordinario boom di esportazioni superiore, in proporzione al Pil, a quello della Cina. Eppure i tedeschi hanno salari molto più alti dei nostri e hanno già decentrato tutte le industrie a basso valore aggiunto. Il fattore decisivo è stata la flessibilità. Se si ha una fabbrica con mille robot e un’intensità di capitale altissima, il problema non è pagare un po’ di più la manodopera ma saturare gli impianti 24 ore su 24 quanto è necessario. La sfida si può anche vincere ma bisogna essere aperti al cambiamento e soprattutto bisogna aver chiarissimo in mente quali debbano essere le strategie necessarie per interagire con successo nei confronti di questo nuovo mondo. Sono necessarie idee chiare e stabilità politica e sociale, così come bisogna lavorare pensando al futuro».</p>
<p><em>Come ha scritto <a href="http://www.scribd.com/doc/38338825/Tuttolibri-n-1733-25-09-2010" target="_blank">Edmondo Berselli</a> dovremo adattarci ad essere più poveri?</em></p>
<p>«No, non necessariamente. Dovremo certo adattarci a essere meno spreconi, a far conto delle risorse della terra che devono essere ottimizzate e, soprattutto, a valorizzare le risorse umane che sono le uniche che si possono moltiplicare, non dico all’infinito, ma quasi».</p>
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